Correva il 7 dicembre 2017 e l’Amministrazione comunale
di Ivrea annunciava in “pompa magna” che la proprietà del Castello di Ivrea (1358), conosciuto anche come
Castello “dalle rosse torri” o del Conte Verde, era stata definitivamente trasferita all’amministrazione comunale con l’iter del federalismo culturale.
“Il passaggio – dicevano in Municipio –
è il risultato di un lavoro di squadra tra Agenzia del Demanio, Ministero del Turismo e Comune che ha permesso di elaborare un programma di valorizzazione e restauro conservativo del bene dal grande valore storico-artistico…”.
Chiari a tutti tre concetti. Il primo: ogni anno, entro le 24 del 31 dicembre, come Cenerentola, l’Amministrazione comunale avrebbe dovuto inviare una relazione alla Soprintendenza sui passi in avanti compiuti. Il secondo: esistevano una serie di impegni e un tempo massimo per realizzarli. Il terzo: non ci si sarebbe dovuti scostare dal piano approvato da tutti i soggetti che avevano titolo per attuarlo.
Più nello specifico, l’Accordo di Valorizzazione con il Demanio ai sensi dell’art.112, comma 4 del Dlgs.22.01.2004, n.42 ed approvato nel C.C. del 21.12.2016, appioppa a Ivrea l’onere della conservazione.
Un onere non indifferente di 5,5 milioni di euro e pochi anni per rispettare l’accordo:
appena nove e ne sono già passati 4,.
Com’è andata già si sa... Nel 2018 è cambiata l’Amministrazione e tutte quelle belle promesse, almeno fino ad oggi, sono rimaste lettera morta, con l’aggravante di una serie di critiche su una staccionata non rimossa che è poi stata l’unica cosa, oltre ad un nuovo cancello, a prendere forma e sostanza.
Del castello, però, se n’è tornato a parlare nell’ambito di una commissione “assetto e uso del territorio” presieduta da
Francesco Comotto. All’ordine del giorno una relazione dell’assessore
Michele Cafarelli per un
progetto
esecutivo
da
825 mila euro.
Il progetto
Si prevede, molto in sintesi, la messa in sicurezza delle facciate interne e la coperture delle torri. La realizzazione di una nuova pavimentazione del cortile interno, con le predisposizioni impiantistiche necessarie per lo svolgimento di eventi. Infine un’illuminazione artistica (con luce bianca e colorata) in collaborazione con Enel X per la valorizzazione serale e notturna
Il degrado
In questi mesi ci si sarebbe aspettati che l’Amministrazione, fiera del lavoro appena concluso, spendesse qualche centinaio di euro, per la manutenzione del verde.
E invece? Una settimana sì e l’altra pure, l’erba alta fa dire le cose più becere all’indirizzo di chi dovrebbe occuparsene, cioè l’assessore alle manutenzioni
Michele Cafarelli.
E poco importa se in due, tre o diecimila allargheranno le braccia al cielo
puntando il dito su questo giornale che ce l’ha con lui. Prendano nota che proprio con le manutenzioni
si è giustificata la cacciata dell’ex vicesindaco
Elisabetta Ballurio e che anche un po’ a causa delle “manutenzioni” si è mandato a casa il centrosinistra alle ultime elezioni. Certo, si può anche dare la colpa a Madre Natura ma l’erba alta non può e non deve considerarsi una costante di questa città.
Inutile poi nascondere che, a Ivrea, il castello, da qualche anno a questa parte, insieme al sito Unesco è una delle poche cose di cui si parla. In realtà è sempre stato un corpo morto, fin dai tempi in cui si decise di offuscarne la visuale con un ospedale.
Il degrado ha cominciato a marciare veloce dagli anni ‘60 in avanti quando venne dismesso come sede carceraria e a nulla è servito lo sforzo di alcune associazioni di volontariato che ad esso si sono dedicate con passione.
Peraltro non hanno avuto grande successo e durata,
nè le sporadiche utilizzazioni per spettacoli, né il tentativo di illuminazione notturna voluta dall’ex
Sindaco
Maggia, ben presto “oscurato” per i costi ricadenti sul bilancio comunale.
Stupisce che l’Amministrazione
Sertoli e l’assessore
Michele Cafarelli non si siano mai guardati intorno, per esempio rivolgendosi a chi conosce molto bene quelle mura, tra gli altri
Pietro Ramella e
Roberto Damilano, autori di pubblicazioni di alto contenuto sociale e storico sul Maniero in questione e sulla vita del suo tempo.
Loro sì sarebbero in grado di mettere su un progetto con un capo e una coda, per lo sviluppo di interventi edilizi funzionali alla ricerca di un finanziamento europeo adeguato alla misura degli obiettivi finali
da raggiungere.
Non dimentichiamo che il Castello è anche il punto di partenza per il recupero di una vasta area cittadina che per svariati e noti motivi è da tempo avulsa da tutto il resto della Città. Senza una valutazione complessiva delle criticità attuali del “Cuore della Città”, sarà molto forte il rischio di dissolvere, come è già successo in passato, una notevole quantità di risorse pubbliche senza conseguire concreti risultati.
Il Castello del Conte Verde
Il castello di Ivrea ha molte similitudini con la Bastiglia: il Conte Verde era, infatti, cognato di Carlo V il Saggio del ramo dei Valois, a cui si deve l’edificazione della fortezza parigina.
Da una scopo principalmente difensivo a residenza dei Savoia, nella seconda metà del XV secolo, quando la duchessa Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII re di Francia e di Maria d’Angiò chiamò il pittore francese Nicolas Robert, per affrescare alcune sale.
Tra il XVI e il XVII secolo, con l’infuriare delle lotte tra francesi e spagnoli, il castello riprese la sua funzione di presidio militare ed è del 1676 il fulmine che provocò l’esplosione del deposito di munizioni collocato nella torre di nord-ovest (la torre mastra), esplosione che causò, assieme al crollo delle torre, innumerevoli morti e la distruzione di molteplici case edificate a ridosso delle antiche mura.
Dal 1700 l’edificio venne adibito a carcere mantenendo tale funzione fino al 1970.