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Pestaggi nel carcere di Ivrea. Indagini da rifare, ma a Torino

Pestaggi nel carcere di Ivrea. Indagini da rifare, ma a Torino
Indagini carenti. Tre delle quattro inchieste aperte dalla Procura di Ivrea sui presunti pestaggi avvenuti tra il 2015 e il 2016 nel carcere eporediese passano a Torino. Il procuratore generale Francesco Saluzzo ha, infatti, firmato ieri il provvedimento di avocazione.  Accolto dunque il ricorso presentato dall'associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese Paola Perinetto che si erano opposti alle archiviazioni.  Resta nel limbo la quarta richiesta riguardante la repressione avvenuta tra il 25 e il 26 ottobre 2016.

Le inchieste eporediesi

L'istanza di avocazione dei fascicoli aperti a Ivrea  alla Procura generale della Repubblica di Torino, firmata del garante dei detenuti e dall'avvocato Maria Luisa Rossetti, risale allo scorso mese di febbraio, quando a Torino scoppiò il caso “Vallette”.  "Contrariamente a quanto si sostiene nella richiesta di archiviazione - scrivono Saluzzo e Lupacchiotti della Procura generale di Torino - è presente documentazione medica in ordine alle lesioni riportate dal detenuto giunto in infermeria per essere medicato per escoriazioni e sanguinamento nasale presentava numerose escoriazioni su gambe, braccia e polsi (manette) e ha riferito di essere stato immobilizzato a trasporto di peso da alcuni agenti di polizia penitenziaria. Nessuna indagine è stata svolta per circostanziare i fatti e i maltrattamenti con riguardo". E ancora la Procura di Torino sui pestaggi che vanno dal 7 al 17 agosto 2015 "le uniche indagini svolte si sono concretizzate nell'acquisizione, presso la Casa circondariale di Ivrea, del registro delle sanzioni disciplinari, da cui risulta che il detenuto è stato sottoposto a isolamento, in esecuzione di quanto deliberato dalla direzione della casa circondariale di Vercelli, dunque, in mancanza di qualsiasi indagine volta a fissare il quando del pestaggio asseritamente patito dal detenuto...". Il dito è puntato sul Procuratore capo di Ivrea Giuseppe Ferrando: "Per lo svolgimento delle indagini si è avvalso della Polizia penitenziaria del carcere di Ivrea, alla quale appartengono gli indagati e le persone che, in virtù degli esiti di tali indagini, avrebbero potuto essere indagate". Stando alle denunce, i maltrattamenti dei detenuti sarebbero avvenuti all’interno della “cella liscia”, quella che dalle guardie penitenziarie veniva chiamato “l’acquario”: una stanza al piano terra del carcere che avrebbe dovuto essere la sala d’attesa dell’infermeria e dove, invece, i detenuti venivano chiusi anche per ore, senza che nessuno potesse vedere all’interno, mentre erano sottoposti a trattamenti “di contenimento”. "Ci abbiamo riflettuto bene prima di chiedere l'avocazione perché era qualcosa di non scontato. Sui 4 procedimenti però avevamo visto un rallentamento eccessivo e azioni che non venivano fatte dalla procura di Ivrea" raccontano oggi gli avvocati Simona Filippi per l'associazione Antigone e Marialuisa Rossetti  che rappresenta la garante di Ivrea. Come base di partenza la relazione ufficiale del Garante nazionale  Emilia Rossi. Dopo una visita a Ivrea confermò il racconto delle vittime: “Gli agenti fecero ingresso nella stanza di uno di loro lanciando il getto dell’idrante sul pavimento interno e lo presero violentemente a schiaffi e pugni sul viso e sulla testa e, quando era scivolato a terra, a colpi di manganello sul costato”. Lo stesso racconto è riportato anche dall’associazione Antigone e sulla pagina web infout.org, sulla quale altri detenuti scrissero: “Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone”. Morale? La Procura di Ivrea aveva risposto con l'archiviazione ed era poi stato il gip Stefania Cugge a rimandare indietro i fascicoli chiedendo di svolgere ulteriori indagini per individuare i responsabili dei pestaggi. Da qui la decisione del Garante di chiedere aiuto alla Procura di Torino con le istanze di avocazione.

L’acquario c’era e si trovata al piano terreno vicino all’infermeria

Storie di pestaggi in carcere. “Poi toccò a me. Di colpo aprirono il blindo e con un getto di acqua gelata di idrante mi stordirono e entrarono in tre o quattro velocemente in cella, mi buttarono per terra ammanettandomi e mi diedero nei costati dei colpi di manganello, poi mi tirarono su e nel tragitto verso l’infermeria, nei corridoi e per quattro piani di scale, presi schiaffi e manate in testa, finché non venni lasciato, credo qualche ora, chiuso senza vestiti, nell’Acquario al piano terra”. Si dirà: “Tutto falso..”. “E’ solo scivolato, caduto!”. Ma sul referto, il medico che quella sera visitò il detenuto, scriverà che la caduta da lui descritta “non è compatibile con le lesioni  riscontrate…”. La cella “Acquario”, una cella liscia, una sorta di sala d’attesa senza panca, senza riscaldamento e con le finestre oscurate i detenuti non se l’erano sognata. Lo scriverà subito dopo a chiare lettere il  Garante Nazionale. L’acquario c’era e si trovava al piano terreno, vicino all’infermeria. Per quei fatti, risalenti alla notte tra il 25 e il 26 ottobre del 2016, si è svolta, nel febbraio dello scorso anno, un’udienza in tribunale a Ivrea durante la quale la Procura ha chiesto l’archiviazione, il Garante Comunale si è opposto e il gip Stefania Cugge ha dato loro ragione, disponendo altri sei mesi di indagini e accogliendo così le richieste dell’avvocato Maria Luisa Rossetti. Da una parte ci sono gli esposti dei detenuti sui pestaggi subiti, dall’altra  gli agenti  che dicono di vivere in condizioni disumane e che non ci stanno più a passare come i “cattivi”. Finita qui? No! Agli atti una lettera, con nomi e cognomi, inviata dal detenuto Matteo Palo di Chivasso ai Radicali e pubblicata sul sito infoaut.org.  Ultima fermata di un calvario cominciato con la protesta del 14 ottobre dello stesso anno organizzata per richiedere un televisore in cella. E’ il racconto di chi si era ritrovato ostaggio di 3 o 4 agenti. E’ la disperazione che sale di notte, quando la direttrice non c’è.

