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Il Canavese e i suoi confini geografici

Il Canavese e i suoi  confini geografici
C’è sempre qualcuno che pone domande in apparenza oziose, astratte, accademiche. Una di queste potrebbe essere una parola disposta solitamente incurvata sulla carta geografica: Canavese, ad esempio, piuttosto che Langhe o Monferrato, per limitarci al solo Piemonte, oppure Brianza, Polesine, Casentino, Montefeltro, Aspromonte: chi potrebbe leggerne con sicurezza i confini in un a-tlante? Gioco impossibile per un comune lettore, ma accattivante per un appassionato di storia territoriale, di popolazioni, di geografia politica o regionale, ed una questione più che legittima per un abitante di questi luoghi. Se infatti dispieghiamo una moderna carta a colori, anche a scala ridotta, ed osserviamo le otto lettere di Canavese, inutilmente troveremo i contorni segnati di quest’area.   È tutto un susseguirsi e alternarsi di colori, fra il bruno delle montagne e lo smeraldo della pianura con l’azzurro delle acque, ed un formicaio di strade e toponimi a mano a mano che si procede: dai ghiacciai del Gran San Pietro al Po di Chivasso. Questo è il Canavese dei Gozzano, Cena, Flechia e Martinetti, dei Frola, Nigra, Giacosa e Mila – per stare a qualche nome contemporaneo della repubblica delle Lettere – ma pure terra di spacia-furnel, magnin e tecnocrati d’ingegno.     Dove inizia e dove finisce il Canavese più di uno storico si è detto sicuro di poterne tracciare i contorni, nondimeno il raffronto fra l’uno e l’altro studio è un ginepraio di sfumature che percorre i tempi lunghi della storia e della ricerca della nostra regione. Se la geografia è la scienza delle relazioni tra società, natura, uomo e ambiente, il confine (il limes, limite, confine, per assecondare la nostra madre latina nonché l’omonimo periodico di geopolitica) è quella linea di demarcazione che circoscrive un certo territorio nelle sue dimensioni politiche, amministrative, storiche e culturali. È fuor di dubbio che la frontiera canavesana si rivela un concetto del tutto teorico, soprattutto per la società del presente, in cui le culture si muovono e s’intrecciano nel loro aspetto «globalizzato»: eppure è ancora nelle piccole entità territoriali che non di rado sopravvive una impronta di coesione e di identità. Qui ci proponiamo di illustrare una, volutamente incompleta, rassegna di quanto la produzione libraria fin qui pubblicata ha detto sui confini, a cominciare dal concetto del territorio Canavese: «Regione storica del Piemonte, limitata dai corsi della Stura di Lanzo e della Dora Baltea, digradante dal margine delle Alpi Graie fino al Po» sintetizza il Dizionario Utet. Sentiamo invece il Bertolotti, che questi luoghi li ha percorsi in lungo e in largo, a piedi e in carrozza poco oltre la raggiunta Unità d’Italia, nella introduzione alle celebri Passeggiate: «Moltissimi italiani non sanno ove sia il Canavese e parecchi anche delle antiche province, che formavano gli Stati Sardi, ne hanno una confusa idea», e libri storici o narrativi sul Canavese, al contrario di altre contrade, sono rari, conclude. Nemmeno un quindicennio dopo, al termine del suo peregrinare fra i quasi duecento borghi visitati, il poligrafo lombardorese tratterà più ampiamente l’argomento: nel capitolo che titola «Corografia» – la descrizione geografica (nel senso lato) di una regione –, nel gusto letterario dell’epoca dirà che «L’aspetto generale di questa regione è sommamente vago e ridente; ovunque si presentano pianure ubertose, colli ameni, poggi aprichi, vallee deliziose con una coltura la più svariata, ed infine balze, sublimi nella loro orridezza»; e se i poggi aprichi ci conducono alle alture soleggiate e luminose sparse nell’intorno, le balze sono quelle del Gran Paradiso e delle creste