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Aviaria fuori controllo: 1.443 casi in tre mesi, allarme Ue. Focolai anche nel Nord Italia

Efsa: “Situazione mai così grave dal 2016, rafforzare subito la sorveglianza”. Varianti H5 dilagano in 26 Paesi

Influenza aviaria

Influenza aviaria (foto di repertorio)

L’Europa si ritrova nel pieno di una delle peggiori stagioni di influenza aviaria degli ultimi anni: da settembre a novembre i casi registrati sono stati 1.443, una cifra che segna un aumento quattro volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2024. L’allerta arriva dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che parla apertamente di un quadro «imperativo da monitorare», chiedendo misure molto più rigide per contenere la diffusione del virus.

Il virus ad alta patogenicità A(H5) sta circolando con una velocità che non si vedeva da quasi un decennio. L’Efsa spiega che tra il 6 settembre e il 14 novembre 2025 sono stati rilevati focolai in 26 Paesi europei, con un picco di contagi negli uccelli selvatici, in particolare negli uccelli acquatici. In molti casi la malattia è stata individuata perfino in esemplari apparentemente sani, elemento che secondo gli esperti ha generato «una contaminazione ambientale diffusa». Morti in massa sono state registrate nelle popolazioni di gru in Germania, Francia e Spagna.

Il 99% dei casi riguarda la variante A(H5N1), con una mutazione nuova derivata da un ceppo già noto e arrivato da est prima di diffondersi rapidamente verso ovest. Di fronte a questo scenario, l’Efsa indica come prioritario «rafforzare la sorveglianza per una diagnosi precoce» e garantire «misure di biosicurezza stringenti negli allevamenti», considerate fondamentali per evitare che il virus passi dai volatili selvatici al pollame, con possibili ripercussioni economiche devastanti.

In Italia, l’allarme è già realtà. L’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie (IZSVe) descrive una diffusione «a macchia di leopardo», con focolai attivi soprattutto nel Nord Italia. Le regioni più colpite sono Friuli Venezia Giulia, Veneto, Piemonte, Emilia Romagna e Lombardia, con casi sia negli allevamenti che nella fauna selvatica. I danni economici degli ultimi due anni sono enormi: 94 milioni di euro sono già stati stanziati da Roma e Bruxelles per gli indennizzi del 2022 e la gestione dei focolai, ma stime più ampie parlano di costi che raggiungono il mezzo miliardo di euro per le aziende agricole.

Sul fronte umano, gli esperti invitano alla prudenza ma non al panico. L’epidemiologo Gianni Rezza spiega che «il livello generale di allerta non è stato innalzato», perché finora non è stata osservata alcuna trasmissione da uomo a uomo. I pochi contagi rilevati nel mondo sono infatti legati a contatti diretti con animali infetti. Ma la preoccupazione rimane, soprattutto dopo quanto accaduto negli Stati Uniti: il 22 novembre, un uomo è morto dopo aver contratto il virus H5N5, la prima infezione umana di questo ceppo, segno di un possibile salto di specie. Sempre negli USA, a gennaio, era stato registrato un decesso per H5N1, variante più diffusa e già conosciuta.

L’Istituto superiore di sanità ricorda che l’influenza aviaria è un’infezione virale tipica degli uccelli, in particolare selvatici, che fungono da serbatoio e da vettore del virus verso gli animali da allevamento e, più raramente, verso l’uomo. La capacità mutagena dei virus aviari è elevata: negli ultimi mesi alcune varianti sono state trasmesse anche ai mammiferi, dai bovini ai gatti. Gli effetti sull’uomo possono variare moltissimo: in alcuni casi sintomi lievi, in altri quadri clinici gravi o potenzialmente letali.

Il quadro europeo, dunque, è tutt’altro che rassicurante. E l’Italia, già alle prese con focolai numerosi e danni economici crescenti, si prepara a mesi di monitoraggio serrato, nella speranza di arginare una stagione che gli esperti definiscono tra le più insidiose degli ultimi anni.

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