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22 Settembre 2022 - 02:06
CARCERE di ivrea
Pugni, calci, manganellate e verbali falsificati affinché quelle profonde ferite diventassero frutto di “scivolamenti su pavimenti bagnati” o atti di autolesionismo. E non mancavano le umiliazioni, come quelle di tenere i detenuti nudi per ore e ore. Sono 25 gli indagati per le presunte violenze al carcere di Ivrea collocate tra il 2015 e il 2016. Tra loro ci sono agenti della polizia penitenziaria e medici, alcuni ancora in servizio nella stessa struttura, altri trasferiti in altre carceri. Le accuse sono di “lesioni” e “falsi aggravati”. L’inchiesta era stata avviata dalla procura eporediese che aveva chiesto l’archiviazione, avocata invece poi dal procuratore generale Francesco Saluzzo. E nei prossimi giorni gli indagati, alcuni difesi dagli avvocati Enrico Calabrese e Celere Spaziante, verranno sentiti dai sostituti pg di Torino Giancarlo Avenati Bassi e Carlo Maria Pellicano.
A loro spetta il compito di far luce sulle denunce raccolte anche da Paola Perinetto, garante dei detenuti di Ivrea fino al novembre 2021.
“Quando mi raccontavano dei pestaggi e delle atrocità subite mi scendevano le lacrime dagli occhi” dice, aggiungendo che all’epoca dei fatti lei era una volontaria. “Poi ho ereditato queste denunce a cui non era stato fatto alcun seguito e all’ennesimo tentativo di archiviazione ho chiesto l’avocazione”.
I casi raccolti da Perinetto sono quattro, tre di questi riguardano detenuti stranieri, come Hamed, che l’11 novembre 2015 venne, per l’accusa, picchiato da sette agenti. Secondo il suo racconto mentre in due lo tenevano fermo, il medico di turno “continuava a sorseggiare il caffè alla macchinetta automatica”.
“Quando i detenuti hanno visto che di me si potevano fidare - continua Perinetto - sono venuti a parlarmi, a raccontarmi delle botte, uno alla volta”.
Come il detenuto che sarebbe stato picchiato a colpi di manganello mentre veniva accompagnato in infermeria, il 25 ottobre del 2016.
Un certificato medico parlerà di “estese ferite al volto, a naso, al costato” e in una relazione degli agenti, per i magistrati falsa, si afferma che il detenuto aveva perso l’equilibrio sul pavimento “reso scivoloso dall’acqua utilizzata per spegnere i focolai accesi da alcuni detenuti in sezione e sbatteva la faccia contro una cella”. Dopo le botte il detenuto venne lasciato nudo, per tutta la notte.
Stesso film per un terzo detenuto lasciato per un’intera notte in infermeria nudo, non prima delle “botte”. Anche in questo caso si punta il dito su una falsa relazione in cui si fa riferimento ad una caduta. Di un quarto detenuto si dice che mentre si trovava nella saletta di attesa dell’infermeria avrebbe cominciato a sbattere violentemente la testa contro un vetro pronunciando testuali parole: “Ora mi faccio male cosi vi rovino pezzi di merda”.
Insomma a spaccarsi lo facevano apposta per mettere nei guai i poliziotti.
“Ho raccolto quattro testimonianze in pochi mesi. Se fossi rimasta probabilmente ne avrei raccolte altre”, conclude l’ex garante. I casi sarebbero una decina, ma ce ne sarebbero ancora degli altri, in anni differenti, già sul tavolo dei magistrati. Nessuna accusa di tortura, ma solamente perché come spiega il presidente dell’associazione Antigone, Patrizio Gonnella, “il reato non era ancora presente nel codice penale al momento della presentazione degli esposti e dell’apertura delle indagini”. Per l’associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale, che aveva segnalato con un esposto quanto accadeva ad Ivrea “se i fatti fossero confermati, saremmo pienamente di fronte alla fattispecie di tortura”. Gli agenti intanto, per bocca dell’avvocato Spaziante, negano con fermezza ogni addebito. “Hanno affrontato - afferma - il loro lavoro in maniera quotidiana con grande dedizione e rigore in un ambiente assolutamente non facile”.
