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ALICE CASTELLO. Il processo sulla gestione dei migranti da parte della Prefettura: sentito in aula come testimone anche il sindaco Luigi Bondonno

ALICE CASTELLO. Il processo sulla gestione dei migranti da parte della Prefettura: sentito in aula come testimone anche il sindaco Luigi Bondonno

Prosegue a Palazzo di giustizia il processo sulla gestione dei migranti nel Vercellese, in cui sono imputati l’ex prefetto Salvatore Malfi, altri dirigenti della Prefettura e Gianluca Mascarino, presidente della cooperativa Obiettivo onlus.

La scorsa settimana in aula sono sfilati i testimoni chiamati dalla Procura, rappresentata dal pm Davide Pretti che dopo il trasferimento a Torino ha ottenuto l’applicazione al procedimento. Sono stati toccati entrambi i filoni del processo, quello relativo alla gestione dei migranti e quello sul clima teso in Prefettura creato dagli atteggiamenti di Malfi.

Tra i testimoni c’era anche Luigi Bondonno, sindaco di Alice Castello. «Chiesi chiarimenti in Prefettura - ha spiegato - dopo che una struttura sul territorio del mio Comune, un ex centro terapeutico per minori, era stata individuata per ospitare i migranti. L’ufficio tecnico del Municipio aveva stabilito che potesse ospitare 13 persone; secondo la prefettura invece si poteva arrivare a 60. Fui contattato da Malfi, espressi la mia perplessità sul non essere stato coinvolto e sulla disparità dei numeri. Lui mi ribadì perentoriamente che dovevo accettare la decisione. Fu fatto un sopralluogo. Alla fine chinai il capo ed accettai: c’era un’emergenza. Non si arrivò mai ad una capienza di 60 persone, credo si toccò quota 35».

Incalzato dalle domande del pm Pretti, che ha insistito sulla telefonata tra Malfi e Bondonno, quest’ultimo ha aggiunto: «Il prefetto disse che mi avrebbe portato davanti alla Procura se non avessi accettato la sua decisione»; Bondonno ha confermato quanto dichiarato in fase di indagine sostenendo che il «prefetto disse di accogliere un congruo numero di migranti perché fosse vantaggiosamente economico per la cooperativa».

Si è tornati anche sull’altro filone del dibattimento aperto dalle deposizioni di domestica e segretaria di Malfi, che hanno accusato l’ex prefetto di comportamenti “sopra le righe”. Per qualcuno voci di corridoio, per altri no. «Era una persona molto precisa ed esigente. Pretendeva molto e aveva un carattere particolare, dava in escandescenza», ha spiegato una funzionaria; «in Prefettura c’era un clima di tensione: ho visto piangere diversi dirigenti e la domestica del prefetto». Un clima di tensione che secondo gli avvocati difensori di Malfi era dovuto al grande lavoro, con la gestione del trasporto delle scorie nucleari sul territorio vercellese. C’erano insulti e si sarebbe arrivati al mancamento di una dirigente. Episodi confermati anche dalla segretaria subentrata alla dipendente che si è costituita parte civile nel processo: «Mi ricordo epiteti offensivi in dialetto napoletano», ha detto la donna, che ha sostituito la collega «per volontà del prefetto, per cui era venuto a mancare il rapporto di fiducia. Secondo lui c’erano stati ammanchi dal suo conto corrente per 2500 euro che l’ex segretaria si era versata ingiustamente sul suo conto».

Hanno inoltre testimoniato altri dipendenti della Prefettura, alcuni dei quali avevano avuto anche un ruolo nelle ispezioni ai Centri di accoglienza straordinaria e un incarico nella gestione delle pratiche per il pagamento delle spettanze alle cooperative che li gestivano. Una teste ha dichiarato: «partecipavo ad alcune ispezioni insieme alla dottoressa Cristina Bottieri (una degli imputati), ma all’epoca del prefetto Malfi non stilavamo relazioni o verbali, Non avevamo un protocollo particolare da seguire. Successivamente, quando arrivò il prefetto Maria Rosa Trio, vennero predisposte schede da compilare nel corso delle ispezioni». 

Sempre sul versante della gestione migranti, ha inoltre deposto un’altra impiegata della Prefettura, che si occupava di alcuni aspetti burocratici: «Dovevamo raccogliere periodiche relazioni sull’attività dei Cas - ha spiegato - e siccome dalla cooperativa Obiettivo onlus non li ricevevo, dopo averli sollecitati più volte ho chiesto alla collega Bottieri, che in quanto assistente sociale sapevo avere maggiori rapporti con Mascarino, di fare da tramite». La consegna delle relazioni era poi avvenuta in strada: «Ma l’incontro fu casuale - ha detto la donna su richiesta dell’avvocato Marco Gaeta che rappresenta Bottieri -: incontrai Mascarino e Bottieri mentre erano diretti in Prefettura per consegnare i documenti e mi chiesero di portarli». Sulla rilevanza delle relazioni al fini del pagamento delle spettanze alla cooperativa la donna è stata un po’ titubante: «Erano documenti che non guardava nessuno - ha detto rispondendo a una richiesta dell’accusa -, però in linea teorica in assenza di quegli atti si potevano bloccare i pagamenti».

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