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Sanremo è morto e Willie Peyote l’ha ucciso. Evviva Sanremo, evviva Willie

Stamattina ci siamo svegliati più orgogliosi di essere leinicesi, torinesi, piemontesi. Ieri sera Willie Peyote ci ha fatto un regalo, anzi due. Ha portato “l’educazione sabauda” sul palco dell’Ariston, innanzitutto, ed è già tanta roba. Poi ha voluto fare di più, molto di più, donandoci ciò di cui avevamo bisogno: la morte di Sanremo.

Ieri sera il festival è morto e Willie Peyote l’ha ucciso. Con Sanremo è morta pure l’Italia. Evviva Sanremo, evviva l’Italia. Evviva Willie Peyote.

Guglielmo Bruno da Leini, in tarda serata, ha preso in mano il microfono e ha messo in musica un trattato di antropologia sull’oscenità dell’Italia e degli italiani. Con “Mai dire mai (La locura)”, Willie Peyote ha dato fuoco al velo della retorica, dell’ostentazione dell’io io io, dell’orrore del luogo comune che s’innalza a verità assoluta, del conformismo che si fa regola di vita.

È partito con una citazione della serie tv “Boris”: «Questa è l’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte“.  Sanremo è già l’Italia del presente: un paese di musichette sul palco dell’Ariston mentre fuori c’è la morte.

Com’era quel dialogo di Boris? Era la spiegazione di che cos’è la “locura” che dà il titolo alla canzone del leinicese. Ovvero «la pazzia», «la tradizione o merda (…), ma con una bella spruzzata di pazzia, il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola, Platinette. Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali, da tutte le nostre malefatte… Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. Vero o no? Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l’Italia del futuro: un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte». Insomma, «le tirate contro la droga, contro l’aborto, ma con una strana, colorata, luccicante frociaggine. Smaliziata e allegra come una cazzo di lambada».

Ieri Willie Peyote ha sputato in faccia a tutti noi. Al vivere che non è più vivere, ma sopravvivere, tirare a campare tra una pausa caffè e l’altra. E intanto noi ci ridiamo su.

«Sembra il Medioevo più smart e più fashion», ha cantato il leinicese.

Una bordata e un’altra ancora contro l’italietta. Contro una certa retorica femminista che prende male la mira: «Non ho capito in che modo twerkare vuol dire lottare contro il patriarcato». Eccolo, il conservatorismo che si tinge di paillettes.

E c’è il suo mondo, quello della musica, ridotto all’apparenza dei social dove vige la legge del più visto. «Le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su TikTok». Un mondo nel quale «Non si vendono più i dischi, tanto c’è Spotify».

Lì dove «riapriamo gli stadi, ma non teatri né live», con Willie che ironizza: «Magari faccio due palleggi, mai dire mai».

La locura, la locura. Nell’Italia in cui «vince la merda se a forza di ridere riesce a sembrare credibile».

Eccolo, Willie Peyote. Da Leini a Sanremo. A 35 anni classificatosi sesto alla seconda serata del festival, nono nella classifica generale. Lui che si definisce “Nichilista, torinese e disoccupato, perché dire cantautore fa subito Festa dell’Unità e dire rapper fa subito bimbominkia”. E chi se ne frega se non vincerà il festival, se il suo brano non conquisterà il pubblico italiano. Nel Paese della locura il “vero” non trionfa mai.

Chiediamocelo, dove stiamo andando. Willie Peyote è la nostra occasione per tentare di correggere la rotta.

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Blogger: Manuel Giacometto

Manuel Giacometto
La sfumatura

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