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Cronaca

“Mi sono finta morta per salvarmi”: violenza di gruppo dopo la promozione del Bra

La testimonianza della studentessa dopo la partita: accuse di violenza di gruppo e video diffusi in chat

“Mi sono finta morta per salvarmi”: violenza di gruppo dopo la promozione del Bra

“Mi sono finta morta per salvarmi”: violenza di gruppo dopo la promozione del Bra (immagine di repertorio)

Una serata di festa per una promozione sportiva che si trasforma, secondo l’accusa, in un incubo. È attorno a questa frattura netta tra normalità e violenza che si sviluppa uno dei casi giudiziari più delicati emersi negli ultimi mesi in Piemonte. Al centro c’è il racconto di una studentessa universitaria, che ha denunciato di essere stata vittima di violenza sessuale di gruppo da parte di tre calciatori, all’epoca tesserati con il Bra, squadra che proprio in quei giorni celebrava il salto in Serie C.

I fatti risalgono alla sera del 30 maggio 2025. La giovane si trova in un locale insieme ad alcune amiche e a conoscenti, tra cui un giocatore non coinvolto nell’inchiesta. Il gruppo si allarga con l’arrivo di altri compagni di squadra. L’atmosfera, inizialmente conviviale, cambia progressivamente. La ragazza racconta di attenzioni insistenti, di contatti fisici non desiderati, tanto che le amiche cercano di allontanarla da quella situazione.

Uno dei calciatori le piace, almeno all’inizio. È per questo che accetta di seguirlo a casa sua, convinta – come dirà – di voler restare “solo con lui”. È in quell’appartamento che, secondo la sua versione, la situazione precipita. “Uno è comparso in stanza e si è seduto sul letto. Il terzo è arrivato dopo, chiamato al telefono”, ha raccontato. A quel punto, sopraffatta dalla paura, prende una decisione estrema: “ho chiuso gli occhi e mi sono finta morta”. Un gesto che restituisce la dimensione psicologica di quei momenti, più ancora delle parole.

Gli atti, secondo la denuncia, si consumano in circa venti minuti. Un tempo breve, ma sufficiente – nel racconto della giovane – a lasciare segni profondi. La percezione di essere stata filmata durante quanto accade trova poi riscontro nelle indagini: materiale video e fotografico sarebbe stato effettivamente realizzato e condiviso in una chat denominata “We are Champs”, riferimento esplicito ai festeggiamenti sportivi.

C’è un passaggio che assume un peso particolare nella ricostruzione. Prima di uscire dall’appartamento, la ragazza viene ripresa mentre afferma di non essere stata costretta. Una frase che, nel racconto successivo, viene spiegata come una strategia dettata dalla paura: dire ciò che gli altri volevano sentirsi dire per poter andare via. “In quel momento pensavo solo di andarmene”, ha spiegato.

Dopo essere uscita, la giovane torna a casa e racconta di essersi fatta una doccia per un’ora. La denuncia arriva tre giorni dopo, dopo aver trovato il coraggio di confidarsi con un’amica. Da lì prende avvio l’inchiesta della procura di Asti, che nel tempo raccoglie elementi ritenuti rilevanti: tra questi, le testimonianze, i filmati e gli accertamenti tecnici.

Nel capo d’imputazione emerge un elemento chiave: la presunta condizione di “inferiorità fisica e psichica” della vittima, legata alla giovane età e allo stato di alterazione. Un aspetto che rafforza l’impianto accusatorio e che sarà centrale nel dibattimento.

Immagine di repertorio

I tre imputati sono Fausto Perseu (23 anni), Alessio Rosa (22 anni) – accusato anche di revenge porn – e Christ Jesus Mawete (20 anni). Tutti oggi giocano in altre squadre. Le difese respingono le accuse, sostenendo la totale mancanza di responsabilità penale.

Un altro elemento destinato a pesare è un video acquisito dagli investigatori, in cui si sente uno degli imputati dire: “Spero che tu non vada a dire che ti ho costretta a salire”, con la risposta della ragazza: “Non dico nulla”. Un frammento che, nella lettura dell’accusa, si inserisce in un contesto più ampio e complesso.

Nel frattempo, la vicenda ha avuto conseguenze profonde sul piano umano. La giovane ha raccontato di soffrire di flashback, di rivivere quella notte e di “sentire le mani addosso”. Nei mesi successivi ha tentato più volte il suicidio ed è stata ricoverata. Oggi è in cura, dopo aver interrotto temporaneamente gli studi.

Sul fronte processuale, i tre imputati hanno chiesto il rito abbreviato, scelta che potrebbe portare a una definizione più rapida del procedimento. Intanto le società sportive hanno preso le distanze: il Bra ha parlato di “assoluto stupore”, mentre il Livorno – attuale club di Mawete – ha dichiarato la propria estraneità, riservandosi eventuali provvedimenti.

Resta una vicenda ancora aperta, che dovrà trovare un punto fermo nelle aule di tribunale. Da una parte il racconto dettagliato della vittima, supportato – secondo l’accusa – da elementi investigativi; dall’altra la linea difensiva che contesta ogni addebito. In mezzo, un caso che interroga non solo la giustizia, ma anche il modo in cui si affrontano temi come il consenso, la pressione del gruppo e il peso delle prove in contesti così delicati.

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