Cerca

IVREA. Cosa si è fatto e cosa si farà per il medico a San Giovanni?

IVREA. Cosa si è fatto e cosa si farà  per il medico a San Giovanni?

ambulatorio medico del quartiere San Giovanni

Cosa si è fatto e cosa si farà per evitare la  chiusura dell’attuale ambulatorio medico del quartiere San Giovanni? Se lo chiede -  e lo chiederà al sindaco alla prima occasione utile - il consigliere comunale Francesco Comotto. “Il locale destinato ad ospitare i medici di base, di proprietà comunale, versa in uno stato di degrado non accettabile”, specifica Comotto. “In quel quartiere - aggiunge -  risiedono numerosi cittadini molti dei quali in età avanzata e con difficoltà di spostamento verso altre zone della città. La scelta dell’ambulatorio presso il quale operare spetta ai medici e non all’ASL e quindi un locale accogliente, pulito, adeguato alle normative anti Covid potrebbe favorire l’insediamento di un medico di famiglia...”. Il problema è quello dei quartieri periferici, sempre più spesso abbandonati.  Nello specifico, a San Giovanni, i cittadini hanno saputo di esser rimasti senza un medico, grazie ad una comunicazione dell’Asl To4. Nell’informarli che la dottoressa  Laura Riccono sarebbe andata in pensione a decorrere dal 16 ottobre, il direttore di distretto dell’Asl To4 Ornella Vota li ha invitati a scegliersi un altro medico di famiglia da una lista in cui compaiono Savino Ottino, Valter Molon, Vita Loglisci, Paolo Cresto e Giorgio Bertani. Riccono, da “medico titolare”, è stata l’ultima a presidiare l’ambulatorio di piazza Boves 2, almeno fino a circa un anno fa, quando ha chiesto un congedo famigliare ed è stata sostituita dal dottor Giammaria Rebuglio, medico in “attesa di specializzazione”. Morale? Senza più Riccono e Rebuglio, l’ambulatorio di piazza Boves ha chiuso i battenti. Con il cerino in mano sono rimasti circa 600 pazienti molti dei quali anziani e con difficoltà di deambulazione. “Che senso ha costringerli a cercare un medico fuori dal quartiere?” si sono chiesti in tanti. Come funziona tecnicamente ce lo aveva spiegato Antonio Barillà, segretario regionale dello SMI (Sindacato medici italiani). “Da normativa, se nello stesso ambito territoriale esistono medici che possono acquisire ulteriori pazienti, l’azienda non può nominare un sostituto. Poi entra in gioco l’opportunità politica e assistenziale. Se il quartiere è fuori mano, si devono trovare soluzioni che non arrechino disagio…”. Quel che si capisce, insomma, è che tutto dipende dalla bontà dei medici dell’ambito territoriale a svolgere attività anche nel quartiere San Giovanni. Come mai il quartiere San Giovanni sia considerato un luogo “difficile” ce lo aveva spiegatoi il medico  Donatella Migliarini che qui ha ancora parecchi pazienti non foss’altro che anche lei, fino ad un paio di anni fa, riceveva e visitava in piazza Boves . “Nel quartiere San Giovanni ci sono dei locali di proprietà del Comune trasformati in ambulatorio, che vengono affittati con una modica cifra di partecipazione   ci aveva raccontato – I medici di famiglia possono però scegliere di visitare dove preferiscono e io, fino a qualche anno fa, mi dividevo tra gli ambulatori di San Giovanni, di via Miniere e di stradale Torino. Mano a mano che sono cresciute le esigenze, ho però dovuto fare delle scelte per garantire una qualità del servizio ai miei assistiti. Non solo in termini informatici, anche di igiene e di adeguamento dei locali ai nuovi standard. Per questo ho optato per un solo ambulatorio in associazione con altri medici in stradale Torino. Sono puliti nel rispetto delle norme anti-covid. C’è una segretaria e siamo aperti 10 ore al giorno. Una questione di decoro e di dignità. Continuo ad avere dei pazienti del quartiere San Giovanni e alcuni li seguo a domicilio….” Insomma il problema è tutto legato ai locali.  “Direi proprio di sì – aveva insistito Migliarini – L’ambulatorio di piazza Boves è fuori da ogni standard. Ho fatto ambulatorio per 10/12 anni senza poter aprire una finestra. Me ne stavo blindata in una stanza. La sala d’attesa è piccolissima e non può reggere alle normative. Il  bagno è da terzo mondo. Non c’è dignità e non c’è decoro. S’aggiunge la bocciofila con il suo via e vieni di persone e, all’occorrenza pure il seggio elettorale…”. E non è ancora finita qui.  E’ infatti firmata dal Pd, dai Cinquestelle e da Donato Malpede della Maggioranza un mozione che impegnerà l’Amministrazione comunale  “a  sistemare l’ambulatorio medico  al fine di offrire una concreta opportunità per un possibile insediamento di un medico di famiglia nel quartiere...”.  Eventualmente utilizzando in parte quei 150  mila euro stanziati nella seduta del Consiglio Comunale del 28 settembre per la manutenzione straordinaria degli immobili comunali e la ricollocazione delle associazioni che hanno lasciato l’immobile ex Valcalcino a seguito dell’ordinanza di sgombero. “E’ tutto  interesse dell’Amministrazione Comunale favorire la presenza medici in un quartiere periferico con una struttura ambulatoriale...”, dicono e scrivono.
Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori