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24 Gennaio 2026 - 15:27
Lace, la notte in cui la Resistenza fu messa al cappio
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Data di inizio 29.01.2026 - 00:00
Data di fine 29.01.2026 - 00:00
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La montagna, di notte, non perdona. E la memoria nemmeno. Giovedì 29 gennaio 2026, all’Area monumentale di Lace, torna la Cerimonia della Memoria dedicata alla cattura del Comando della 76ª Brigata Garibaldi e della VII Divisione Garibaldi, uno degli episodi più tragici, feroci e simbolici della Resistenza tra Biellese, Canavese ed Eporediese. Non un anniversario qualsiasi, non una ricorrenza rituale: Lace è una ferita che non si è mai rimarginata del tutto, ed è proprio per questo che continua a chiamare persone, passi, fiaccole, anche ottant’anni dopo.
Il ritrovo è fissato alle ore 20, quando il buio è già calato e il freddo ricorda, anche solo lontanamente, quello dell’inverno del 1945. La serata prevede brevi riflessioni sui Caduti, la fiaccolata, i canti e le letture, fino alla distribuzione del vin brulé. Un gesto semplice, quasi domestico, che a Lace diventa simbolo di comunità: ci si scalda insieme, ci si guarda negli occhi, si resta. Perché qui non si passa, si sosta. Qui la memoria non è un contenuto da consumare in fretta, ma un’esperienza da attraversare con lentezza e rispetto.
Chi desidera fermarsi anche per la cena potrà farlo prenotando individualmente presso la Trattoria “Il Gallo” (333 394 45 99) oppure la Trattoria “Ca’d’Jolanda” (338 651 3974), specificando di far parte dell’Anpi. Anche questo dettaglio racconta molto: Lace non è un evento calato dall’alto, ma un intreccio di relazioni, di luoghi, di persone che tengono viva una storia scomoda, mai addomesticata.
Per comprendere davvero che cosa si ricorda a Lace bisogna tornare a quell’inverno. L’inverno del ’45 fu particolarmente rigido. Un metro di neve rendeva impraticabili i sentieri, le baite isolate sembravano rifugi sicuri, e proprio per questo il Comando partigiano della VII Divisione Garibaldi – 76ª Brigata Garibaldi aveva scelto una baita di Lace come sede operativa. In quelle settimane la guerra sembrava sospesa nel gelo, come se la montagna potesse offrire una tregua. Era un’illusione.
Il 28 gennaio 1945, il giorno prima dell’assalto, un pattuglione germano-mongolo piombò su Andrate. In quell’azione venne ucciso Carrel, comandante di Battaglione. Pinco e Volpe furono catturati e sottoposti a interrogatori e torture. La notizia arrivò rapidamente fino a Lace, dove l’inquietudine cominciò a serpeggiare. «Pinco non resiste a un interrogatorio», disse Valter Fillak, nome di battaglia Martin, nel tardo pomeriggio del 29 gennaio. «È opportuno cambiare sede». Una frase che pesa come un macigno, riletta oggi. Ma la riunione degli ufficiali si protrasse fino a tardi. Si discusse, si valutò, si esitò. E quella notte si decise di restare.
Alle due del mattino arrivò l’inferno. Un reparto di circa ottanta uomini, tedeschi affiancati da truppe mongole, circondò le baite. A guidarli, secondo le ricostruzioni, proprio Pinco, ormai spezzato dalle torture. Quando la prima sentinella avvistò il nemico gridò il “chi va là”, sparò due colpi e, inseguita dal crepitio delle mitragliatrici, si gettò nella neve per dare l’allarme. L’altra sentinella, Pallino, venne colpita da una raffica.
Le baite furono accerchiate. Cominciarono a sparare da ogni lato. I lanciafiamme entrarono in azione. A Lace caddero Piero Crotta, nome di battaglia Abbondanza, e Aldo Gariazzo, Dante, colpiti durante l’assalto il 30 gennaio 1945. All’interno si fece un rapido esame delle armi: erano poche, insufficienti. La discussione fu breve. Si decise di arrendersi, sperando in uno scambio di prigionieri con soldati tedeschi già in mano partigiana. Pallino, gravemente ferito, rientrò nella baita: «I tedeschi mi hanno mandato per dirvi di arrendervi…». Un asciugamano bianco sventolò alla finestra.
