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Cronaca
09 Aprile 2026 - 23:30
foto archivio
Ivrea, la sera, non è più solo una città. Le voci si abbassano, i gruppi si fanno più stretti, gli sguardi più attenti. Non è il silenzio della provincia, è qualcosa di diverso. È prudenza. È paura. Soprattutto tra i più giovani, quelli che dovrebbero vivere la notte con leggerezza e invece iniziano a fare calcoli: dove andare, con chi, a che ora tornare.
E poi c’è lui.
A San Grato, il suo quartiere, lo chiamano tutti “il Biondo”. Un soprannome che circola veloce, tra messaggi vocali e racconti sussurrati fuori dai locali.
I cittadini a cui abbiamo chiesto di lui, lo descrivono così: "18 anni appena compiuti, piantagrane, rissoso, sempre in cerca di guai". Non serve aggiungere altro: basta il nome e chi capisce, capisce. Non gira mai da solo. "Attorno a lui, sempre gli stessi volti - dicono - Tunisini, albanesi, italiani, qualcuno più grande, legati da un modo di stare insieme che ormai in città molti conoscono fin troppo bene...".
"Sono dei veri e propri malavitosi - aggiungono - capaci di pestaggi brutali, a sangue..". Insomma dei delinquenti veri e propri!

L’ultimo episodio è di pochi giorni fa. Fuori dalla discoteca La Fenice, via Gobetti, alle tre del mattino. Fine serata, gente che esce, qualche risata stanca. Poi, uno alla volta, tre uomini sulla trentina vengono avvicinati. Non si conoscono, non c’entrano nulla tra loro. Colpiti separatamente, con una precisione che fa pensare a un metodo.
Calci, pugni, minacce. Sempre uguale. Sempre vicino al locale. Sempre senza un motivo.
Tutti e tre ricoverati in ospedale a Ivrea, tutti e tre con decine di giorni di prognosi. E una domanda che resta lì: perché?
“Ivrea è come il Bronx”, azzarda qualcuno. Forse è troppo. Ma è il tipo di frase che nasce quando la percezione supera i numeri. Quando la paura diventa esperienza.
Perché non è un caso isolato.
C’è la notte di piazza Rondolino, un anno fa. Un ragazzo accoltellato tre volte alla schiena, poi preso a sprangate, calci, pugni. Si inginocchia, chiede pietà. Non serve. Venti punti in testa, zigomi rotti, mandibola fratturata. Una scena che sembra uscita da un’altra realtà. E invece è Ivrea.
C’è il Buffet della stazione. Sedie che volano, sangue sui tavoli, nei bagni, ovunque. Ragazzi e ragazze dentro una rissa che non è più nemmeno rabbia: è spettacolo. Ripreso, condiviso, commentato.
E poi quella frase, quasi detta con leggerezza ad una giornalista di Rete 4: “Al massimo sono due settimane”. Due settimane. Come se la violenza fosse un rischio calcolato, un prezzo accettabile.
Intanto la città prova a reagire. Le “zone rosse”, i controlli, le ordinanze del Prefetto. A maggio se ne aggiungeranno altre. Ma la sensazione è che si intervenga sempre dopo. Sempre un passo indietro rispetto ai fatti.
E le famiglie restano sospese.
“Dobbiamo dire ai nostri figli di stare a casa?” chiede un padre. È una domanda che pesa più di qualsiasi dato. Perché se la risposta è sì, allora qualcosa si è rotto davvero.
Ivrea non è solo cronaca nera. È anche una città che prova a capire cosa le sta succedendo. Con oltre 500 alloggi popolari su 23 mila abitanti, con fragilità sociali che si intrecciano a una generazione che sembra crescere senza argini, senza paura delle conseguenze, senza riferimenti solidi.
E allora quel soprannome — “il Biondo” — diventa qualcosa di più di un ragazzo.
Il simbolo di una città che la sera si guarda alle spalle. Di genitori che aspettano svegli. Di ragazzi che iniziano a evitare certe strade, certi orari, certe compagnie.
Ivrea non è il Bronx, ma quando la notte smette di essere un tempo libero e diventa un rischio da gestire, un po' ci assomiglia.
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