Quattro inchieste aperte dalla Procura di Ivrea in merito a presunti pestaggi avvenuti in carcere a Ivrea tra il 2015 e il 2016. Tre di queste, mesi or sono, erano state “avocate” dalla Procura generale di Torino che aveva accolto il ricorso presentato dall’associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese Paola Perinetto. In tribunale a Ivrea ne restava una quarta riguardante la repressione avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016. All’interno del fascicolo, aperto in seguito ad una denuncia dell’allora garante del Comune Armando Micalizza, alcune confidenze dei detenuti messe nero su bianco. Anche quest’ultima era poi finita a Torino.
Oggi si ricomincia, da lì, dalla cella “Acquario” situata al piano terreno, vicino all’infermeria. E sono storie di pestaggi, all’interno di una stanza con pareti lisce, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate. I detenuti sarebbero stati accompagnati qui anche in quelle giornate di fine ottobre per sedare una protesta. Ne parlavano tutti. Non se l’erano sognata. Lo scriverà subito dopo e a chiare lettere anche il Garante Nazionale: l’acquario c’era.
“La prima notte è la più dura. E quando senti sbattere il cancello, capisci che è vero: l’intera vita spazzata via in quell’istante. Non ti resta più niente […]. Solo una serie interminabile di giorni per pensare….”. Ed è riguardando il film “Le ali della libertà”, alla disperata ricerca di un senso da dare alla vita, alla morte, ad una cella, che queste inchieste, di colpo assumono un significato davvero più profondo.
Agli atti anche una lettera, con nomi e cognomi, inviata nel 2015 dal detenuto Matteo Palo di Chivasso ai Radicali e pubblicata sul sito infoaut.org. Ultima fermata di un calvario cominciato con la protesta del 14 ottobre dello stesso anno organizzata per richiedere un televisore in cella. E’ il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’era.
“Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”. Si dirà: “Tutto falso..”. “E’ solo scivolato, caduto!”. Ma sul referto, il medico che quella sera lo visitò, scriverà che la caduta da lui descritta “non era compatibile con le lesioni riscontrate…”.
L’istanza di avocazione dei fascicoli aperti a Ivrea alla Procura generale della Repubblica di Torino, firmata del garante dei detenuti e dall’avvocato Maria Luisa Rossetti, risale al febbraio del 2020, quando a Torino scoppiò il caso “Vallette”.
“Contrariamente a quanto si sosteneva in una richiesta di archiviazione presentata dalla Procura di Ivrea – scriveva Francesco Saluzzo ella Procura generale di Torino – è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate da un detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale e che presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e che ha riferito di essere stato immobilizzato a trasportato di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo”.
Già nell’estate del 2019 la Procura di Torino si lamentava che sui pestaggi che vanno dal 7 al 17 agosto 2015 “le uniche indagini svolte dalla Procura di Ivrea si erano concretizzate nell’acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risultava che il detenuto era stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto…”.
Il dito era puntato sul Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando che “per lo svolgimento delle indagini si era avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate”.
Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale Emilia Rossi.
Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime: “Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”.
Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero: “Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”.
La bellezza di 52 misure cautelari per violenze nei confronti dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere. I fatti risalgono al 6 aprile del 2020.
Lo scandalo ebbe il merito di riportare agli onori della cronaca il degrado in cui versano gli Istituti di tutta Italia, a cominciare da quello di Ivrea. E cominciamo dai numeri. Il 30 giugno del 2021, a fronte di una capienza di 194 posti i detenuti ospitati erano 239 di cui 75 stranieri. Non troppi considerando che nel novembre del 2020 anno erano 277 e pochi mesi prima 251.
I dati ci erano stati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Più nel dettaglio, di come si sta lì dentro, molto si riesce ad apprendere dal sito dell’associazione Antigone.
