L’espressione più viva e genuina dei nostri avi per raccontare fatti e misfatti, gioie e dolori della propria vita comunitaria d’appartenenza è senza dubbio quella musicale. Nei canti e nelle danze nate dalla civiltà contadina dei secoli passati si può ricostruire uno spaccato di vita d’epoca, ritrovare caratteri ed espressioni caduti in disuso ma che hanno contribuito al mantenimento delle Radici. La memoria collettiva del passato, attraverso la trasmissione orale, ha quindi permesso alle generazioni future di poter leggere attraverso di essa momenti della propria storia.
È il caso di questa ballata montanarese, dedicata ad un pilone votivo campestre, cui intorno ad esso è passata molta storia civile e religiosa del nostro paese, il pilone della Goretta.
Nel vasto repertorio canoro canavesano questo è forse l’unico esempio di canto popolare avente come tema un pilone votivo, un bell’esempio lasciatoci dalla semplicità d’animo di tempi lontani.
Attraverso il testo della canzone scopriremo uno spaccato di vita locale.
Le origini
Partendo dal Cantone S. Anna, percorrendo la strada comunale della regione Goretta, all’incrocio con regione Dovesio (‘l Vèis) si trova il pilone. Anticamente questa zona era ricoperta da una fitta boscaglia, al cui centro scorreva il torrente Orco. Sulla sponda sinistra del fiume, in direzione dell’abitato di Montanaro, il bosco prende il nome di Selva Fullicia, mentre sull’altra sponda (direzione S. Benigno) prende il nome di Selva Gerulfia. La costruzione del pilone è legata al passaggio di S. Giuliana con le spoglie del martire Solutore. Secondo la tradizione, ai tempi delle persecuzioni cristiane, furono uccisi i soldati romani Solutore, Avventore ed Ottavio (1), convertiti alla nuova religione, facenti parte delle legioni di stanza in Svizzera e nelle nostre regioni. Solutore fu catturato nei pressi di Torino con i compagni Avventore e Ottavio. Mentre questi ultimi vennero decapitati sul posto, lui riuscì a fuggire nascondendosi a Ivrea presso la casa della matrona Giuliana, luogo dove si riunivano i primi cristiani eporediesi. Scoperto, fu inseguito ed ucciso nei pressi di Caravino (2). Si racconta che Giuliana volle recuperare le spoglie del Santo per seppellirlo a Torino, insieme ai suoi due compagni. Per mascherare l’impresa caricò il corpo su di un carro agricolo trainato da buoi, durante il tragitto sostò presso di noi nella regione Goretta (3), in attesa che le acque dell’Orco diminuissero dopo la piena (4). Giunta a Torino seppellì i corpi dei tre legionari, e sulla loro tomba innalzò una piccola cappella, successivamente distrutta durante i lavori di costruzione della cittadella. Venne poi sostituita, a mezzo chilometro di distanza, con la chiesa dedicata ai Santi Martiri, dove sono oggi conservate anche le sue reliquie.Il villaggio di Villalunga.
Nell’anno 1832, ad una quindicina di metri alla sinistra del pilone, quasi sotto la carreggiata della strada del Dovesio, furono scoperte le fondamenta di un’antichissima chiesa dedicata a S. Solutore.
Così pure, in parecchi altri poderi nelle vicinanze, durante degli scavi per lavori agricoli, vennero alla luce avanzi di fondamenta di costruzioni in pietre e mattoni. Si tratta dell’antico villaggio di Villalunga, sorto presumibilmente alla fine del tardo impero romano. Esso fu in seguito abbandonato a causa delle continue e devastanti piene dell’Orco.
A ricordo della chiesa venne quindi edificato il pilone della Goretta, dedicato ai Santi Solutore e Giuliana, recentemente restaurato nella muratura e nell’affresco da un noto pittore locale. La tradizione orale (a).
Durante un lavoro di ricerca sulle tradizioni musicali montanaresi, effettuato nei primi anni Ottanta del secolo scorso dall’illustre concittadino Angelo Saroglia (5) è venuta alla luce, dettata da un’anziana informatrice, una suggestiva ballata ribattezzata dallo stesso Saroglia “la leggenda del Pilon ‘d laGoretta”, dove l’immaginario popolare si interseca con gli avvenimenti della vita reale.