che gli fanno da contorno, dove «eterno regna il ghiaccio». Antica terra dei Salassi, acerrimi oppositori delle legioni romane dei consoli Appio Claudio  Pulcro dapprima e Aulo Terenzio Varrone infine, solo attorno all’anno Mille assume il nome (dall’etimo assai discusso) di Canavese. «Il Canavese – commenta Giuseppe Maria Musso nel suo Invito al Canavese – è la civiltà dei Salassi e dei Romani; è quell’enigmatico Arduino d’Ivrea, più volte scomunicato e tradito; è il tuchinaggio rivoltoso e giustiziere», per dire degli abitanti originari e dei conquistatori, dei personaggi e delle ribellioni cui dobbiamo far fronte nell’esaminare questo passato. Un passato che, a partire da Pietro Azario (giurista novarese vissuto nel XIV secolo) e procedendo fino ai nostri contemporanei, ha raccolto un bel gruppetto di studiosi che si sono dedicati ad identificare i limiti geografici delle sue identità. Delle quali identità – culturali e sociali s’intende, ma da qualche anno nidifica un acceso dibattito-scontro, più o meno sotterraneo, anche sulle identità etniche, quando non apertamente razziali – oggi si procede ad un ricupero, e spesso eccessivamente folcloristico, che è doveroso mettere il luce. L’Azario, per diverso tempo al servizio dei Visconti di Milano e che ventenne, nel periodo 1339-43, è presumibile si trovi in Cuorgnè, nel De bello Canepiciano (1363) afferma che il Canavese «è un contado appartenente a diversi Conti, situato nella parte occidentale della Lombardia, con poche città e comprendente anche il contado di Masino. Cosparso di paeselli, di borghi, di castelli e di monti boscosi, vanta località amene ricche di messi, di viti, di prati e soprattutto di corsi d’acqua». Confina a levante «col distretto di Vercelli, a mezzogiorno con le terre del Monferrato sopra il Po, ad occidente, in parte, con le terre del Piemonte e in parte coi domini dell’illustre principe Conte di Savoia, e a settentrione colle Alpi ed altre terre del Conte, con la Città di Ivrea e la Valle d’Aosta attualmente appartenenti al suddetto Conte di Savoia», dove per terre del Piemonte l’Azario intende la Val di Susa, il Pinerolese ed il Torinese, dominio dei principi di Acaia, e per Conte di Savoia Amedeo VI, il Conte Verde.   In questa rapida esposizione non è certo possibile dar conto di ogni ricercatore, se non di buona parte di essi che, per autorevolezza o per la mole dello studio, non sarebbe possibile eludere. È il motivo che ci porta, nell’avvicinarci ai contemporanei, a spiccare un lungo balzo, trascurando un tempo di cinque secoli, per curiosare dove Bertolotti e Casalis indicano la frontiera canavesana in pieno Ottocento. Goffredo Casalis, nel suo dettagliato Dizionario (1836), alla voce «Canavese» sostiene che è un «tratto di paese a borea della provincia di Torino fra il Po, la Dora Baltea, e la Stura, i cui limiti crebbero, o scemarono ne’ varii tempi». Ne ricostruisce la storia iniziando con il dire che un luogo nei pressi di Rivarotta nel secolo decimo veniva chiamato Canava, «nome non infrequente d’antiche città, e di antichi villaggi», e poiché quella terra era considerata la più importante del circondario, «secondo lo stile di que’ tempi» era detta Curte Canavensis. Lo conferma Antonino Bertolotti che «a mano a mano che i signori della Corte Canavese e quindi i signori del Canavese, collegati, allargavano le loro conquiste, estendevano tal nome alle terre che venivano assoggettate. Secondo i tempi così noi troviamo i confini più o meno larghi» e stabilire una demarcazione «è cosa non tanto facile». Comunque ci prova: «verso Torino primieramente il Malone ne segnava il limite, poi la Vauda di Leynì, quindi la Stura e finalmente la Dora Riparia». Anni dopo, nel 1878, dando alle stampe l’VIII volume della sua corposa opera, sarà maggiormente dettagliato, inglobando sotto il nome Canavese «tutto il circondario d’Ivrea e buona parte di quello di Torino. Al nord confina con le gole della Valle d’Aosta e le Alpi Graie, che lo circondano al nord-ovest; la collina della Serra lo separa al nord-est dal Biellese; altri colli e poi la Dora Baltea all’est ed al sud-est lo dividono dal Vercellese. Un poco incerti sono i suoi confini verso l’ovest ed il sud-ovest, essendo variati, secondo i tempi; ma si può ritenere per estremo limite il Po, tirando poi una linea tra la Stura e la Dora Riparia, che comprenda tutta la Vallata di Lanzo».  