C’è un tempo, nella traiettoria di un campione, in cui il casco non basta più a proteggere. Non parlo delle cadute, dei cordoli, dei contatti al limite: parlo di quel momento in cui ti accorgi che la stagione ti ha consumato dentro, e che non puoi cavartela con una conferenza stampa o con due frasi da post gara.
Francesco “Pecco” Bagnaia arriva a Supernova di Alessandro Cattelan con addosso proprio questo: una stanchezza che non è solo fisica, una lucidità che brucia, e la voglia – quasi una necessità – di raccontare cosa significa rimettersi in piedi dopo un anno “complicato”. Non è un’intervista “di servizio”. È una chiacchierata lunga, piena di deviazioni, dettagli, immagini concrete. È il posto dove un pilota che ha vinto tutto può ammettere che a volte si è sentito “fuori posto”.
Cattelan lo accoglie senza costruire il monumento. Lo prende per mano e lo porta dentro una conversazione che alterna cose leggere e cose che mordono. Si parte dalla pausa, dal riposo, da quel ritrovarsi improvvisamente fermi dopo mesi passati nel frullatore dei Gran Premi. E Pecco la racconta con una sincerità quasi disarmante: «Parto con il pensiero che ricomincio a mangiare come un matto», dice, e subito dopo aggiunge che la libertà dura poco, perché anche quello, come tutto, diventa un eccesso da gestire. La pausa è un equilibrio fragile: «Dopo una settimana so stufo di mangiare come matto, quindi tiro già poi indietro… però fa bene, fa bene alla fine un po’ staccare». E poi arriva la frase che apre la porta a tutto il resto, perché non è solo un commento su una vacanza, è una dichiarazione sul peso dell’ultimo anno: «Quando fai stagioni un po’ come questa, in realtà… non è stata una stagione facile, vorresti ricominciar subito». Ma non puoi. Devi fermarti. E Pecco lo dice con una calma che sembra costruita, e invece è quella di chi ci è passato: «È giusto ogni tanto staccare, prendersi il tempo, riflettere e cercare di capire cosa hai fatto male, cosa hai fatto bene».
È lì che si entra nella stagione che non ha funzionato come doveva. Cattelan glielo ricorda: l’ultima volta si erano visti in un clima completamente diverso, con un mondiale da chiudere. E scherza sul rischio “scaramanzia” dell’ospite a ridosso della gara decisiva. Bagnaia incassa e ribatte: «Infatti son tornato». Poi la conversazione si fa seria: cosa succede quando le cose non vanno come avevi previsto? Pecco non gira intorno: «Quest’anno, purtroppo, non siamo riusciti a trovare quell’equilibrio», e mette nero su bianco la sensazione più tagliente, quella che pesa davvero per uno abituato a stare davanti: «Mi sono sentito più un outsider piuttosto che un pilota che doveva stare lì costante». Lo dice così, senza attenuanti. E quando Cattelan gli fa notare quanto sia difficile per uno con due mondiali addosso sentirsi “outsider”, Bagnaia spiega perché: perché cambiano le dinamiche, cambia l’approccio, cambia la guida. «Quando parti davanti in una gara… cambia totalmente l’approccio a una staccata, un ingresso», racconta. E quando invece sei dietro, in mezzo al gruppo, succede altro: «Quando sei dietro il tunnel d’aria che si crea con 15 moto cambia totalmente il modo di guidare». È un disagio tecnico, ma anche mentale. E infatti Pecco dà a quel caos un nome che suona come un incubo: «L’ho iniziata a chiamare la gabbia… la gabbia dei matti».
La “gabbia dei matti” non è una metafora buttata lì. È un modo di dire “non mi riconoscevo”. Dentro quel gruppo arrivano botte, contatti, sorpassi che ti piombano addosso da ogni lato. Pecco lo descrive in modo quasi visivo: «Ti arrivano bot da destra a sinistra». Cattelan lo incalza e gli fa notare che c’è chi vive tutta la carriera in quel caos. Bagnaia lo sa: «C’è chi vive tutta la sua carriera lì». Ed è qui che arriva una delle cose più nette dell’episodio: quanto un decimo possa diventare un abisso. «Ti fa rendere conto quanto un decimo al giro possa fare una differenza abissale», dice Pecco. In qualifica quel decimo ti sposta dal terzo all’ottavo, e poi ti cambia la gara, ti cambia la vita.
