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Un filo che non si spezza: Ivrea si ferma per la Palestina

Letture, musica, testimonianze e la raccolta di libri per i progetti di solidarietà con Beit Ummar nella Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese

Nonostante il freddo di fine novembre, piazza Ferruccio Nazionale oggi non trema: vibra. Di voci, di passi, di cartelli alzati. È in corso il 196° Presidio per la Pace di Ivrea, un appuntamento che da quasi quattro anni non salta un sabato e che oggi — 29 novembre 2025 — assume un significato ancora più profondo: la 48ª Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese.

La piazza è ben partecipata: viva, attraversata da famiglie, studenti, pensionati, giovani attivisti, mamme con bambini. Un clima che non è di protesta e non è di festa, ma qualcosa di diverso: un clima di testimonianza, di presenza, di ascolto.

Sul piccolo palco improvvisato — un leggio, un microfono, niente retorica — passano di mano in mano pagine di vita: poesie palestinesi, racconti, estratti di discorsi dell’ONU, riflessioni scritte nei giorni scorsi da studenti eporediesi che nelle scuole stanno raccogliendo libri da destinare ai progetti di solidarietà. Ogni voce porta una storia. Ogni storia porta una ferita. Ogni ferita una possibilità di pace.

Poi arrivano gli interventi. Il primo è un aggiornamento su Beit Ummar, la città palestinese gemellata con Ivrea: la situazione resta grave, spiegano, ma la rete di sostegno continua a funzionare. “Non facciamo miracoli — racconta un referente del Comitato Ivrea per la Palestina — ma manteniamo un filo. E a volte un filo basta per non lasciare soli.”
Il pubblico ascolta: qualcuno applaude piano, altri restano in silenzio. La piazza è composta, ma profondamente coinvolta.

Infine la musica, che non alleggerisce il clima ma lo approfondisce. Al microfono, tra gli altri, Luca Barbero di Cavaglià e Fabrizio Zanotti. Suoni essenziali, corde che vibrano, percussioni leggere, un canto che parla di casa, di frontiere e di ritorni. Nessuno balla, nessuno applaude fragorosamente: si ascolta. Una preghiera laica che riempie l’aria.

Sotto un gazebo laterale intanto procede la raccolta dei libri per bambine e bambini: chi passa può prenderne uno lasciando un’offerta libera. Il ricavato andrà ai progetti per Beit Ummar. Genitori scelgono un titolo per i figli, insegnanti portano pile di libri raccolti nelle classi, signore anziane sfogliano albi illustrati come se quel gesto fosse, oggi più che mai, un atto politico. E lo è.

Sul fondo si leggono cartelli semplici: “Pace”, “Diritti per tutti”, “Fine dell’occupazione”, “Libertà”. Nessuno slogan urlato, nessuna contrapposizione esasperata. Solo la scelta collettiva di una comunità che — per 196 sabati consecutivi— ha deciso di esserci. Di non abituarsi. Di non voltarsi altrove.

“Qui non celebriamo niente,” dice un uomo con la kefiah sulle spalle. “Qui resistiamo.”
Poco distante, una ragazza sussurra: “Mi sembra importante. Davvero importante.” Accanto a lei, un bambino di dieci anni tiene un cartoncino fatto a scuola: il disegno di due mani che si stringono attraverso un filo spinato.

La piazza, in questo pomeriggio sospeso tra autunno e inverno, racconta esattamente questo: un filo che non si spezza.

Il presidio proseguirà ancora per un’ora abbondante. Sono previste altre letture, altri interventi, altre testimonianze arrivate nelle ultime ore da Beit Ummar. Ma il significato della giornata è già evidente: Ivrea, città di fabbriche, di montagne, di storia operaia e culturale, riesce ancora una volta a mostrarsi comunità. Una comunità che sceglie la pace, la dignità, il diritto di vivere liber*.

Non è un rito. Non è un’abitudine. Non è un appuntamento da calendario.

È un impegno. Un impegno che oggi, più che mai, ha un nome preciso: solidarietà.

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