Racconta di una donna chiamata Maria che deve far macinare le arachidi per ottenerne dell’olio:Bondì, bondi a l’è rivaje,l’è rivaje la stagion‘d la torciura di bagige (6)
al molin ‘d l’Eva d’Or (7)
Buon dì, buongiorno, è arrivata,
è arrivata la stagione
della torchiatura delle arachidi
al mulino dell’acqua dorata.
Questa pratica era d’uso corrente in paese, e può farci risalire ad un periodo temporale certo sulla costruzione di questa canzone; in Italia, infatti, la coltivazione delle arachidi è stata introdotta intorno all’anno 1870, a Montanaro questa coltura ha avuto la sua diffusione una decina d’anni più tardi, con un certo sviluppo durante l’epoca del Ventennio, per terminare qualche tempo dopo la fine della guerra.
La torchiatura delle arachidi.
Sostanzialmente le arachidi venivano coltivate per uso domestico, per ricavarne olio da cucina.
Crescevano sotto terra, come i tuberi delle patate, al momento della raccolta venivano dissotterrate con l’aratro. Portate a casa venivano stese sull’aia ad essiccare al sole e successivamente sgusciate tramite trebbiatura con il correggiato (tascon). A questo punto erano pronte per essere portate alla torchiatura; dapprima vengono ridotte in farina al frantoio, passate sotto la pietra della molassa, cotte alla caldaia, e infine spremute sotto il torchio, da cui ne esce l’olio.
Il frantoio è costituito da una vasca con macina verticale, azionata da un cavallo o da un mulo che si muove in circolo. L’impasto derivato viene cotto in una caldaia e poi avvolto in un grande straccio di lana dalle fibre molto lunghe.
Il torchio è costituito da quattro travi verticali, con sei sbarre di ferro verticali di rinforzo e per la torsione, e un trave di legno orizzontale posta sulla parte superiore. Su di esso passa una vite di ferro terminante in un dispositivo in cui si inserisce un palo orizzontale. Quest’ultimo viene azionato, tramite una fune metallica, da un argano di legno posto a sinistra messo in movimento da uno a tre uomini. In questa maniera la vite, terminante con una testa in ferro, preme sui sottostanti blocchi quadrati in legno, che vengono spinti in una cassa sempre di legno inserita nella cavità quadrata del basamento in pietra. Un beccuccio posto sul fondo del basamento fa scendere l’olio nella sottostante pentola (8).
I panetti di semi oleosi (nosij) (9) pressati nella cassa di legno vengono poi sciolti in acqua e dati da mangiare al bestiame. Il proprietario del torchio viene pagato con i panetti, che li rivende come foraggio, mentre al contadino si restituisce l’olio.
La tradizione orale (b).
Tornando alla trama della canzone notiamo come donna Maria debba andare al “molin ‘d l’Eva d’Or” per svolgere il proprio lavoro. L’unico mulino a noi noto in zona è quello chiamato “dei boschi”, in strada del Porto, regione S. Marco, ancora esistente, ma, a quanto ci risulta, non è mai stato chiamato “’d l’Eva d’Or”. Un ipotesi potrebbe essere un sinonimo per intendere la vicinanza del mulino al torrente Orco (“al molin ‘d l’Eva d’Or” = al mulino dell’Orco / presso l’Orco). Resta però il fatto che, al momento, non risulta che il mulino fosse dotato di torchio per la spremitura delle arachidi. Oltretutto non esistevano vie di collegamento fra strada Goretta e il mulino, a meno che non esistesse una via non battuta dentro il bosco, o si costeggiasse la riva dell’Orco. Entrambe le direzioni sono comunque azzardate e molto scomode da praticare. Se vogliamo escludere questa ipotesi, per considerare un eventuale sito nei pressi del pilone, abbiamo accertato che in strada Goretta non sono mai esistite cascine o mulini dove potessero esserci dei torchi per la spremitura. A questo punto la fantasia è libera di galoppare a briglie sciolte; possiamo immaginare che la canzone sia nata fuori dalle mura montanaresi, o vissuta da gente che abitava in direzione Foglizzo o San Benigno, quindi con una tratta diversa da quella finora ipotizzata.