Quando Cattelan tira fuori Mario Kart, la conversazione si alleggerisce, ma in realtà resta precisa. Bagnaia spiega quel tunnel d’aria con parole semplici, da uomo che lo sente nelle ossa: «Quando sei su rettilineo… senti che la moto non ha più aria e quindi… acceleri più forte». E poi la parte più inquietante, quella che spiega perché stare dietro può diventare una trappola: «Stessa cosa succede in frenata… se non hai l’aria che ti rallenta… è come se te frenassi con molta più velocità». La sensazione è quasi di scivolare: «Senti che proprio non rallenti». Devi frenare prima, più forte, e comunque rallenti meno. È un approccio diverso da quello che ha lui: «È una cosa… che come guido io è abbastanza l’opposto».
Quando si torna alla stagione storta, Pecco non si mette sul piedistallo della sfortuna. Si prende la sua parte. «La vivo non benissimo perché riconosco che avremmo potuto fare sicuramente di più», dice. E poi l’ammissione che pesa: «In molte occasioni sono stato più io quello che non ha performato come avrebbe dovuto». Ci sono stati anche episodi sfortunati, come la gomma bucata mentre era secondo e lottava per vincere: «Abbiamo avuto anche sfortune… aver bucato una gomma in gara quando ero secondo». Ma il punto non è l’alibi. Il punto è come reagisci dopo. Bagnaia prova a trasformare tutto in metodo: «Tutto serve da lezione, tutto aiuta per imparare a crescere». E poi una promessa che suona più come un impegno verso se stesso che come una frase per i tifosi: «Sicuramente prossimo anno… saprò reagire in modo diverso».
Dentro questo racconto c’è anche una riflessione sul suo stile. Cattelan gli ricorda l’immagine del Pecco “o vinco o cado”. Bagnaia mette ordine e spiega il perché, andando indietro agli anni in cui certe scelte tecniche e certi errori avevano inciso. E quando arriva al presente, all’era delle sprint race, la chiave è la fretta: «Adesso che abbiamo anche la sprint race in un weekend, bisogna anticipare tutto il lavoro». Non puoi più aspettare, non puoi più costruirti il weekend con calma. Devi spingere prima. Devi cambiare mentalità.
E poi c’è l’altro nodo: Marc Márquez. Cattelan glielo mette davanti senza giri di parole, perché è la domanda che tutti si fanno quando due giganti condividono lo stesso box. Bagnaia non la drammatizza, ma nemmeno la nasconde. Spiega che l’amicizia totale non esiste, che ci sono simpatie, ma che in generale lui è uno che va d’accordo con molti. E poi arriva la frase che descrive l’impatto di Márquez nel box Ducati: «Quando metti un pilota con un carisma, come può avere Marquez, nello stesso box, le cose sono due: o inizi a litigare da subito o riesci ad andare d’accordo». Bagnaia racconta che Márquez ha avuto un approccio tranquillo e che ha capito le dinamiche del team: «Ha capito le dinamiche del team… la priorità è cercare di mantenere un’atmosfera vivibile all’interno del box senza far casino, senza litigare». E poi chiude con una frase che, detta così, pesa più di cento comunicati stampa: «Ci siamo conosciuti sicuramente meglio quest’anno e il rapporto è stato ottimo».
Quando Cattelan chiede su cosa si litiga davvero, Bagnaia è netto: «Si litiga per i risultati, forse per screzzi in pista». E sul tema delicatissimo dei pezzi e delle differenze di trattamento, mette un paletto: «Siamo gestiti nella stessa identica maniera». Se non c’è il pezzo per entrambi, non lo dà nessuno. E difende quella filosofia come uno dei motivi della crescita Ducati: «È una filosofia che ha fatto crescere Ducati così tanto negli ultimi anni».
