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I reportage de La Voce

Tutto quello che devi sapere sulla Polizia Locale (L'INTERVISTA)

Seconda parte della nostra inchiesta sul funzionamento della Polizia Locale: intervista al Comandante del Corpo di Nole Marco Ortalda

Ho sempre coltivato una grande passione per il mondo giuridico anche quando facevo il tecnico a Smat, e quando è capitato ho fatto il concorso nel 2001 a Lanzo. Lì sono stato parecchi anni, e in seguito sono stato per due anni e mezzo come agente a Venaria, e poi a maggio 2019 sono diventato Comandante qui a Nole”.

Marco Ortalda sta seduto dietro alla scrivania del suo ufficio. Lo incontriamo un venerdì mattina prima di partire in pattuglia con lui e coi suoi agenti. Siamo qui per chiedergli qualche curiosità sul suo mestiere. Per chiedergli, insomma, tutto quello che avremmo voluto sapere su come funziona un Corpo di Polizia Locale e che non abbiamo mai osato approfondire.

Come ha visto cambiare il mestiere nel corso degli anni?

Ho visto cambiare i ragazzi che entrano all’interno dei Corpi. Non che una volta fosse diverso, forse la vedo io con occhi diversi: all’epoca ero un agente e avevo una certa prospettiva, ora dopo un po’ di anni vedo molti giovani che si avvicinano a questa professione e sono molto motivati. Noi ne siamo un esempio: abbiamo degli agenti che hanno mediamente 28/30 anni. Anche ai corsi di formazione vedo le loro interazioni, le domande che fanno e il modo di porsi e mi fanno ben sperare. È cambiata anche la vecchia immagine del vigile che fa solo le multe: ormai la nostra attività è a 360 gradi. Noi dipendiamo dai sindaci, i quali ricevono le istanze dei cittadini, e queste istanze sono diverse rispetto a molti anni fa. Noi ci troviamo ad affrontare anche in un contesto piccolo come Nole situazioni che mai ci saremmo sognati di dover affrontare.

La vulgata per cui “la Polizia Locale fa solo le multe” quindi è falsa...

L’attività sanzionatoria fa parte del nostro lavoro, forse una volta era più preminente mentre adesso è affiancata da tutta una serie di altre attività. Intanto c’è tutta la parte di gestione dell’ordinario, e va detto che uno dei problemi che accomuna tutti i nostri Comandi è la ridotta dotazione organica: le norme regionali prevedono un numero di agenti rapportati alla popolazione e quasi tutti i Comandi sono sotto questo parametro. Il nostro non fa eccezione, ma ovviamente a questa problematica si risponde dando delle priorità. Nei nostri uffici noi facciamo tante cose che non si vedono: rilasciamo le autorizzazioni di pubblica sicurezza, i contrassegni per disabili, le ordinanze di viabilità, le occupazioni di suolo pubblico e così via. Parte del nostro lavoro è anche il rapporto con i Comandi dei Carabinieri, per cui effettuiamo ad esempio ricerche dei filmati acquisiti tramite le telecamere. 

E i reati ambientali come lo scarico illegale dei rifiuti?

Tra le nostre qualifiche c’è anche quella di agente o ufficiale di polizia giudiziaria. Quindi quando noi operiamo con questa qualifica usciamo dall’ambito comunale e dipendiamo direttamente dall’Autorità giudiziaria. Ci occupiamo quindi ad esempio di illeciti in materia urbanistica e di edilizia. In caso di reato l’ufficio tecnico relaziona alla Polizia Locale che poi comunica con la Procura della Repubblica. Lo stesso vale in materia ambientale: una recente normativa ha tramutato l’abbandono di rifiuto da parte del privato da illecito amministrativo a reato penale. Riusciamo a fare tutto ciò anche se il nostro organico attualmente è di cinque operatori su sette previsti in base alle caratteristiche del comune.

Prima mi parlava di situazioni che non avrebbe mai immaginato di affrontare: a cosa si riferisce?