Sorvolando sulle congetture, il testo ci racconta che, giunti davanti al pilone, era d’uso un lascito d’olio utilizzato per l’accensione dei lumini come voto alla Madonna contro le “büre”, le piene violente e improvvise che l’Orco ci ha abituati nel tempo. Questo perché, così ci racconta l’informatrice, durante una büra improvvisa il fiume aveva travolto e ucciso una famiglia che si recava al mulino.
La Maria giunta davanti al pilone fece la sua promessa di voto alla Madonnina in cambio della buona riuscita del viaggio. Riuscì a fare il tragitto e ottenere l’olio. Al ritorno si sentì al sicuro e non volle mantenere la promessa data. Ma fatti tre passi inciampa, e nella caduta versa tutto l’olio per terra. Voltandosi verso il pilone Maria regala l’ovvia morale di ironica saggezza:
Ohi Madona, Ohi Madonò,
vardme nen con tò eujj da beu,
par sò aura tut ‘s t’euli
a l’ é nen pi mè né tò.
Oh Madonna, Oh Madonò,
non guardarmi con i tuoi occhi da bue (10)
perchè adesso tutto questo olio
non è più né mio né tuo!
Naturalmente anche la figura della Madonna fa parte del corollario popolare, dato che il pilone è dedicato ai Santi sopra citati.
Un’alternativa può essere lo “scambio” dei piloni votivi; immaginando che il sopracitato mulino lavorasse le arachidi, troviamo, in strada del Porto all’incrocio con quella di Prato Moriano, in allora zona boschiva, un antico pilone a ridosso della bealéra. Purtroppo non siamo in grado di risalire all’immagine devozionale in esso contenuta in quanto sbiadita nel tempo, ed il recente restauro ha cancellato le esigue tracce del passato. Quindi le nostre ricerche si spostano alla vicina chiesa dedicata alla Madonna di Loreto, unica traccia certa in zona di culto mariano. Trovandosi a poca distanza dai due piloni si può facilmente immaginare un percorso che partisse da li in direzione Goretta /Orco e viceversa, ciò giustificherebbe l’usanza del lascito d’olio motivandola appieno.
Riportiamo il testo completo (la grafia utilizzata è quella storica, detta anche piemontese – moderna).Bondì, bondi a l’è rivaje,
Buon dì, buongiorno, è arrivata,
l’è rivaje la stagion
è arrivata la stagione
‘d la torciura dij bagige
della torchiatura delle arachidi
al molin ‘d l’Eva d’Or
al mulino dell’acqua dorata.
Cariej cariej sti bagige
caricate, caricate queste arachidi
Carieje ‘n sal carton (11)
caricatele sul carro.
Ma ricordeve ad la bura,
Ma ricordatevi della piena
‘d la bura ad l’àutr ann
della piena dell’anno scorso
che na famija s’é portà via
che si è portata via una famiglia
con caval e carton.
con cavallo e carro.
Lassei, lasseje un po’ d’euli Lasciate, lasciategli un po’ d’olio
un po’ d’euli ‘nt el lumin,
un po’ d’olio nel lumino
ant el lumin del pilon
nel lumino del pilone
‘d la Madona dal pilon.
della Madonna del pilone.
E la Maria ‘d cò chila
E la Maria anche lei
Al sò vot l’avia fét:
il suo voto aveva fatto:
- un po’ d’euli mi ‘t lasso
-un po’ d’olio ti lascio
‘n tel lumin dal pilon,
nel lumino del pilone,
fame ‘ndà e tornà
fammi andare e tornare
con la sesta ben carià.
con la cesta ben carica.Quand ch’a torna, la Maria Quando torna, la Maria
l’è sentusse al sicur:
si è sentita al sicuro:
- Ohi Madòna, ohi Madonin
- Ohi Madonna, ohi Madonnina
vardme nen con tò eujin,
non mi guardare con i tuoi occhietti
che àura d’euli, àura d’euli
che ora di olio
mi ‘t na do pròpi nen.
non te ne dò proprio nientema Maria fà trej pass
ma Maria fa tre passi
trej pass par robatà.
tre passi per cadere.