Lettera dal carcere  sui pestaggi e abusi  del 25  ottobre 2016

Noi sottoscritti Agostino Stefano, Esposito Giovanni, Palo Matteo, Maccarone Francesco dichiariamo quanto segue: Siamo detenuti presso la Casa Circondariale di Ivrea, nella notte tra il 25 e il 26 ottobre 2016 sono accaduti pestaggi ed abusi verso sei detenuti, tra cui: Angelo, Boccale Francesco, Edoardo Surco,Dolce Marco, Alex sudamericano e Paparazzo. La sera del 25 ottobre al 4° piano si trovavano 4 dei ragazzi sopra indicati, che con delle urla gridavano e gridavano per farsi sentire da noi e da tutti i detenuti con la speranza che li sentissimo e potessimo capire cosa stesse accadendo lassù. Verso le 23.00 sentivamo le urla di Surgo Edoardo:“Stanno entrando!” In quel momento capimmo che gli assistenti si stavano preparando per fare irruzione nelle celle, sentimmo ancora i compagni gridare: “venite uno alla volta.” Gli assistenti di Ivrea avevano chiamato in rinforzo i colleghi di Vercelli, presentatisi in assetto antisommossa muniti di manganello e scudi, causando con questi abusi e violenze verso i nostri compagni. Addirittura noi del 1° piano abbiamo sentito gli assistenti che ad un certo punto urlavano: “Basta così li ammazzate.” Allora ad un certo punto dopo il pestaggio e gli idranti, tutto si è fermato. Silenzio. Poi la mattina seguente verso le 13.00, prima io (Palo Matteo) passando per l’infermeria mi accorgo che nella saletta detta “l’acquario” c’era Surco Edoardo sdraiato per terra con un evidenti trauma alle braccia e al corpo. Ma la cosa più atroce è che io, Esposito Giovanni, Agostino Stefano mentre andavamo in infermeria come tutti i giorni alle 13.30, di sfuggita dai vetri oscurati del ”acquario” vedemmo una coperta e sotto una forma di un corpo. Subito cominciammo a battere la prima volta con esito negativo, interrotti dall’assistente dell’infermeria che ci disse:”Dai facciamo presto e andate su”. Non contenti al nostro ritorno facemmo presente alla Dottoressa del Sert quello che avevamo visto: “Un corpo coperto, che al nostro battere sul vetro non dava segni di vita!” Subito la Dottoressa si alzò e venne a controllare, ma nel frattempo giungevano una quindicina di assistenti per allontanarci. In quel momento Edoardo Surco si alzò e tutto barcollante ci disse: “Guardate cosa mi hanno fatto.” Aveva tutto il corpo tumefatto ed era in mutande e canotta, dopodiché gli Assistenti con vigore ci hanno allontanato. Tutto questo è successo anche con Grottini e Alex il sudamericano. La sera del 26 ottobre i due furono trasferiti verso altri carceri, tra cui Novara e Cuneo, questo per non far vedere ai dottori e agli altri detenuti quello che era successo. Noi qui stiamo testimoniando tutto quello che è accaduto, poteva esserci un altro caso Cucchi, addirittura più accentuato e che avrebbe coinvolto altre persone. Il caso che abbiamo appena spiegato è stato scaturito per questi seguenti motivi: in questa struttura detentiva dove tutti noi dobbiamo stare è malfunzionante e mal gestita, ci sono problemi igienico sanitari, il vitto non funziona adeguatamente. La televisione in alcune celle non esistono e dove ci sono hanno il tubo catodico non più a norma, di conseguenza si ricevono alcuni canali, i materassi sono putridi e fatiscenti. Le reti fuori dalle sbarre delle finestre anch’esse non più a norma per la vista; le brande sono bullonate al pavimento e i blindi delle celle non rispettano le norme vigenti, all’interno di queste la capienza sarebbe per una singola persona ma sono occupate da due detenuti. Il sopravvitto è il più caro del Piemonte, ad esempio 1 bombola di Gas qui costa 2,50 euro mentre al LoRusso e Cotugno di Torino costa 1,50 euro e così per tutto il resto del sopravvitto. La fornitura amministrativa non viene data quasi mai, un detenuto con due rotoli di carta igienica. La dignità non esiste. Agostino Stefano, Palo Matteo, Esposito Giovanni, Maccarone Francesco
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