Una volta, soprattutto nei paesi, molte questioni venivano affrontate solo dai Carabinieri. Negli ultimi anni ci siamo invece ritrovati ad operare in autonomia o congiuntamente ai Carabinieri su problematiche di convivenza con delle ricadute di sicurezza urbana. La Polizia Municipale è quindi in prima linea nell’affrontare queste situazioni, un po’ perché abbiamo gli strumenti normativi per farlo, un po’ perché agiamo assieme all’Asl e ai servizi socioassistenziali, soprattutto quando si tratta di questioni che necessitano di un approccio più ampio di quello solo di polizia. 

E poi ci sono le azioni legate alla circolazione stradale

Sì, ci occupiamo anche del problema della sicurezza della circolazione stradale: interveniamo ad esempio con gli etilometri per contrastare il fenomeno della guida in stato di ebbrezza, che è un problema molto sentito a livello sociale. L’aspetto fondamentale è quello della prevenzione: se si sa che vengono svolti questi servizi le persone ci pensano due volte prima di mettersi alla guida se hanno bevuto. Abbiamo controllato molti giovani, e devo dire che mi ha fatto piacere vedere che molti si organizzavano per designare un guidatore che si “sacrificava” rispetto agli altri che magari facevano festa.

Quindi c’è stata un’evoluzione da questo punto di vista in termini di consapevolezza.

I giovani hanno capacità di autorganizzarsi, meno le persone di una certa età. Non ricordo di aver sanzionato ultimamente i giovanissimi, forse più le persone di una certa età, che essendo abituati a fare in un certo modo da sempre sono meno permeabili ai messaggi di sensibilizzazione dei media e delle Forze di Polizia. Noi facciamo anche molte attività con le scuole di ogni ordine e grado. Partiamo dalle elementari e dalle materne fino alle scuole medie. Alle medie, dove ci sono i ragazzi generalmente più ricettivi e svegli, abbiamo svolto questi incontri sulla sicurezza stradale. Non si tratta quindi di incontri sul codice della strada in generale, ma leghiamo questo discorso a quello della sicurezza. Abbiamo anche organizzato degli incontri sulle sostanze psicotrope. Bisogna informare i ragazzi perché solo così possono prendere delle decisioni che non li fanno cadere nei pericoli. 

Prima abbiamo parlato della piaga della guida in stato di ebbrezza. Ce n’è un’altra di cui si sta parlando molto, ed è la violenza sulle donne. Che ruolo hanno le forze di polizia nel contrasto a questo fenomeno?

Qualche anno fa è stata approvata la legge sul Codice Rosso, una normativa che in determinati casi consente di percorrere una via privilegiata nei confronti dell’Autorità giudiziaria perché la gravità della situazione richiede un immediato intervento dello Stato. Ricordo che il secondo anno in cui siamo arrivati qui abbiamo fatto un intervento relativo a un codice rosso. La peculiarità di queste situazioni è che richiedono l’intervento della polizia giudiziaria, con un contatto con il Pubblico Ministero che deve valutare la situazione nell’immediatezza e adottare interventi di allontanamento, ad esempio, sia del soggetto debole sia di quello che attua comportamenti lesivi della dignità della persona. Questi reati hanno anche un loro peso dal punto di vista psicologico, soprattutto se durano da tempo. Noi purtroppo non siamo a conoscenza di queste realtà finché non ne siamo informati, ma come organi di competenti abbiamo una nostra sensibilità per intervenire. Molti comandi sono per esempio dotati di una stanza d’ascolto: uno spazio accogliente, arredato, in cui una persona con delle necessità particolari viene messa a suo agio grazie all’aiuto di personale di sesso femminile appositamente formato. 

Le chiedo ancora questo: c’è un episodio che le è rimasto particolarmente impresso in questi ventidue anni di carriera?