‘N mes ‘d la stra robata ‘n tèra
In mezzo alla strada cade per terra
‘n mes ‘d la stra l’euli spatèra
in mezzo alla strada sparge l’olio
‘n mes ‘d la pòver ‘s sa spansa
in mezzo alla polvere stramazza
‘n mes ai pere cheuj l’euli.
in mezzo alle pietre raccoglie l’olio.
Ohi Madòna, ohi Madonò
Ohi Madonna, ohi Madonnina
Vardme nen con tò euj da beu,
non guardarmi con i tuoi occhi da bue
par sò àura tut ‘st’ euli
perché adesso tutto questo olio
a l’è nen pi mè né tò.
non è più né mio né tuo.
Testimonianze.
Al momento di chiudere l’articolo un nostro informatore, il signor M. P., classe 1924, ci lascia questa interessante testimonianza:
«Io sono nato qui, all’ombra del campanile di S. Rocco, e ti posso dire chi torchiava i radiche da queste parti. Vedi quella casa laggiù (indicando alla sua sinistra)? Lì torchiavano le arachidi, erano gli unici in questa zona, poi ti toccava andare dall’altra parte del paese… No, al mulino dei boschi il torchio non c’era, di questo sono sicuro. Secondo me la fantasia della gente ha creato questa diceria, in fondo il mulino è solo laggiù.”
Dal terrazzo di casa sua, a ridosso della campagna montanarese, si può vedere correre strada della Goretta in tutta la sua lunghezza, sulla sinistra strada del Porto con il pilone di Prato Moriano, e sullo sfondo il magnifico contorno delle Alpi capeggiate dal Monviso e più in basso la basilica di Superga. Dal balcone sul retro i campanili di S. Rocco e S. Anna.
Con molta facilità si può intuire il percorso che i nostri avi facevano con il loro carico; “si vede che la canzone l’hanno fatta quelli che abitavano al di là del pilon!»Note
1. Oggi venerati come santi e martiri.
2. Sul luogo della decapitazione è sorta una cappella votiva.
3. A Montanaro vi è una leggenda popolare su questo episodio: S. Giuliana ha appena toccato la riva opposta del fiume che un lupo sbuca dal folto della boscaglia, uccidendo uno dei buoi che trainano il carro. La Santa, invocando l’aiuto del Signore, afferra l’animale per la collottola e l’aggioga al carro in vece del bue ucciso.
4. Notiamo come questo episodio ricorra nel leit motiv della canzone.
5. Tra i fondatori del gruppo di musica tradizionale “la Cuntradansa” di Montanaro, attiva nei primi anni ottanta durante la moda del filone Folk - Revival, ricercatore di tradizioni locali, collaboratore dell’AIS (Atlante linguistico etnografico dell’Italia e Svizzera meridionale) per quanto riguarda l’antica parlata montanarese. In seguito è divenuto un pregiato costruttore di ghironde.
6. Radiche è il termine dialettale corretto.
7. Eva d’òr, “acqua dorata”, è il nome dialettale dell’Orco, dato dalla presenza di sabbie aurifere.
8. Questo descritto è un torchio dei primi del Novecento.
9. Da notare come nel libro di Scheuermeier il termine dialettale da lui riportato sia panèlli o cuse. Oggi gli anziani del luogo conoscono solamente il termine nosij.
10. Piccoli, da sguardo torvo, arrabbiato.
11. Carton, grosso carro a due ruote per cavallo con stanghe e cassone.
Bibliografia
- Don Giuseppe Ponchia, Sulle allée tra le bealére, cose e persone nostre, Montanaro 1970.
- Associazione Amici del Castello e Complesso Abbaziale di Fruttuaria, Montanaro percorsi culturali vol. VII, febbraio 2009.
- Collana Babelis turris, Paul Scheuermeier, Il Piemonte dei contadini 1921- 1932vol. I, a cura di Sabina Canobbio e Tullio Telmon, con la collaborazione di Carla Gentili. Ivrea, Priuli & Verlucca, 2007.
- Aa.Vv., Il Canavesano 2009.Discografia
- Aa.Vv., Musica popolare in Montanaro Canavese, a cura del Circolo Culturale ENDAS “R. Bello”, Montanaro e Comune di Montanaro, CD Montancd/01/03 - 2003.
- Concert-Azione o canté ‘n po’ d’un – a canson, CD R&GZ0003 - 2005.
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