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Assalto alla redazione de La Stampa a Torino: la condanna unanime di politica e sindacati

Dopo l’irruzione del gruppo di manifestanti in via Lugaro, un fronte trasversale di amministratori, sindacati e forze politiche richiama il valore costituzionale del giornalismo e chiede risposte rapide

Assalto alla redazione de La Stampa a Torino: la condanna unanime di politica e sindacati

Assalto alla redazione de La Stampa a Torino: la condanna unanime di politica e sindacati

L’assalto alla sede torinese de La Stampa, avvenuto ieri pomeriggio quando una frangia violenta del corteo dello sciopero generale ha fatto irruzione negli uffici vuoti di via Lugaro, è durato pochi minuti. Le conseguenze, però, rischiano di lasciare un segno profondo. Dopo la prima ricostruzione dei fatti – lanci di letame contro i cancelli, muri imbrattati, pile di giornali rovesciate, scritte minacciose come “Giornalista terrorista” e “Giornalista ti uccido” – oggi è il tempo delle reazioni politiche. E il quadro è netissimo: di fronte a un attacco diretto a un giornale, il fronte istituzionale si ricompatta.

Il punto, infatti, non è più la cronaca dell’incursione, già ampiamente diffusa, né la dinamica con cui un centinaio di manifestanti ha sfondato un accesso laterale dell’edificio mentre il corteo principale proseguiva verso il centro. Il punto è ciò che questo gesto significa, in una giornata in cui la categoria scioperava per il rinnovo di un contratto fermo da dieci anni: un messaggio politico che travalica la protesta e colpisce la stampa come bersaglio.

In poche ore, le risposte di Comune, Regione, Consiglio regionale, sindacati e forze politiche hanno definito un'unica narrazione: la libertà di informazione è un pilastro democratico e l’assalto di ieri non può essere normalizzato né minimizzato.

Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo ha parlato di un atto «inaccettabile», sottolineando come l’irruzione colpisca «un simbolo del diritto alla libera informazione, uno dei pilastri della nostra democrazia». Il primo cittadino ha ricordato che «manifestare pacificamente è un diritto, devastare una redazione è un’altra cosa: episodi simili non possono essere tollerati».

Una linea che trova eco immediata nelle parole del presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, il quale ha definito l’attacco «inaccettabile» e ha parlato di «assoluta condanna» nei confronti dei responsabili. Cirio ha denunciato la confusione, sempre più frequente nelle piazze, fra dissenso e violenza, sottolineando che «gli attacchi sono particolarmente odiosi quando hanno come obiettivo l’informazione, baluardo di libertà e democrazia».

Durissimo anche il presidente del Consiglio regionale, Davide Nicco, che ha condannato il gesto mettendo in luce una contraddizione: «Se manifesti per dire che un imam è “non violento” e lo fai devastando una redazione, smentisci te stesso: la tua protesta perde credibilità». Nicco ha ribadito che «manifestare è un diritto sacrosanto, usare la violenza no», chiedendo che gli autori vengano «identificati e perseguiti rapidamente».

Il fronte politico si allarga. Da Forza Italia, il senatore Roberto Rosso e il segretario cittadino Marco Fontana parlano di «atto gravissimo» e denunciano un «salto di qualità nella violenza che sta soffocando Torino». L’attacco a un giornale, spiegano, «non è semplice protesta: è un attacco diretto alla democrazia». E non manca una stoccata al quadro politico torinese: «C’è una parte della politica che continua a minimizzare o a guardare altrove. Questo atteggiamento è complicità pura».

La condanna arriva anche dal mondo sindacale: la Cisl Torino e Piemonte, con i segretari Giuseppe Filippone e Luca Caretti, definisce l’irruzione «un vile assalto» e un «attacco intollerabile alla libertà di stampa, ai lavoratori dell’informazione e alla convivenza civile». I sindacalisti sottolineano la gravità del contesto: «È accaduto nel giorno dello sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto e per difendere un’informazione libera e plurale». Una coincidenza che amplifica il valore simbolico dell’aggressione.

L’offensiva politica, dunque, si concentra su tre assi: rifiuto della violenza, difesa della libertà di stampa e necessità di identificare rapidamente i responsabili. Ma sullo sfondo si muove una riflessione più ampia: il rapporto tra società e informazione si sta deteriorando, e il ricorso alla violenza contro i media non è più un tabù per alcune frange estremiste.

Nell’assalto di via Lugaro, tra letame lanciato contro i cancelli e slogan ostili ai cronisti, è emerso un mix di rabbia diffusa e narrativa distorta: i manifestanti hanno accusato La Stampa di essere «complice» dell’arresto e del trasferimento al Cpr dell’imam Mohamed Shahin, una ricostruzione totalmente infondata ma usata come pretesto per colpire un’istituzione dell’informazione cittadina.

L’immagine dei locali vuoti, violati mentre i giornalisti scioperavano per un contratto scaduto da dieci anni, ha una forza simbolica che non sfugge ai commentatori politici. Il settore dell’informazione, stremato da crisi editoriali, tagli, mancanza di tutele e condizioni economiche deteriorate, diventa paradossalmente il bersaglio di chi ritiene i cronisti parte di un potere ostile. Il risultato è un dialogo sempre più fragile, dove il dissenso lascia spazio alla delegittimazione e, nei casi estremi, all’aggressione.

Da questo quadro nasce la compatta condanna istituzionale: non solo per difendere un singolo quotidiano, ma per affermare che ogni attacco a un organo di stampa è un attacco alle regole democratiche. Lo ha ricordato chiaramente Lo Russo, lo ha ribadito Cirio, lo ripetono sindacati e forze politiche: la violenza non può essere normalizzata, né giustificata da contesti internazionali, né confusa con attivismo politico.

Il dossier ora passa alle forze dell’ordine, chiamate a ricostruire la dinamica dell’irruzione e a identificare gli autori. Ma la risposta politica, unanime come non accadeva da tempo, suggerisce che l’episodio di via Lugaro rappresenti un punto di svolta: non solo un fatto di cronaca, ma un allarme lanciato a tutto il Paese sullo stato della democrazia informativa.

In una città in cui il settore del giornalismo vive una crisi profonda e la piazza è attraversata da tensioni nuove, l’assalto alla sede di un quotidiano nazionale diventa un monito: la libertà di stampa non è un dato acquisito, ma un patrimonio da proteggere ogni giorno, soprattutto quando viene messa nel mirino.

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