Se ci sono sponde che hanno sempre dato motivo a dispute, esse sono certe estremità occidentali e meridionali. Una recente, erudita ed articolata dissertazione di Silvio Bertotto – esposta nella «Giornata di studi» su I confini occidentali del Canavese tra Malone e Stura a Settimo Torinese, nel 1998 – in cui sono passati al setaccio molti contributi che storici di ogni epoca hanno indagato la materia, le posizioni di Casalis e di Bertolotti sono, per così dire, prese di mira; rileva infatti Bertotto che la teoria storico-geografica dei due è «antica e radicata quanto inconsistente». E ne spiega ampiamente le ragioni. Ad esempio: già nel Seicento Francesco Agostino Della Chiesa «riteneva che il Monferrato avesse per limite estremo “a meza notte, il Po con il Canavese e parte del Vercellese”, dando quindi per scontato che le terre canavesane giungessero sino al grande fiume. Nella sua Corona reale di Savoia, il medesimo autore spiega che “l’antica provincia de’ Salassi modernamente chiamata Canavese [...] resta [...] chiusa fra il Po, l’Alpi e le due Dore”». Ed ancora negli ultimi decenni a noi più vicini sono parecchie le guide turistiche che adottano «acriticamente tale definizione geografica, spostando al più il confine occidentale sulla Stura di Lanzo».  Fra i numerosi saggisti incappati nel medesimo infortunio Bertotto cita il testo di Marziano Bernardi Torino e i suoi dintorni, apparso nel 1950, nel quale è spiegato «che “il bello e dolce Canavese, una delle più pittoresche regioni d’Italia”, è compreso “fra i corsi del Po e della Stura di Lanzo”». Una ragione del persistere nell’errore esiste, benché fin dal Settecento il vercellese Iacopo Durandi asserisca che mai il Canavese ha confinato con il più lungo fiume italiano, per quanto si pensasse che anticamente il Canavese fosse compreso fra i corsi del Po a meridione, della Dora Riparia a ponente e della Dora Baltea a levante.  E l’idea che la Dora Riparia e il Po costituissero la delimitazione occidentale e meridionale del territorio era fondata? Assolutamente no. Questa convinzione, argomenta Bertotto, «traeva forza dal diploma con cui l’imperatore Sigismondo eresse, nel 1414, a favore di Giangiacomo, figlio del marchese Teodoro di Monferrato», tutte le terre occupate dal marchese stesso, con la definizione «contea del Canavese». «Sta di fatto – prosegue – che la contea del Canavese fu una creazione artificiale», e tanto basta per confutare le tesi di Casalis e Bertolotti e di coloro che ad esse si accodano. Come si vede anche da queste poche righe, si è davvero in presenza di un labirinto dove è facile perdere il bandolo della matassa se il filo che ci indica i vari percorsi per un attimo si ingarbuglia, complici anche il rincorrersi fra di loro degli stessi toponimi destinati nelle varie epoche ad essere materia del contendere. Cerchiamo allora di non smarrirci e proseguiamo passo passo, con pazienza certosina, i sentieri che gli studiosi ci propongono. Un autore contemporaneo da collocare fra i maggiori interpreti di questa regione è Giuseppe Frola, la cui opera maggiore – il Corpus statutorum Canavisii, (Raccolta degli Statuti del Canavese), fondamentale trattato in tre volumi degli istituti giuridici medievali del Canavese, in cui