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«Giornalmente assediati dagli accattoni»

Nel 1989 Umberto Levra pubblicò un bel saggio sulla Torino del popolo fra il 1814 e il 1848

IN FOTO Torino, Via XX Settembre

IN FOTO Torino, Via XX Settembre

«Siamo circondati, siamo giornalmente assediati dagli accattoni»: «tale è il loro numero che, anche nella supposizione che tutti fossero veramente poveri e non viziosi, non sarebbe però possibile di avere né i mezzi né il tempo di fermarsi con tutti e di soccorrerli tutti». 

A esprimersi con un tono fra lo sbigottito e l’inquietato non è il ministro Matteo Salvini. E neppure uno dei sindaci, da Stefano Lo Russo a Giuseppe Sala, improvvisamente accortisi che l’ordine e la legalità sono «valori» di sinistra, come dibattono da qualche tempo. 

Chi si lamenta è un’illustre personaggio di altra epoca, il conte Luigi Francesetti di Mezzenile. 

Correva l’anno di grazia 1827. In una Torino che contava suppergiù 110 mila abitanti ed era la capitale di un piccolo Stato, il Regno di Sardegna, non ancora teso all’unità d’Italia, vagabondi e accattoni abbondavano.

Troppo a lungo, purtroppo, gli storici hanno sorvolato su questo aspetto della vita torinese, privilegiandone altri, meno problematici e in linea con la tradizione sabaudo-risorgimentale. 

IN FOTO Torino, Via Palazzo di Città

Nel 1989 Umberto Levra pubblicò un bel saggio sulla Torino del popolo fra il 1814 e il 1848, specie sui «ceti più bassi», quelli che non avevano alcun peso politico, pur essendo maggioranza: assolutamente «estranei e indifferenti a cosa si decideva nei palazzi di governo, si dibatteva nei circoli e nei caffè, si elaborava nelle accademie». 

A tal fine Levra si avvalse di alcuni interessantissimi fondi documentari, fra cui numerose carte inedite di polizia. Da queste emerge che pezzenti e vagabondi erano dappertutto in Torino, assai più di oggi: nelle strade e nelle piazze, fuori e dentro le chiese, presso le botteghe e negli androni dei palazzi. 

Non di rado – come si apprende da una relazione del 1837 sull’ordine pubblico – i mendicanti questuavano con «aspetti e modi aspri ed incutenti timore, per le scale delle case e per le pubbliche passeggiate, non solamente di giorno, ma ben anche sull’imbrunire od a notte avanzata». 

Che dire di quel tal Domenico Sartore, canavesano, quarantenne, che fu arrestato in via Carlo Alberto perché chiedeva l’elemosina con un nodoso bastone, sicuramente per stimolare la prodigalità dei passanti? 

Un antesignano degli odierni posteggiatori abusivi, invadenti e minacciosi?

I verbali di polizia attestano come ogni anno, per la ricorrenza di Ognissanti e la commemorazione dei Defunti, migliaia di vagabondi, straccioni e operai senza lavoro sciamassero dalle più diverse località del Piemonte per affluire a Torino. 

Non mancavano gli «individui di sospetta apparenza, alcuni in età robusta e giovanile, altri vecchi e di cattiva salute, e donne attorniate di bambini».

Per lo più i questuanti si disponevano in file interminabili lungo la strada del Regio Parco, infastidendo coloro che si recavano al cimitero. 

Le fonti d’archivio insistono sulla sfrontatezza e la petulanza con la quale i mendici chiedevano la carità, lasciandosi andare a villanie e prepotenze.

Contro una simile massa di persone non vi erano provvedimenti efficaci. E pensare che la legge subordinava l’esercizio della mendicità al preventivo rilascio di un’autorizzazione da parte degli uffici di polizia. In pratica, per questuare, i poveri dovevano esibire un apposito distintivo in latta gialla. All’epoca, tuttavia, già risultava palese che un fenomeno di tipo strutturale, dipendente dalle cicliche crisi economiche e da un’agricoltura arretrata, non era arginabile con semplici misure di ordine pubblico. Per tale ragione capita sovente di leggere, nei verbali di polizia, che gli agenti reputavano «intempestivo» l’arresto di accattoni e questuanti, «tenuto conto «dell’universale […] miseria».

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