La bellezza di 260 mila euro. Questo era costato il primo intervento sul
castello dalle rosse torri (come lo ebbe a definire Giosuè Carducci) o del Conte Verde Amedeo VI di Savoia che lo costruì tra il 1358 e il 1395.
Soldi indispensabili per eliminare quelle orrende onduline blu che transennavano l’ingresso e sostituirle con una bella cancellata in ferro battuto approvata dalla Soprintendenza. E poi la piazzola all’ingresso, con una pavimentazione in sassi e una nuova illuminazione per rendere visibile l’edificio anche di notte.
A 6 anni dalla chiusura del castello a causa della caduta di alcune tegole, insomma qualcosa si era mosso. Ma non doveva finire qui. Sarebbero, infatti, dovuti anche partire altri lavori per rendere fruibile il cortile interno e un paio di locali al piano terreno dell’edificio per una spesa ipotetica che si aggira intorno agli 825 mila euro complessivi. Non una sistemazione complessiva, dato che per quella occorrerebbero non meno di 5 milioni.
Il progetto definitivo firmato dall’architetto
Ezio Ravera risale allo scorso mese di ottobre. Ha fatto seguito, a dicembre, una nota della Soprintendenza in cui si richiede un
“Piano di indagini archeologiche” propedeutico al progetto esecutivo vero e proprio.
Fosse solo questo il problema.... La verità è che molti sogni si sono già sfracellati al suolo. Mancano i soldi per andare avanti e la brutta notizia è arrivata qualche settimana fa: la partecipazione al “bando per la valorizzazione dei siti inseriti nella lista del patrimonio mondiale UNESCO sul territorio regionale nell’ambito del POR-FESR” non ha dato gli esiti sperati.
“Il castello - ammette l’Amministrazione comunale -
si trova inserito nella graduatoria in una posizione per la quale non sono al momento disponibili risorse per il suo finanziamento...”.
Morale? Ad agosto gli uffici si sono messi a lavorare pancia a terra per
partecipare ad altri bandi ed è stato individuato un Fondo Cultura” bandito dal Ministero della Cultura con scadenza al 31.08.2021, per la cui partecipazione era però richiesta la presentazione di un progetto esecutivo vero e proprio che ancora non c’era.
Da qui la decisione di procedere con la massima celerità alla redazione del piano archeologico (affidata ad inizio agosto
a
Davide Casagrande di Bianzè e pure del progetto esecutivo affidato ad un pool di professionisti tra cui
Ravera per circa 28 mila euro.
Insomma, non va tutto bene.
E non va bene neanche la gestione di quel poco che si è realizzato con una spesa di 260 mila euro. In questi mesi si sarebbe aspettati che l’Amministrazione, fiera del lavoro appena concluso, spendesse qualche centinaio di euro, per far tagliare l’erba.
E invece? Una settimana sì e l’altra pure, l’erba alta fa dire le cose più becere all’indirizzo di chi dovrebbe occuparsene, cioè l’assessore alle manutenzioni
Michele Cafarelli.
E poco importa se in due, tre o diecimila allargheranno le braccia al cielo
puntando il dito su questo giornale che ce l’ha con lui. Prendano nota costoro che proprio con le manutenzioni
si è giustificata la cacciata dell’ex vicesindaco Elisabetta Ballurio e che anche un po’ a causa delle “manutenzioni” si è mandato a casa il centrosinistra alle ultime elezioni. Certo, si pul anche dare la colpa a Madre Natura ma l’erba alta non può e non deve considerarsi una costante di questa città.
Il demanio
Il Castello di Ivrea simbolo della Città venne trasferito definitivamente in proprietà all’amministrazione comunale nel 2017 con l’iter del federalismo culturale.
Il passaggio fu il risultato di un lavoro di squadra tra Agenzia del Demanio, Ministero del Turismo e Comune.
Il primo piano di riqualificazione, realizzato da docenti e professionisti (Rocco Curto, Maria Adriana Giusti, Diego Ferrando e Michele Perna)
prevedeva spazi museali, aree per la ristorazione e una scuola a cielo aperto dedicata al restauro.
Si sapeva già quel che si voleva fare, peccato mancassero i soldi e ce ne sarebbero voluti davvero tanti, anche solo per rallentare il degrado che è evidente, sia del castello in sè, sia delle mure di cinta rosicchiate da alberi e sterpaglie. Su queste ultime più volte in passato ci si è lamentati che non ci fosse un accordo con la Curia per la risistemazione dell’intera parte alta della città.
Tra i più convinti, durante la passata amministrazione, anche l’azzurro Tommaso Gilardini, fiancheggiatore del Comitato di Toni Ziliotto per la riapertura dell’antica Porta Bosone così ben disegnata del Bagetti in una stampa raffigurante la presa di Ivrea da parte dei Francesi di Napoleone, avvenuta il 21 maggio 1800.
E sarebbe
un bel modo per collegare l’area mercatale con
il centro storico
Il castello
Il castello di Ivrea ha molte similitudini con la Bastiglia: il Conte Verde era, infatti, cognato di Carlo V il Saggio del ramo dei Valois, a cui si deve l’edificazione della fortezza parigina.
Da una scopo principalmente difensivo a residenza dei Savoia, nella seconda metà del XV secolo, quando la duchessa Iolanda di Valois, figlia di Carlo VII re di Francia e di Maria d’Angiò chiamò il pittore francese Nicolas Robert, per affrescare alcune sale.
Tra il XVI e il XVII secolo, con l’infuriare delle lotte tra francesi e spagnoli, il castello riprese la sua funzione di presidio militare ed è del 1676 il fulmine che provocò l’esplosione del deposito di munizioni collocato nella torre di nord-ovest (la torre mastra), esplosione che causò, assieme al crollo delle torre, innumerevoli morti e la distruzione di molteplici case edificate a ridosso delle antiche mura.
Dal 1700 l’edificio venne adibito a carcere mantenendo tale funzione fino al 1970.