“L’istituto, costruito negli anni ‘80, presenta problematiche di vario genere – scrivono – Quelle strutturali sono tipiche degli istituti costruiti in quegli anni: le camere di pernottamento non garantiscono i 3 metri quadri calpestabili a persona, non sono dotate di acqua calda né di doccia. Nei locali docce le pareti presentano muffe nonostante siano soggette ad imbiancatura annuale, come viene riferito.... Permane una seria difficoltà di relazione con le assistenti sociali dell’UIEPE di Torino che da tempo non si recano più in Istituto e non conoscono le persone detenute. Il personale segnala difficoltà anche con l’Ufficio di Sorveglianza di Vercelli e vengono riferiti gravi ritardi nelle risposte alle istanze presentate, che giungono in tempi molto dilatati. Si segnala peraltro che il magistrato di Sorveglianza non si reca mai in istituto…”.
A causa della pandemia, nel 2020, in verità, erano anche stati interrotti i colloqui in presenza con i familiari; ridotte e annullate le attività lavorative, formative e culturali, religiose.
L’istituto è diviso in 4 piani, in ciascuno dei quali vi è una sezione detentiva suddivisa in due semi-sezioni. Ogni semi-sezione può ospitare fino ad un massimo di 44 persone. Le celle sono aperte dalle 9.00 alle 19.30 ma vengono chiuse durante i pasti.
Al piano terra sono ubicati l’infermeria, 6 celle singole adibite a isolamento sanitario e disciplinare oltre a 4 celle per la domiciliazione preventiva di quanti giungono dalla libertà o le persone destinate ad altri istituti di pena. Tre di queste sono dotate di due posti letto; la quarta è ricavata dall’unione di 2 celle, può ospitare fino a 5 persone ed è dotata di ambiente wc comprensivo di doccia.
Al primo piano vi sono due semi sezioni: in una sono ospitate le persone con reati comuni e nell’altra le persone giudicabili o appellanti.
Al secondo piano le due semi sezioni ospitano persone detenute semi protette (per lo più con reati a sfondo sessuale) e le persone con condanna all’ergastolo (che viene riferito essere presenti in gran numero).
Al terzo piano vi sono due semi sezioni che ospitano le persone con condanna definitiva, i lavoranti e gli studenti; attualmente in una semi sezione sono ospitate anche le persone giudicabili quando non vi è più posto al primo piano.
Al quarto piano una semi sezione ospita persone che fruiscono dell’articolo 21(10 presenti) e della semi libertà (3 presenti e 1 in licenza ); l’altra detenuti transessuali (3 presenti) .
Nell’istituto è presente anche la sezione staccata dei collaboratori di giustizia (attualmente 11 persone presenti) anch’essa a regime aperto; le celle, che sono ubicate al primo piano, sono singole dotate di locale wc separato; una di queste , utilizzata anche per la domiciliazione preventiva è dotata anche di doccia. Il locale docce è in comune e si trova al piano terra dove sono ubicate anche la cucina e la biblioteca.
Tra le criticità riscontrate da Antigone oltre alla mancanza dei tre metri quadri calpestabili a persona, è l’inesistenza dell’acqua calda. Si aggiungono gli spazi per cucinare in condizioni igieniche discutibili ricavati a fianco dei lavandini e gli arredi degradati. Infine non è sempre assicurata la separazione dei giovani adulti dagli adulti veri e propri.
Antigone segnala l’esistenza di una saletta adibita all’occorrenza al culto ortodosso e a quello dei Testimoni di Geova peccato che non ci sia alcun Imam. Peraltro pure il sacerdote cattolico non è più entrato in istituto a causa della pandemia.
Il 10 novembre 2020 si registra il suicidio di una persona appena entrata in istituto e collocata in isolamento sanitario per sospetto COVID-19 (l’esito del tampone è poi risultato negativo). Antigone riferisce che nel corso del 2020 si erano verificate 45 manifestazioni di protesta (inclusi gli scioperi della fame) e 32 infortuni accidentali. Sempre nel 2020 si sarebbero registrati 38 casi di autolesionismo, 7 tentati suicidi , 3 aggressioni ai danni del personale, 24 aggressioni tra detenuti.