lo storico montanarese traccia con competenza e rigore critico le fonti normative di un’ampia area territoriale del XIII secolo mai effettuata in Italia – verrà data alle stampe, postuma, sul finire della seconda decade del Novecento. Frola dettaglia un profilo storico-geografico dei confini canavesani di singolare interesse nel racchiudere l’area all’occupazione signorile di quelle «terre soggette direttamente od indirettamente ai conti del Canavese (Valperga, San Martino, Biandrate, Castellamonte, Masino), ai Visconti di Ivrea (dai quali derivarono i signori di Barone, Corio e Camagna, Settimo Vittone, Castruzzone, Arundello, Vische, della Torre etc.), al vescovo ed al Comune di Ivrea ed all’abbazia di Fruttuaria».  Date queste premesse, il Frola stabilisce con chiarezza le terre estreme canavesane: ad est «i monti che formano lo spartiacque tra il bacino della Dora Baltea e quello dell’Elvo», proseguendo con la Serra ed i comuni di Alice Inferiore (Alice Castello), Roppolo, Maglione e Vische, ma escludendo Borgo d’Ale, Viverone e Villareggia, mentre il «limite naturale del Canavese dopo Maglione è dato dalla Dora Baltea fino al suo incontro con il Po»; a sud è il solo Po che determina il confine fino a Brandizzo escluso; come escluse dal Canavese sono Leinì, Caselle, Ciriè e Lanzo; a sud-ovest «ultima terra canavesana» è Volpiano, con Lombardore, Rivarossa e Front; ad ovest Balangero e la «piccola catena» del monte Angiolino che fa da spartiacque tra l’Orco e la Stura fino alla Levanna, poi le Alpi Graie; per chiudere a nord con il «lungo contrafforte che, partendo dal Gran Paradiso, a poco a poco digradando va a morire sopra Quincinetto» e che divide le vallate dell’Orco, del Soana e del Chiusella dalla Valle d’Aosta. Per un romanziere e poeta come Salvator Gotta, cultore della «patria piccola», condizione necessaria per giungere a quella «grande», che racconta quello canavesano come un popolo «orgoglioso e nostalgico, preciso e insofferente di vaniloqui, militaresco senza esaltazione e, all’occorrenza, violento ove lo si offenda nel suo spiccatissimo senso di giustizia» (il giudizio è del 1931 e l’influenza retorica del momento evidente), il territorio è «distribuito quasi in un immenso triangolo di cui il lato nord s’alza lungo i pendii delle Alpi Graie dalla Valle dell’Orco alla Valle d’Aosta, il lato est segue tutta la linea diritta d’una bella morena della Serra d’Ivrea e il lato sud è segnato dai torrenti Orco e Malone fino al loro congiungimento sotto Chivasso». Un altro cantore è da sentire: assai divergente dal Gotta, e non solo per l’uso che Nino Costa fa del proprio canto piemontese, ma per i temi, delicati e popolari, che palesano un poeta «senza aggettivi, poeta che canta, secondo il cuore gli detta, verità e sentimenti universali» come osserva Luigi Einaudi nell’agosto del 1955, appena scaduto il mandato presidenziale. Torinese di nascita, Nino Costa dedica al papà canavesano i versi di Canavèis nella raccolta Brassabòsch, del 1928: Drinta ‘l serc dle soe montagne ch’a s’avsin-o al Paradis, con la blëssa dle campagne con la grassia dij paìs: tèra fòrta, tèra dura, tèra ‘d mas-c robust e san, as dëstend tra Dòira e Stura la region dij Canavsan e con j’acque cantarin-e j’albe ciaire e ij bei tramont, l’è na perla dle pi fin-e dla coron-a dël Piemont (1). Nel secondo Novecento il campo editoriale viene inondato di manuali, periodici, guide turistiche, opere enciclopediche settoriali che si aggiungono ai volumi tradizionali, anch’essi numerosi nell’ultimo cinquantennio. Un nome per tutti: Piero Pollino, prolifico divulgatore che negli anni Settanta sforna, tra l’altro, una cospicua serie di «Guide» – agili volumi su Canavese e vallate piemontesi dal taglio turistico, con puntuali accenni storici e artistici di ogni località. In fatto di