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29 Novembre 2025 - 11:57
Un videomessaggio di pochi minuti, pubblicato senza clamore ma destinato a pesare nel dibattito pubblico. Il vescovo Derio Olivero, guida della diocesi di Pinerolo, ha scelto di intervenire direttamente sul caso di Mohamed Shahin, l’imam torinese arrestato e destinatario di un decreto di espulsione dopo alcune frasi pronunciate sul 7 ottobre, giorno dell’attacco di Hamas a Israele. Lo ha fatto con parole nette, chiedendo di fermare l’espulsione, di garantire un processo regolare e di non scambiare un’opinione — per quanto controversa — con un atto che pregiudica i diritti fondamentali di una persona.
Nel videomessaggio, Olivero ripercorre i punti che lo hanno spinto a intervenire. Sottolinea anzitutto che Shahin vive in Italia da vent’anni, è incensurato e si è sempre speso «per il dialogo e la collaborazione» all’interno della comunità torinese. È questo, secondo il vescovo, il primo elemento che non può essere ignorato in una valutazione complessiva della vicenda. Poi arriva il nodo centrale: «Mi sembra strano e assurdo che ora rischi di essere espulso per delle opinioni espresse pubblicamente». Olivero richiama il principio della libertà di pensiero, rivendicando un fondamento che ritiene inviolabile: giudicare un uomo per ciò che ha detto non può trasformarsi automaticamente in una misura che ne mette a rischio la vita. «Un uomo ha diritto a difendersi e a un processo regolare», aggiunge, facendo riferimento anche alla preoccupazione per la sicurezza personale dell’imam nel caso di rientro forzato nel Paese d’origine.
Il contesto in cui l’appello arriva è già incandescente. Negli ultimi giorni Torino è stata attraversata da manifestazioni e proteste legate proprio alla vicenda dell’imam. Alcune frange hanno individuato nella stampa un presunto avversario, arrivando fino all’assalto alla sede de La Stampa, dove un gruppo di manifestanti ha fatto irruzione gridando slogan in difesa di Shahin e accusando il quotidiano di complicità nel suo trasferimento al Cpr. Un episodio che ha scatenato una condanna unanime da parte delle istituzioni e che ha mostrato quanto il caso dell’imam sia diventato un punto di tensione fra politica, opinione pubblica e diritto.
In questo quadro, l’intervento del vescovo di Pinerolo ha un significato che va oltre la solidarietà personale. È un richiamo alla proporzionalità, al rispetto delle garanzie, alla necessità di separare il piano delle idee — anche quelle che possono ferire o dividere — dal ricorso a strumenti amministrativi che hanno conseguenze drastiche sulla vita di un individuo. Olivero non entra nel merito politico delle parole pronunciate da Shahin. Non minimizza, non difende il contenuto di quelle frasi. Lo ribadisce nel messaggio: si può essere contrari, si può dissentire. Ma non si può, a suo giudizio, «condannare una persona soltanto per quello che ha espresso».
La figura di Mohamed Shahin, nella comunità torinese, è legata da anni al dialogo interreligioso, ai percorsi condivisi con associazioni e realtà cattoliche, alla collaborazione con progetti sociali in vari quartieri. È proprio questa storia a pesare nell’intervento del vescovo, che lo definisce «un uomo di dialogo». L’arresto e il rischio di espulsione hanno aperto una frattura che Olivero ritiene pericolosa se affrontata con strumenti frettolosi o punitivi.
Il messaggio si chiude con un invito che è, in realtà, un monito: «Crediamo nella democrazia e nel dialogo. Non possiamo restare indifferenti». La richiesta è quella di far circolare l’appello, di costruire attenzione e consapevolezza attorno a un caso che ormai ha superato i confini della comunità islamica e delle dinamiche giudiziarie. Il vescovo chiede che la decisione su Shahin non si trasformi in una forbice che recide principi fondamentali.
L’appello di Derio Olivero, in un momento in cui Torino è attraversata da proteste, tensioni e una discussione spesso polarizzata, riporta al centro il nodo più delicato: la tenuta delle garanzie democratiche quando la pressione sociale aumenta. E ricorda che dietro ogni decreto, ogni polemica, ogni protesta, c’è sempre una persona, un percorso, una storia che chiede di essere giudicata nelle sue reali proporzioni.

L'imam Shanin
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