La puntata scivola anche su un territorio che raramente i piloti raccontano con questa naturalezza: il rapporto “quasi umano” con la moto. Bagnaia dice di non darle un nome, eppure ammette una forma di rispetto quasi scaramantico: «Preferisco pensare che sia un oggetto… però io son convinto che comunque se tu la tratti bene lei è più contenta». È una frase piccola, ma è un mondo: tecnica e superstizione, precisione e istinto, scienza e pelle.
Poi ci sono i box, il clima prima della gara, la concentrazione e il modo in cui lui la gestisce. Bagnaia dice che tende a sdrammatizzare: «Più parlo più mi rilasso». In griglia resta serio, ma la battuta ogni tanto arriva. E in mezzo ai dettagli pratici, spunta anche una cosa che fa capire quanto la MotoGP sia fatta di uomini e non di robot: quando succede un incidente serio, quando vedi gli elicotteri entrare in pista, la testa si sporca. Bagnaia lo dice senza pose: «Ci metto diverso tempo a riprendere la concentrazione». E racconta un episodio del 2021 al Mugello che per lui pesa ancora: «Io dico che non ho vinto il titolo perché… c’è stata una gara a Mugello dove purtroppo un ragazzino morì nella categoria minore». Subito dopo lui cadde facendo un errore stupido: «Sono andato a frenare su un cordolo e son caduto». E la chiave è questa: «È chiaramente una mancanza di lucidità».
C’è anche il lato “carrozzone”, quello che spesso il pubblico ignora. Bagnaia parla delle persone dietro al risultato con una frase che sembra un cartello appeso in ogni box: «Dietro al risultato finale ci sono 200 persone». E quell’enormità di persone ti trascina in un’agenda fatta di sponsor, ospiti, eventi, obblighi. Lui ammette di soffrire quel meccanismo, di arrivare stanco e trovarsi strappato via dalla telemetria: «Vengo lì, mi prendono, dobbiamo andare lì». E quando prova a dire “non lo sapevo”, Cattelan lo punzecchia. Pecco racconta la sua arma di autodifesa: «Io di questa cosa non ne ho mai sentito parlare, siete completamente pazzi». E Cattelan, ridendo, gli dà un nome: gaslighting. Bagnaia incassa, e ammette che alla fine serve pazienza: «Essendoci tante persone dietro bisogna far sì che tutto vada d’accordo».
Dentro questa normalità spuntano anche le cose che sembrano frivole e invece raccontano l’uomo: la cucina, la passione per i sughi, la sfida dichiarata con Bottura. Bagnaia la spara con l’aria di chi ci crede davvero: «Ho una sfida con Massimo Bottura a fare la spasta al pomodoro. Gli ho detto che lo batto». È una frase quasi comica, e proprio per questo è rivelatrice: un pluricampione che si misura anche fuori dalla pista, in un altro ring, per il gusto di farlo.
E poi arriva la parte più attuale, quella che riguarda il mondo esterno. Bagnaia parla dei social con fastidio, con disincanto. Dice che una volta il pilota poteva essere diretto, ora no: «Ormai non si può più». E quando gli è capitato di dire davvero quello che pensava, la reazione è stata violenta: «Sono stato mazzato. Shitstorm totale». Non lo dice per lamentarsi: lo dice come dato di realtà. «Il mondo è così, va avanti, bisogna adattarsi», aggiunge. Eppure rivendica una cosa: «Le moto sono rimaste una cosa alla fine genuina». È la sua ancora. La sua ultima zona franca.
La puntata si chiude come Supernova sa fare: con un gioco, una scarica elettrica, i riflessi, la risata. Ma anche lì Pecco resta Pecco: non vuole perdere. E lo dice, secco: «Non mi piace perdere». È una frase semplice, quasi banale, ma dopo tutto quello che ha raccontato suona come la sintesi di un anno intero.
In mezzo a tutorial e confessioni, aerodinamica e cucina, ombrellini e gabbie di matti, la puntata fa una cosa rara: ti fa vedere il campione senza trofei tra le mani. Ti mostra un uomo che non cerca scuse, che riconosce gli errori, che prova a trasformare una stagione complicata in una lezione. E che, davanti a un microfono, riesce a dire ad alta voce quello che in pista non si può permettere: «La vivo non benissimo». Perché, quando sei abituato a vincere, la parte più dura non è perdere. È capire chi sei quando non stai vincendo.