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La nota più autentica del Presidio per la Pace: la voce di Simone Lucca Barbero

A soli 14 anni emoziona il "presidio per la pace" con “Non sono un eroe” nella Giornata di Solidarietà con il Popolo Palestinese. Letture, testimonianze e il racconto di Dal Santo su Beit Ummar: raccolti 12 mila euro per la cisterna e mille per i bambini.

Quando la piazza si svuota davvero — quando gli ultimi cartelli vengono messi sotto braccio, quando il gazebo si richiude con quei gesti esperti di chi lo monta e lo smonta da anni, quando le persone ricominciano a parlare di cose normali mentre si incamminano verso casa — allora si capisce cosa rimane. Non un’eco, non una poesia, non un’impressione vaga.
Una consapevolezza leggera ma solida. Il 196° Presidio per la Pace è finito, ma qualcosa continua a muoversi.

Resta la voce di Simone Luca Barbero, 14 anni, arrivato da Viverone senza fare rumore. È uno di quei ragazzi che non cercano il centro della scena, e forse proprio per questo ci finiscono dentro in modo naturale. Lo si nota anche solo osservando come si avvicina al microfono: con rispetto, con una serietà istintiva che i ragazzi hanno quando capiscono l’importanza di un momento senza che nessuno glielo spieghi.

Il pubblico non sa tutto di lui — non sa, ad esempio, che ha già vinto un premio al Festival della Rosa di Aulla con un brano inedito presentato tra artisti più grandi di lui. Non sa che partecipa a progetti musicali che parlano di pace, che frequenta laboratori dove musica e testimonianza si intrecciano, che ha una borsa di studio assegnata dal suo Comune per merito. Non sa che è stato eletto nel Consiglio comunale dei ragazzi.
Ma tutto questo, in fondo, non serve alla piazza per capire.
Basta ascoltarlo.

Quando comincia a cantare “Non sono un eroe”, quel titolo — così essenziale, così diretto — sembra scritto apposta per lui. La sua voce non cerca di sorprendere, non rincorre effetti: arriva semplice, pulita, e proprio per questo cattura. A un certo punto qualcuno smette di parlare, qualcun altro si gira, qualcun altro ancora toglie la mano dalla tasca come per evitare qualsiasi rumore. È un ascolto spontaneo, non imposto. Un ascolto che vale più di un applauso. È la piazza che, per un attimo, si affida.

Ma il pomeriggio non si è ridotto a questo.
È stato, come ogni sabato da quasi quattro anni, un viaggio in tante direzioni: nelle parole dei poeti palestinesi, nelle testimonianze arrivate da Gaza, nei documenti delle Nazioni Unite, nelle voci delle scuole, nei volti che ritornano ogni settimana più determinati, più consapevoli.

Le prime parole le ha portate Pierangelo Monti. Ha ricordato che il presidio coincide con la Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese, istituita dall’ONU nel 1977. Ha letto il messaggio del Segretario generale Antonio Guterres. Un invito a “prendere ispirazione dalla resilienza del popolo palestinese”, una richiesta chiara di mettere fine all’occupazione, di avanzare realmente verso una soluzione a due Stati, come previsto dal diritto internazionale.

Monti ha poi aggiunto il quadro drammatico della Cisgiordania: la violenza dei coloni,
le case demolite, gli ulivi sradicati proprio durante la raccolta,  le strade interne chiuse da cumuli di terra, le detenzioni arbitrarie, le infrastrutture idriche e sanitarie rese inutilizzabili.

E ha ricordato, senza retorica, che la Quarta Convenzione di Ginevra vieta espressamente a una potenza occupante di trasferire la propria popolazione civile nei territori occupati. È una violazione netta, strutturale. Una ferita del diritto internazionale.

Dopo di lui sono arrivati i volti familiari che abitano il presidio: il cantante Fabrizio Zanotti, che ha portato “Il ragno nella stanza”, “Uranio” e “Aquarius”; Rossella Barzan; la poesia in lingua palestinese letta con voce limpida da Latifa; Franco Giorgio, Cadigia Perini, Mario Beiletti.

Il gazebo, con le sue cassette piene di titoli, è stato uno dei luoghi più frequentati. Genitori, insegnanti, anziani, famiglie. Ogni libro acquistato, ogni offerta lasciata, ogni breve conversazione scambiata sotto quel telo bianco è stata parte della stessa corrente che muove la piazza da 196 sabati.  

Letizia Carluccio ha letto messaggi di famiglie che ora vivono in tende di fortuna sotto la pioggia, che gioiscono per un pollo trovato al mercato, per una candelina su un dolce improvvisato. Bambini che ridono e giocano tra le macerie, ragazzi che allestiscono piccoli spettacoli per distrarre i più piccoli, studenti che si diplomano a distanza perché la scuola non esiste più.

E poi la voce di una giovane donna: una figlia di un anno, un marito ferito, l’inverno che entra nella tenda, l’acqua da cercare ogni giorno.

E quella frase che nessuno dei presenti ha dimenticato: “Abbiamo perso tutto… tranne l’amore.”

Tra gli interventi anche quello della vicesindaca Patrizia Dal Santo, che ha portato un ggiornamento preciso su Beit Unmar, la città palestinese gemellata con Ivrea. Le sue parole sono state chiare: la situazione resta grave. Non è una formula di circostanza, è un dato. Ma il filo di sostegno non si spezza, anzi: funziona. Dal Santo ha raccontato che, grazie alla raccolta fondi destinata alla costruzione di una cisterna d’acqua — nell’ambito del progetto “Un ponte per Beit Ummar”, realizzato con la Ong Vento di Terra — sono stati raccolti 12 mila euro, ai quali si aggiungono altri mille euro dedicati alle attività per l’infanzia. Numeri che raccontano un impegno concreto, costante, senza bisogno di aggettivi.

Ha aggiunto però che la situazione sul campo è peggiorata: attacchi, incendi alle coltivazioni, arresti. Ha spiegato che l’Amministrazione ha scritto anche all’ambasciata israeliana per protestare.
E ha accennato alla volontà di costruire nuovi progetti condivisi, magari attorno allo zaatar, la miscela di spezie che profuma la cucina araba.

Non è mancata neppure la pagina più amara del pomeriggio: il caso dell’imam Mohamed Shahin, raccontato da Cadigia Perini. Un caso che ha scosso Torino e che qui è stato ricordato con la preoccupazione di chi riconosce un’ingiustizia. Shahin è stato trasferito nel CPR di Caltanissetta, rischia il rimpatrio in Egitto e la sua “colpa” sarebbe una frase interpretata come reato d’opinione. In piazza è stato letto l’appello delle comunità religiose per impedirne l’espulsione.

E poi, come un cerchio che si chiude, sono arrivate le voci del coro Amwaj, registrate ma pulite, precise, intense. Cinquanta giovani da Betlemme e Hebron che cantano “Free Palestine”. 

La piazza è tornata alla normalità, ma non del tutto. Perché ciò che è accaduto rimane, si sedimenta, accompagna chi c’era.
E la forza di giornate come questa sta anche in questo: non cercano di essere speciali, non cercano di essere eroiche. Si limitano a essere autentiche. E l’autenticità, quando accade, rimane.

Cadigia

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