La cronaca giudiziaria è ricca di spunti. Tra i tanti casi di cronaca segnalati anche uno che vede protagonisti un agente della polizia penitenziaria e una detenuta transessuale che lo denuncia. Giura che lui l’ha ricattata, costretta a concedersi per non subire pesanti ripercussioni. Fornisce date, dettagli, consegna un pezzo di carta igienica su cui dice di aver raccolto il liquido seminale del poliziotto dopo che questo aveva preteso un rapporto orale. Il primo, seguito da altri, in quegli uffici della direzione che il sabato restano vuoti e lei, che qui è riuscita a ottenere un lavoro da “spazzina”, pulisce.
In teoria (ma solo in quella) un caso giudiziario che avrebbe dovuto squarciare il velo su quel mondo a parte che si apre oltre le sbarre del carcere. E questa volta non c’entrano rappresaglie a suon di schiaffi e manganellate, ma il sesso.
Il Dna, certifica la Scientifica della Questura dopo aver analizzato il campione, corrisponde al profilo genetico dell’agente. Ma questo non basta, secondo la Procura che l’aveva iscritto sul registro degli indagati per violenza sessuale aggravata, a sostenere l’accusa in giudizio. E il perché il pm lo scrive nella richiesta di archiviazione poi accolta dal gip. Sostenendo che “non vi è prova che lo sperma acquisito dalla parte offesa sia frutto di violenza sessuale ai suoi danni, perpetrata anche solo mediante abuso di autorità, quanto invece che possa pervenire da quel rapporto sessuale che il querelante avrebbe praticato all’indagato cogliendolo di sorpresa in un momento di debolezza”.
Dunque, ritengono gli inquirenti, non è dimostrato che vi sia stata coercizione. Ma il sesso sì. Quello c’è stato di sicuro. Come del resto ha ammesso lo stesso indagato. «Ho avuto un momento di debolezza – ha sussurrato seduto accanto al suo avvocato – mi ha fatto delle avances e io ho ceduto facendomi masturbare in un’occasione».
La presunta vittima, così, in questo copione raccontato da chi si deve difendere, diventa una aguzzina. Una sirena che ammalia un Ulisse in divisa con una inedita molestia al contrario. Convincendolo non a dare, ma a ricevere piacere.
«Voleva ottenere piccole agevolazioni in carcere», la teoria dell’agente che ovviamente, integerrimo come è, dice di non aver concesso, scatenando così la reazione della detenuta che per punirlo avrebbe deciso di denunciarlo.
Una versione opposta, ovviamente, a quella che il pm aveva sintetizzato nel capo di accusa poi archiviato basato sulla denuncia della trans, che aveva raccontato di essere stata costretta «in più occasioni» a concedere rapporti orali. «Mi diceva che se non l’avessi fatto mi avrebbe rovinato – il suo racconto -, che mi avrebbe fatto perdere il lavoro o avrebbe fatto trasferire il mio compagno».
Un altro detenuto che, quando lei si è confidata, parlandogli degli approcci dell’agente, l’ha lasciata. E poi, sentito dagli investigatori, ha detto di non credere che si fosse trattato di abusi. Un’ipotesi, quella dell’ex ferito nell’orgoglio, che nella richiesta di archiviazione diventa motivo per ritenere poco attendibile la transessuale. Che oltretutto, sottolinea la Procura mettendone in dubbio la credibilità, ha presentato altre quattro denunce nel 2019 e nel 2020 “per riferite molestie” che hanno portato all’apertura di altrettanti fascicoli. E poi ci sono le annotazioni di servizio che la descrivono come un soggetto difficile, tenuto sotto osservazione perché non si facesse del male da sè dopo che aveva messo in atto alcuni atti autolesionistici. Un soggetto borderline, insomma. E un caso che secondo la procura e il gip va chiuso qui senza ulteriori approfondimenti. Perché non è provato “con ragionevole certezza” che quei rapporti sessuali siano stati estorti con la violenza o abusando del ruolo che il poliziotto rivestiva. E a quanto pare continua a rivestire.
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