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“Dire no alla guerra è un reato?”: a Ivrea il coraggio degli obiettori di coscienza

Allo ZAC! testimonianze da Russia, Ucraina e Israele: il diritto di dire “no” alle armi

“Dire no alla guerra è un reato?”: a Ivrea il coraggio degli obiettori di coscienza

“Dire no alla guerra è un reato?”: a Ivrea il coraggio degli obiettori di coscienza

In un tempo segnato dai conflitti, c’è chi sceglie di non imbracciare un’arma. È attorno a questa scelta, tanto personale quanto politica, che si è sviluppato l’incontro pubblico dedicato all’obiezione di coscienza al servizio militare nei contesti di guerra, ospitato allo ZAC! di Ivrea.

Un tema delicato, spesso poco visibile, che riguarda uomini e donne in Paesi dove il servizio militare è obbligatorio e dove rifiutare può significare persecuzioni, arresti o esilio. L’iniziativa, promossa dal Movimento Internazionale della Riconciliazione insieme allo ZAC! e al Presidio per la Pace di Ivrea, ha portato sul territorio eporediese testimonianze dirette da alcuni dei principali scenari di conflitto contemporanei: Russia, Ucraina e Israele. Al centro dell’incontro, una domanda tanto semplice quanto radicale: è possibile rifiutare la guerra non solo a parole, ma con le proprie scelte?

A offrire un quadro internazionale è stata Zaira Zafarana, esperta di obiezione di coscienza e sistema Onu, che ha evidenziato come il diritto a non partecipare ai conflitti sia riconosciuto a livello internazionale, ma ancora spesso disatteso. In molti Paesi, infatti, chi si oppone al servizio militare continua a essere considerato un dissidente, più che un titolare di un diritto.

Dal fronte russo è arrivata la testimonianza di Artem Klyga, avvocato costretto a vivere in esilio in Germania dopo essere stato etichettato come “agente straniero”. Il suo lavoro è quello di assistere gli obiettori che cercano protezione all’estero. Un’attività complessa, che si muove tra normative internazionali e situazioni personali spesso drammatiche.

Particolarmente significativa anche la presenza di Yuri Sheliazhenko, rappresentante del movimento pacifista ucraino. Arrestato e recentemente rilasciato per le sue posizioni contro la guerra, ha raccontato le difficoltà di sostenere una posizione non violenta in un Paese coinvolto direttamente nel conflitto.

In collegamento da Israele, Ayana Gerstmann, obiettrice di coscienza e membro dell’organizzazione Mesarvot, ha portato la voce di chi rifiuta l’arruolamento nell’esercito israeliano. Una scelta che comporta conseguenze personali e sociali rilevanti, ma che rappresenta, per molti, una forma di resistenza civile. Le testimonianze hanno delineato un quadro complesso, in cui l’obiezione di coscienza assume significati diversi a seconda del contesto, ma resta sempre legata a un principio comune: la volontà di non partecipare alla violenza armata.

L’incontro ha rappresentato anche un momento di riflessione per il pubblico, chiamato a confrontarsi con una realtà spesso distante, ma che solleva interrogativi universali sul rapporto tra individuo, Stato e guerra.

In Italia, dove l’obiezione di coscienza è stata riconosciuta già negli anni Settanta, il tema sembra appartenere al passato. Eppure, guardando a ciò che accade in altre parti del mondo, emerge come si tratti ancora di una questione attuale e profondamente politica. L’iniziativa dello ZAC! si inserisce in un percorso più ampio di sensibilizzazione sul tema della pace e dei diritti umani, in un momento storico in cui i conflitti internazionali tornano a occupare il centro del dibattito globale.

Perché, come emerso durante la serata, dire “no” alla guerra non è solo una posizione ideale, ma una scelta concreta che, in molti contesti, richiede coraggio e comporta conseguenze personali significative.

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