guide, tuttavia, ancora una puntata a ritroso per leggere quanto scrive nel 1930 il prestigioso Touring Club Italiano nel volume Piemonte al paragrafo «Il Canavese e le Valli di Lanzo», anche qui con i consueti estetismi del periodo: «Molti vi passano; tutti quei che vanno in valle d’Aosta o ne tornano. L’attraversano per un buon tratto, in treno o in automobile; ma non lo vedono. Pochissimi sanno che il Canavese è una delle più pittoresche regioni d’Italia. Un’antica carta dell’èra feudale indica i confini storici di questa regione pedemontana e il suo territorio distribuito quasi in un immenso triangolo di cui il lato nord corre lungo i pendii delle Alpi Graie dalla valle dell’Orco alla valle d’Aosta, il lato est segue tutta la linea della Serra d’Ivrea e poi della Dora Baltea fino a Rondissone, e il lato sud è segnato dai torrenti Orco e Malone fino al loro congiungimento sotto Chivasso». È quello famigliare di Gotta, estetizzante e denso di richiami lirici, il Canavese del Touring che così prosegue: «Fra le quattro grandi strade che per valli e pianure portano le popolazioni canavesane ad Ivrea, capoluogo della loro antichissima regione, una ve n’è che nasce da un gran prato chiuso fra bianche e vaste montagne: le Levanne. Ivi le borraccine e i colchici vivono col sole d’agosto quando le mandre sonagliano dall’alba al tramonto ed i ricchi forestieri imbacuccati di lana cercano la solitudine ma ne patiscono, a sera, la guazza e la malinconia». Più lo scavo procede più emerge forse l’unica incertezza: quella che riguarda il lato, anzi, il breve tratto di congiunzione compreso fra il Torinese e le vie d’acqua del Po, Orco e Malone. Anche se ogni autore finisce poi, nella sostanza, con il ricalcare quello che i «classici» hanno già detto, con varianti minime su un lato piuttosto che su un altro. Mario Minardi e Ermanno Franchetto, ad esempio, sostengono che a occidente la regione guadagna l’imbuto della Valle d’Aosta, ossia Carema «stazione doganale all’epoca romana, e punto di confine tra l’Italia e il regno di Borgogna nel Medioevo», e il Mombarone; quindi, verso ovest, la linea di demarcazione procede tra Piemonte e la Vallée (Cima Battaglia, Rosa dei Banchi, Gran San Pietro e Gran Paradiso), segue per un momento il confine nazionale con la Francia scendendo fino alle Levanne, estrema punta di ponente, per piegare improvvisamente a sud lungo il corso della Stura di Lanzo; infine chiude a mezzogiorno con il Po e ad oriente tramite la Dora Baltea e la Serra. «Nel complesso – concludono – il territorio forma un vasto triangolo il cui vertice inferiore è situato agli inizi della valle Padana e quelli superiori si trovano rispettivamente nelle Prealpi e nel gruppo del Gran Paradiso».            La voce e l’autorità culturale di un uomo di lettere come Angelo Paviolo non può essere taciuta, laddove egli ci richiama a considerare che l’«espressione geografica» chiamata Canavese ha sempre avuto «confini molto dubbi» fin dalla sua apparizione, quando non era che un modesto spazio all’intorno di Cuorgnè; allargandoli in seguito fino al corso del Chiusella e poi alla Dora ad oriente, al Malone in un primo tempo e alla Stura dopo ad occidente, estremità che ingloberanno infine l’Eporediese e la Serra, ma, ecco comparire la solita indeterminatezza, «restando sempre piuttosto dubbi ed elastici verso sud, tra le confluenze della Stura e della Dora con il Po».  Questa della frontiera canavesana sarà senza dubbio, e oggi più che mai, una questione abbastanza speculativa, eppure sono pochi gli autori che si siano sottratti dall’indicarne le coordinate, alcuni con meticolosità, altri con rapidi schemi. Fra i primi, uno studioso-divulgatore che nell’ultimo quarantennio ha portato al mulino della storia canavesana nuovi sacchi di informazioni che storici o comuni lettori avidi di novità non possono ignorare; non foss’altro che per questo, il nome di Mario Bertotti si impone, quasi inevitabile, in questa rassegna.   