Uno è successo da poco, ed è stato l’intervento che abbiamo fatto qui a Nole salvando quel ragazzo rimasto impigliato nella sbarra del passaggio a livello di via San Vito. Io non sono intervenuto in prima persona come invece hanno fatto i miei due ragazzi. Peraltro questo peraltro dimostra la validità dei miei collaboratori, che si sono dimostrati volenterosi e motivati. È stato un intervento molto particolare che ha avuto risalto nazionale, perché non mi risulta che sia mai successo in qualche altra parte. Temevamo tutti per la vita del ragazzino e l’intervento degli operatori è stato risolutivo, con quell’idea geniale di mettere lo scuolabus sotto la sbarra per poi salirci sopra e tirare giù il ragazzino. L’intervento ci ha spaventato, ma quando sei in quella situazione l’adrenalina sale e agisci subito. Ho parlato di questo intervento anche ai miei allievi, per lasciare il messaggio per cui le nostre qualifiche prevedono anche un’esposizione al pericolo: noi dobbiamo risolvere i problemi anche senza aspettare l’intervento di altri. In quel caso il ragazzino non riusciva più a tenersi e i due agenti sono dovuti intervenire subito.

Ecco, l’esposizione al pericolo: voi come la affrontate?

Abbiamo notato nel corso di questi anni alcune difficoltà e alcune insofferenze verso l’autorità e verso il rispetto delle regole: qui ci è capitato di effettuare anche degli interventi su problematiche che potevano anche comportare rischi per l’incolumità delle persone che intervenivano. La nostra normativa prevede l’obbligatorietà delle armi in determinati servizi. La normativa della Regione Piemonte prevede anche lo spray al peperoncino e la mazzetta di segnalazione, che viene utilizzata anche come strumento di autodifesa. Non sono strumentazioni offensive, ma sono assegnate nell’ottica di avere tra le mani qualcosa di difensivo che sta in mezzo tra la mano nuda e l’arma, che è l’extrema ratio. A noi non è mai capitato di utilizzare questa strumentazione, perché normalmente col dialogo si cerca di condurre alla ragione i soggetti. Ad ogni modo, in questo mestiere le variabili sono molte: magari si esce per un controllo soste e ci si ritrova a fare tutt’altro. Importantissima da questo punto di vista è la formazione, che ci consente di operare nel modo corretto. 

Le faccio l’ultima domanda: un’altra vulgata che sui social si trova spessissimo è quella per cui le forze di polizia europee sono troppo “morbide” rispetto a quelle statunitensi. Lei che ne pensa?

Noi agiamo secondo le regole: si chiama principio di legalità. Come forze di polizia dobbiamo applicare le normative. Tutti noi abbiamo le nostre idee, ma quando ti trovi ad operare devi applicare la normativa. Secondo me le polizie hanno gli strumenti per lavorare: sia le strumentazioni tecniche sia gli strumenti di autodifesa. Chi non conosce bene la normativa potrebbe obiettare: ma perché non hanno ammanettato o arrestato quel determinato soggetto? Bisogna però capire di fronte a quali soggetti ci si trova. Magari sono soggetti deboli o che fanno uso di sostanze, che devono essere quando possibile aiutati. Sicuramente è chiaro che ogni intervento che viene fatto deve essere svolto in sicurezza. Dobbiamo mettere in atto tutte le misure per la difesa passiva, per difendere la nostra incolumità. Ci sono poi interventi che possono essere a rischio, come i tso, in cui diamo esecuzione a un’ordinanza del sindaco e interveniamo per immobilizzare il soggetto. Ma lo facciamo con delle attrezzature adeguate, ad esempio utilizzando dei cuscini che mettono al sicuro l’operatore e rendono inoffensivo il soggetto senza provocare danni. Insomma, le procedure ci sono, forse quello che spaventa un po’ è che molti colleghi sono preoccupati perché se intervengono in maniera troppo decisa c’è il rischio di essere querelati o sottoposti a un procedimento penale. E diciamo che non è piacevole ricevere un avviso di garanzia, anche perché pur essendo, per l’appunto, “di garanzia”, viene visto dalla maggior parte delle persone come il segno che qualcuno ha necessariamente fatto qualcosa. Agli operatori di polizia, ovviamente, dispiace anche di più essere indagati per aver posto in essere un atto del proprio ufficio. Detto ciò, se uno opera applicando le norme e tutelando le persone e sé stesso non dovrebbero esserci grossi problemi.

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