C’era una volta a Ivrea un’azienda florida, amica dei DS e poi del Pd, che fatturava 238 milioni di euro grazie agli appalti pubblici, che ristrutturava un castello trasformandolo in resort di lusso e s’era addirittura comprata un’azienda di efficientamento energetico, la Olicar.
C’era ma ad un certo punto entra in crisi di liquidità, punta il dito sui ritardi nei pagamenti della pubblica amministrazione (che ancora deve 73 milioni di euro su 189 milioni di crediti in bilancio) e, d’un tratto, spunta lui che con 50 mila eurorileva tutto quanto. Lui è Giuseppe Incarnato della Igi Investimenti, una piccola srl che nel 2018 ha chiuso il bilancio con un fatturato di appena 77 mila euro, una perdita di 14 mila euro e debiti per 4,5 milioni. “I sindacati temono il peggio – ha scritto il Fatto Quotidiano – la I.G.I investimenti è infattti una piccola srl. Curiosamente è omonima della Igi Sgr di Interbanca, colosso che gestisce centinaia di milioni di investimenti”.
Incarnato promette di sistemare tutto in 20 giorni (ma sono già passate parecchie settimane) poi chiede ai committenti di pagare gli stipendi al posto suo, infine “ripromette” di saldare i dipendenti entro il 20 dicembre. Prova provata che non ha il becco di un quattrino….
Incarnato è un soggetto noto alle cronache per aver rilevato il Giornale dell’Umbria (chiuso dopo meno di un anno) ma anche e soprattutto per una richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Roma per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta sul mega crac dell’Idi, l’istituto dermatologico del Vaticano di cui è stato direttore generale. Nello specifico era accusato d’aver emesso fatture false…
Da qui tutti i dubbi – consentiteceli – su un piano industriale, sventolato a Parella in conferenza stampa, in cui si glorifica una ricapitalizzazione di 50 milioni di euro in 5 anni, da investire in tecnologie, grazie alla quale si prevede di fatturare 450 milioni entro il 2024 in sinergia con la neonata azienda Telco di Incarnato, Semitechgroup, e “l’abbandono delle commesse del settore pubblico” . Beninteso una ricapitalizzazione che passerebbe dalla vendita di tutte le partecipazioni di controllo (come MGC)a fronte di un indebitamento che sta crescendo a vista d’occhio e che oggi supera i 65 milioni di euro. S’aggiunge la multa da 33 milioni (che si vorrebbe “patteggiare”) inflitta dall’Antitrust a Manital per aver fatto cartello con altre aziende in una gara Consip da 2,7 miliardi, i debiti con le banche da ristrutturare e quelli con l’Agenzia delle entrate (pari a 200 milioni di euro) da rateizzare.
Cosa si aspetta oggi? Una decisione sullo stato di insolvenza da parte del tribunale delle imprese di Torino che il 20 dicembre scorso ha preso nota, per la prima volta del nuovo piano industriale, della nuova ragione sociale (Italmantec) e della nuova sede legale a Roma e non più a Ivrea. La seconda udienza in un primo tempo fissata al 9 gennaio è stata spostata al 31 di questo mese.
Si spera nell’amministrazione straordinaria. Lo sperano in molti, non foss’altro che questa sembra l’unica soluzione possibile per dire finalmente basta ad un’agonia che si sta trascinando avanti da parecchi mesi con rescissioni contrattuali a valanga. Dall’ospedale di Orbassano a quello di Rieti, passando per l’Asl di Tivoli, all’Asl di Enna, fino agli ospedali della Valtellina. E poi c’è FCA che non ne vuole più sapere c’è Car Server che ha chiesto la restituzione di 400 mezzi, Working Lav che non vuole più saperne di fare le buste paghe e addirittura una richiesta danni da parte di Engie con cui Manital era in Ati. Ciliegia sulla torta il distacco della corrente elettrica e del gas sia a Villa Burzio che in via Di Vittorio.
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