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SCARMAGNO. Sfilano i testi alla seconda udienza del processo Darkem

SCARMAGNO. Sfilano i testi alla seconda udienza del processo Darkem

Il tribunale di Ivrea

Sfilano in aula a Ivrea i testimoni del processo Darkem. Mercoledì scorso in tribunale si è svolta la seconda udienza che vede imputati i fratelli Davide e Giuseppe D’Arco accusati di incendio colposo, danneggiamento e lesioni colpose. L’episodio risale alla sera del 30 maggio 2016.

Davanti alla giudice Antonella Pelliccia hanno raccontato la loro versione i testi dell’accusa. La giornata di mercoledì ha visto sfilare imprenditori con aziende nei pressi della Darkem e che in seguito a  quell’esplosione hanno subito danneggiamenti.

Sergio Cordero lavorava come artigiano in un capannone situato a circa 200 metri dalla Darkem e dove si stampano materie plastiche: “Quell’espolsione aveva provocato la deflagrazione di vetri e controsoffittature del nostro capannone. A causa di quell’evento l’attività rimase chiusa per diversi giorni. L’assicurazione ci ha risarcito circa 25 mila euro degli oltre 30 mila quantificati dalla perizia”.

Idem per Gaetano Tamburrano di Romano, architetto, che lavorava in un ufficio situato a 50 metri dalla Darkem: “I danni sono poi stati liquidati dalla nostra assicurazione”.

A subire danni dall’esplosione è stato anche Paolo Giovanni Poletti, biologo, e amministratore delegato di un’azienda situata a 50 metri dalla Darkem: “L’attività che amministro ha subito danni per oltre mezzo milioni di euro”.

Più articolata e approfondita è stata la testimonianza rilasciata da Andrea Auletta residente a Gressan in provincia di Aosta. Auletta, all’epoca, lavorava come consulente di una società di servizi di vigilanza. Ha raccontato che i fratelli D’Arco lo avevano contattato nel 2014, due anni prima dell’incidente, per installare un impianto di videosorveglianza sulla facciata esterna del capannone e anche il sistema di allarme. Nella sua testimonianza, Auletta, ha anche raccontato una storia in più. Ovvero che i fratelli D’Arco lo avevano contattato dopo che avevano notato su un serbatoio esterno al capannone dei fori, forse esplosi da alcuni proiettili: “Mi hanno confidato di non aver mai avuto problemi. Tanto meno di aver subito minacce”.

Nel corso della mattinata è stato sentito anche Icham Jmili, dal 2009 dipendente Interchimica e poi passato alle dipendenze di Darkem. Ha raccontato che i fratelli D’Arco e il padre (deceduto prima dell’inizio del processo) avevano traslocato l’attività da Torre Balfredo a Scarmagno. La testimonianza di Jmili è servita per confermare cosa effettivamente veniva lavorato nello stabilimento di Scarmagno: “Alla Darkem si lavoravano prodotti chimici: clorato di potassio, clorato di nitrato, soda caustica e molti altri. Noi operai indossavamo guanti, tute e mascherine. E arrivavano tir provenienti da tutta Italia, ma anche dalla Cina e dalle ex repubbliche sovietiche”. Icham Jmili ha poi anche raccontato che prima dell’incendio, padre e figli volevano trasferirsi a Settimo Torinese: “Forse perché non pagavano gli affitti”.

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