Fu l’inizio della fine.
I partigiani vennero legati a due a due e trascinati via, mentre alle loro spalle la baita e il fienile bruciavano. Lo scambio non avvenne mai. I tedeschi ritenevano quei prigionieri troppo importanti. Furono tutti condannati a morte. Non in un solo luogo, non in un solo momento. La repressione si sparse sul territorio come un messaggio esemplare, freddo, calcolato.


A Ivrea venne fucilato per primo Ugo Macchieraldo, nome di battaglia Mak, il 5 febbraio 1945. Chiese di ordinare lui stesso il fuoco. Morì gridando «Viva l’Italia!». Prima e dopo di lui, la lista si allungò come una condanna collettiva. Riccio Orla, Riccio, venne fucilato a Ivrea il 2 febbraio 1945. Il 3 febbraio toccò a Piero Ottinetti, Pirata, e a Renato Tua, Franchestein. Nei giorni successivi furono uccisi Attilio Tempia, Bandiera I, Luigi Viero, Testarin, Alfieri Negro, Ugo, e Renzo Migliore, Basso, fucilato il 22 marzo 1945, quando la guerra era ormai agli sgoccioli, come a voler ribadire fino all’ultimo la ferocia del regime.
La popolazione rimase impressionata dal loro contegno, dalla lucidità con cui affrontarono il sacrificio. Non c’era eroismo esibito, ma una compostezza che ancora oggi colpisce e interroga.
Valter Fillak, Martin, venne impiccato a Cuorgnè il 5 febbraio 1945. Disse con calma «Viva l’Italia» mentre gli stringevano al collo un cappio di filo telefonico. Il camion partì lasciandolo appeso. Il cavo si ruppe e lui cadde a terra. Attese. Il boia trovò una corda più solida, la unse di grasso. Martin venne impiccato di nuovo. Poi, già morto, ricevette il colpo di grazia in pieno volto. Una scena che racconta più di mille discorsi la brutalità della repressione.
Il commissario politico Luigi Gallo, nome di battaglia Battisti, subì forse il martirio più feroce. Venne impiccato di notte nei giardini pubblici di Ivrea, dopo un lungo supplizio. Fu costretto a percorrere via Palestro mentre gli venivano inferti colpi di pugnale al petto. Poi venne appeso con il fil di ferro a un albero. Un’esecuzione pensata per terrorizzare, per spezzare, per lasciare un segno. E lo lasciò.
Eppure, dopo il disastro di Lace, la 76ª Brigata Garibaldi seppe rialzarsi. Continuò a combattere al fianco delle brigate garibaldine del Biellese. Nonostante le perdite, nonostante il colpo durissimo al comando, la Resistenza non si fermò. Ed è anche questo che Lace insegna: che la libertà non è una linea retta, ma una successione di cadute e riprese.
Nel dopoguerra, un masso venne trasportato dalla Valle d’Aosta fino a Lace. Su quella pietra furono incisi i nomi dei Caduti. I resti della baita divennero l’Area monumentale attorno alla quale, inizialmente in forma privata, un piccolo gruppo di persone cominciò a ritrovarsi nella notte del 29 gennaio. Con il tempo quel gesto crebbe, si allargò, acquistò valore collettivo. Nacquero la fiaccolata, le letture, i canti del Coro Bajolese. La memoria smise di essere solitaria e divenne comunità.
Non si tratta di retorica. Oggi, nell’incertezza morale, politica e culturale del presente, quegli uomini giganteggiano. Diventano modelli di riferimento ogni volta che si parla di Libertà e Democrazia. Furono loro le fondamenta della nostra Carta costituzionale, non per astrazione ma per esperienza diretta, pagata con il corpo e con la vita.
Ritrovarsi ogni anno a Lace significa ribadire un orientamento. Significa dire che la Resistenza non è un capitolo chiuso, ma una domanda aperta. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare. E farlo nel freddo, nel buio, con una fiaccola in mano, sapendo che la memoria, se non cammina, si spegne.

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