“Oggi entriamo nel tempo di Quaresima. La nostra preghiera e il digiuno saranno una supplica per la pace in Ucraina, ricordando che la pace nel mondo inizia sempre con la nostra conversione personale”, parole sante, parole di Papa Francesco.
Ed è proprio su queste parole, pronunciate nel “Mercoledì delle ceneri” che la redazione piemontese del TG3 si è recata ad Albiano d’Ivrea per intervistare il quasi centenario (compirà cent’anni il 26 novembre 2023) Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea.
Bettazzi Luigi
“Ciascuno di noi io creda che debba sollecitare l’Europa ad essere autonoma e sicura di sé, capace di assumere le proprie responsabilità. Sul piano religioso è giusto pregare e digiunare - ha più o meno risposto -ma, come dicevano gli antichi, quando tu punti il dito contro un altro per accusarlo meglio non dimenticare che tre dita sono puntatecontro di te, che anche tu devi e puoi fare qualche cosa...”.
Una condanna assoluta, la sua, contro la guerra, com’è naturale che sia per chiè considerato una delle figure di riferimento per il dialogo con i non credenti e con il movimento pacifista. Nominato nel 1968 presidente nazionale di Pax Christi (movimento cattolico internazionale per la pace), nel 1978 ne è divenuto presidente internazionale, fino al 1985 quando si è aggiudicato per i suoi meriti il Premio Internazionale dell’Unesco per l’Educazione alla Pace.
Celebre anche per le sue battaglie a favore dell’obiezione fiscale alle spese militari a sostegno dell’obiezione di coscienza quando ancora si rischiava il carcere.
Nel 1992 ha partecipato alla marcia pacifista organizzata dai Beati costruttori di pace e Pax Christi insieme a Mons. Antonio Bello nel bel mezzo della guerra civile in Bosnia ed Erzegovina.
“Bisogna tentare tutto. Non tanto rispondere alla guerra con la guerra, per esempio le sanzioni, credo che stiano ottenendo qualche risultato - dice oggi - Imperdonabile Putinma un po’ lo siamo anche noi. La Nato era l’organizzazione dell’occidente contro l’organizzazione bolscevica, o comunista. Caduta quella doveva cadere anche la Nato. Ecco dovremmo avere, come Europa, questa capacità di dire “noi siamo Europa” la Nato è una cosa vecchia. Il digiuno, come capacità di riflessione non solo contro le colpe degli altri ma anche sui i limiti nostri...”.
Morale di Bettazzi?
“Ci vuole qualcuno che smuova le acque è l’unico modo per preparare la pace non è come dicevano gli antichi romani di preparare la guerra. Per fare la pace, ci si prepari alla pace...”.
E sono parole dure quelle dell’ultimo Vescovo ancora in vita ad aver partecipato al Concilio Vaticano II,per 3 anni ausiliare di Bologna col cardinal Lercaro, per 32 anni, dal 26 novembre del 1966, vescovo di Ivrea.
Parole che poteva pronunciare solo lui, come sempre.
Chi è Bettazzi lo aveva scritto molto bene Monsignor Arrigo Miglio in una lettera di auguri di qualche tempo fa
«Quando il 15 gennaio del ’67 giunse a Ivrea il 43enne vescovo Luigi a sostituire monsignor Mensa, trasferito a Vercelli, fu subito chiaro che i ritmi sarebbero cambiati. Le prime auto del nuovo vescovo non ebbero vita lunga: la 500, la 600, la 850, nonostante la buona volontà dei meccanici. Continue le visite alle parrocchie, ma ciò che ha sempre colpito tutti è stata la sua vicinanza a tutti i preti ammalati e anziani (50 anni fa eravamo 300 preti) e la vicinanza a quanti vivevano in casa con loro, genitori e familiari. Abituati allo schema della visita del vescovo ogni 5 anni, quando un parroco della Valchiusella disse al vecchio padre ammalato che era venuto il vescovo per salutarlo, la reazione fu: “Diavolo! Non è possibile”, ovviamente in dialetto stretto, e la risposta del Vescovo fu: «Tranquillo, non sono il diavolo», anche questa in dialetto, un po’ meno stretto. Questo ritmo durò per tutti i 32 anni, nonostante gli impegni di Pax Cristi nazionale e internazionale».
Di sicuro c’è che nella sua vita Bettazzi, oltre che pacifista, è stato davvero molte cose.
Nel 1978, insieme al vescovo rosminiano Clemente Riva e al vescovo Alberto Ablondi, chiese alla Curia romana di potersi offrire prigioniero in cambio del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro rapito dalle Brigate Rosse. La richiesta, tuttavia, venne fermamente respinta.
Divenne celebre per lo scambio di lettere con il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, per le quali fu aspramente criticato, “sul rapporto fra la conciliabilità o meno della fede religiosa con l’ideologia marxista.”. Uno scambio fondamentale per la cultura politica italiana, dato che all’interno di esse Berlinguer formula la famosa definizione del Pci come partito «né teista, né antiteista, né ateista». (…)
Il 10 ottobre 1979 fa avere a Carlo De Benedetti il testo di una lettera aperta pubblicata, quello stesso giorno, sul «Risveglio Popolare», il settimanale diocesano (…) sul «Perché più profitto e più tecnologia riducono di 4.500 lavoratori l’Olivetti?».All’indice la decisione di ridurre il personale per aumentare la produttività dell’impresa e mettere in salvo i conti.
Nel 2007 dichiarò pubblicamente che la sua coscienza gli imponeva di disobbedire e che era favorevole al riconoscimento delle unioni civili, i DICO, sostenendo le iniziative del governo Prodi e riconoscendo alle coppie omosessuali un fondamento d’amore equiparato a quelle eterosessuali.[
Nell’aprile 2015 dichiara in un’intervista che, circa «l’omosessualità: la questione del sesso va studiata, emancipandosi dai neoplatonici che facevano coincidere sesso e decadenza dello spirito. Perché non espressione dello spirito umano? È noto che mi pronunciai in favore dei Dico, il riconoscimento delle unioni civili».
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