In Documenti di storia canavesana Bertotti parte anche lui dalle origini e narra che il nome Canavese nell’antichità indica un distretto facente capo a Canava, situato nel triangolo Cuorgnè-Castellamonte-Rivarolo – che taluni, peraltro, vogliono più conciso, limitato ai soli San Ponso, Salassa e Valperga. I signori feudatari che sono legati a questo centro politico, militare ed economico e risiedono nell’area circostante, conservandone il nome, attraverso alleanze, matrimoni e guerre allargano il proprio dominio. «Alle famiglie “maggiori” Biandrate, Castellamonte, Valperga e San Martino se ne aggiunsero altre “minori”, per averne protezione o per opportunità, specialmente nel periodo delle lotte fra guelfi e ghibellini: Si formarono dei Consortili, che estesero il nome “Canavese” alle valli dell’Orco, del Soana e del Chiusella verso la pianura alle porte di Torino e di Ivrea», narra Bertotti; il quale precisa che per un lungo periodo esiste una «distinzione netta» fra Canavese e Ivrea, territori retti da opposti sistemi di governo: «comunale quello degli Eporediesi, strettamente feudale invece nell’Alto Canavese». Sminuito il dominio dei Comuni e quello della nobiltà, solo nel XVI secolo avviene la cucitura fra le due regioni con il nome Canavese, e questo sotto la protezione di Casa Savoia, «nella buona e nella cattiva fortuna».   Certo, questo è un ampio arco di tempo in cui le dispute fra casate accaparrano il maggior interesse, ma non solo di esse è fatta la storia: per 165 anni, dal 1386 al 1551, crescono, si sviluppano e si esauriscono le sommosse popolari chiamate «tuchinaggio» (nome dall’origine controversa), causate soprattutto dalle angherie e dai soprusi del potente di turno, ma anche da sobillazioni di signorotti in lotta l’uno contro l’altro, che strumentalizzano il malcontento paesano per impadronirsi di terre altrui cadute in rovina. E con l’arrivo dei Savoia i confini, continua lo studioso, «si possono segnare con una certa chiarezza: in un punto solo, dove nella bassa Valle di Lanzo si è fatta sentire l’influenza di Torino, vi possono essere contestazioni». Lasciamogli la parola nell’accurata descrizione – una bordura che sarebbe utile ripercorrere con la matita sulla carta geografica per averne una visione diretta – che inizia dalla Colma di Mombarone e delimita il Canavese da una «linea che passa fra Carema e Quincinetto (ancora canavesani) e Pont San Martin e segue le sommità che separano la Valle Soana dalla Valle d’Aosta. Il confine tocca poi la sommità della Torre Lavinia, la punta del Gran San Pietro, il Colle del Nivolet e raggiunge le Levanne per tornare verso la pianura. Dopo aver seguito la sommità della catena che divide la Valle dell’Orco da quella di Cantoira, poco dopo la punta dell’Angiolino nelle vicinanze di Locana, scende quasi ad angolo retto a tagliare la bassa Valle della Stura poco sotto Lanzo. Qualche antico scrittore ha unito al Canavese anche le Valli di Lanzo, ma potrebbe essere un po’ esagerato». E per chiudere l’itinerario l’autore dei Documenti sostiene: «Si devono considerare “Canavesane” le zone di Corio, Ciriè, Grosso e Mathi da un lato del torrente, Cafasse e Robassomero dall’altro. Caselle e Borgaro che una volta si dicevano canavesani, ora sono ufficialmente “Torinesi” ed ormai aggregati alla “cintura” della grande città verso la quale tendono i loro interessi e la loro attività. Da Caselle la linea del confine del Canavese tocca Leinì e raggiunge il Po presso Chivasso e lo segue fino alla foce della Dora Baltea, risalendo poi verso nord. Di là dal torrente vi sono ancora canavesane le borgate di Borgomasino, Masino, Cossano ed Azeglio, come è ancora canavesana la sponda occidentale del lago di Viverone. Da questo punto il confine risale alla sommità della Serra e ne segue il crinale fino alla Colma del Mombarone». Da tutta questa sequela di teorie, più o meno sfumate, più o meno certe, che è venuta affacciandosi al nostro sguardo, un fatto appare chiaro: le identità e le particolarità – a maggior ragione se racchiuse nel guscio del localismo – vanno sempre più stemperandosi, fin quasi ad annullarsi, e c’è da chiedersi seriamente se la canavesità, del tutto incompresa alla frontiera della regione già in un passato remoto, sia ancora viva e sentita anche nel cuore (l’originaria Canava con, naturalmente, Ivrea), un tempo muscolo pulsante e succoso del Canavese. Fin troppo ottimistica appare la convinzione di Franco Ferrarotti – «enfant terrible della sociologia italiana contemporanea», come sta scritto nella copertina del suo La società e l’utopia, e fra i primi a raggiungere il celebre laboratorio intellettuale di Adriano Olivetti negli anni Cinquanta – quando sottolinea che i paesi del Canavese «hanno conservato molte abitudini e molti valori della tradizione». E questo perché siamo al cospetto del «frutto di una operosità lenta, tenace, che unisce i ritmi della civiltà industriale con quelli della tradizione agricola. Se c’è una ragione per cui l’operaio piemontese e soprattutto canavesano non ha conosciuto l’angoscia dell’alienazione che colpisce invece, in tutta Europa, gli immigrati, costretti a bruciare i ponti alle spalle, questa è da ricercarsi nel persistente legame con il mondo rurale delle origini». Concetto sicuramente confacente a talune piccole realtà, ma inapplicabile alla gran parte dello spazio canavesano, cresciuto nella sua urbanistica in modo informe, sregolato, affaristico, alla stregua delle infinite altre realtà italiane, ed i cui confini, oggi più che mai, sono pura disquisizione; precarietà che tuttavia alimentano il piacere della storia e dello studio di queste colline e pianure, acque e montagne, sempre belle a guardare mentre sonnecchiano quiete al sole.     

Aleardo Fioccone

     Bibliografia Azario, P., De bello Canepiciano, 1363; rist. an. a cura del Lions Club Ivrea, Ivrea 1970. Bertolotti, A., Passeggiate nel Canavese, Tipografia Curbis, Ivrea 1867, rist. an. Bottega d’Erasmo, Torino 1964, voll. I,VIII. Bertotti, M., Documenti di storia canavesana, Fratelli Enrico Editori, Ivrea 1982 (2ª ediz.) Bertotto, S., Alla ricerca dell’identità perduta: Settimo Torinese, un Comune alla periferia della metropoli, in Bertotto, S.-Picchetto, C. (a cura di), I confini occidentali del Canavese tra Malone e Stura, Atti della Giornata di studi, Settimo Torinese 2001. Casalis, G., Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Torino 1836. Costa, N., Poesie piemontesi, vol. I, Mario Gros/Tomasone & C. editori, Torino 1968. Ferrarotti, F., La società e l’utopia, Donzelli, Roma 2001. Frola, G., Corpus statutorum Canavisii, vol. I, Tipografia Salesiana, Torino 1918.; ma qui ripreso in www.corsac.org  Gotta, S., Ivrea e il Canavese nell’opera di Salvator Gotta, Enrico Librai Editori, Ivrea 1959.  Minardi, M.-Franchetto, E., Il Canavese ieri e oggi, Ilte, Torino 1980. Musso, G.M., Invito al Canavese, Viglongo, Torino 1967. Paviolo, A., I miti dei canavesani in I confini occidentali del Canavese ecc. cit.   Touring Club Italiano, Piemonte, vol. I, Milano 1930. Il Canavesano 1976.  1. Dentro il cerchio delle sue montagne / che si avvicinano al Paradiso, / con la bellezza delle campagne / con la grazia dei paesi: terra forte, terra dura, / terra di maschi robusti e sani, / si distende tra Dora e Stura / la regione dei Canavesani e con l’acque cantarine / l’albe chiare e i bei tramonti, / è una perla delle più fine / della corona del Piemonte.
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