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Dalla Ivrea di Olivetti ai jeans globali: addio ad Adriano Goldschmied

Morto il 6 aprile a 82 anni il “padrino del denim”. Nato a Ivrea, ha trasformato i jeans in identità e industria, senza perdere lo sguardo lungo dell’innovazione

Dalla Ivrea di Olivetti ai jeans globali: addio ad Adriano Goldschmied

Goldschmied

C’è un filo sottile che parte da Ivrea e arriva fino alle passerelle di mezzo mondo. Non è immediato vederlo, ma c’è. E dentro quel filo c’è anche la storia di Adriano Goldschmied, morto il 6 aprile 2026, a 82 anni, all’ospedale di Castelfranco Veneto, dopo una lunga malattia.

Per molti resterà il “padrino del denim”. Una definizione giusta, ma incompleta. Perché Goldschmied non ha solo costruito marchi o lanciato tendenze: ha cambiato il modo in cui guardiamo un oggetto quotidiano. Ha fatto del jeans qualcosa che tiene insieme identità, cultura e innovazione.

La sua storia comincia a Ivrea, il 29 novembre 1943, in una famiglia triestina di origine ebraica. Anche il nome racconta qualcosa: Adriano, come Olivetti. Non è una coincidenza. Il padre Livio, legato al Partito d’Azione e a Giustizia e Libertà, aveva un rapporto diretto con Adriano Olivetti. È da lì che arriva quel nome, e forse anche un certo modo di pensare l’impresa: non solo produzione, ma visione.

Goldschmied non arriva subito alla moda. C’è un primo tentativo nel mondo dello sci, poi la scoperta del denim. Raccontava spesso di quando, nel dopoguerra, osservava i soldati americani. “Per noi era il vestito degli eroi”. Da quella immagine nasce una fascinazione che, con il tempo, diventa un progetto.

All’inizio degli anni Settanta apre a Cortina d’Ampezzo il King’s Shop. Un negozio che diventa rapidamente un punto di riferimento internazionale. È lì che prende forma una delle sue intuizioni più semplici e più decisive: esiste sempre una fascia di mercato pronta a pagare per l’unicità. Da quell’idea nasce quello che oggi chiamiamo “denim premium”.

Poi arriva il Veneto, che diventa il cuore produttivo di quella visione. Le prime produzioni di jeans in Italia contribuiscono a costruire un distretto destinato a diventare tra i più importanti al mondo. In quegli anni prende forma anche il Genius Group, una vera fucina creativa da cui escono alcuni dei nomi più rilevanti del settore.

Tra questi Renzo Rosso, fondatore di Diesel, che ha sempre riconosciuto in Goldschmied un mentore. E Claudio Buziol, anima di Replay. Ma l’elenco è molto più lungo: Gap 1969, Agolde, Goldsign, AG Adriano Goldschmied, Citizens of Humanity, House of Gold. Più che creare marchi, Goldschmied costruisce percorsi.

Accanto all’imprenditore c’è l’innovatore. La diffusione dello stonewash, l’introduzione di fibre come il Tencel, lo sviluppo del denim stretch. Passaggi tecnici che cambiano profondamente il prodotto, rendendolo più confortevole, più vicino al corpo, più adatto a interpretazioni diverse.

Negli anni il jeans entra definitivamente nella moda. Non più solo abbigliamento funzionale, ma protagonista anche nelle collezioni di alta gamma. Goldschmied lo diceva chiaramente, nel 2016 ad Amsterdam — città che considerava la capitale mondiale del denim —: “Il futuro non può che essere uno: il lusso”.

Citava maison come Gucci e Stella McCartney per spiegare come il denim fosse ormai un “key-player” delle passerelle, un terreno dove innovazione, ricerca e tecnologia ridefiniscono continuamente i confini.

Negli ultimi anni il suo sguardo si sposta soprattutto su un’altra urgenza: l’impatto ambientale. Ricordava spesso come per produrre un solo paio di jeans servano fino a 7.000 litri d’acqua. Un dato che considerava insostenibile. Parlava di una rivoluzione simile a quella del food, fatta di tracciabilità, materiali e processi produttivi più consapevoli. Collaborava con aziende e centri di ricerca per sviluppare soluzioni alternative.

Fino all’ultimo ha lavorato su quella che definiva “la sfida del nuovo secolo”: creare un jeans a impatto zero.

Ma oltre al designer e all’imprenditore, il settore perde anche un maestro. Goldschmied ha formato e accompagnato generazioni di creativi, mantenendo sempre uno sguardo aperto verso i giovani. “Sono amazing”, diceva. “Hanno possibilità che noi non avevamo. Il futuro è nelle loro mani”. Tra le collaborazioni più significative, quella con la Jean School di Amsterdam, l’unica scuola al mondo dedicata al design del denim.

Frequentava ambienti internazionali, era amico di figure come Franca Sozzani e Sharon Stone, ma manteneva un rapporto molto personale con il successo. Il denaro, diceva con ironia, è solo uno strumento per creare qualcosa di nuovo.

Negli ultimi mesi era tornato a vivere ad Asolo, dopo una lunga stagione divisa tra Italia e Stati Uniti. Non aveva smesso di lavorare.

Lascia la moglie Michela e le figlie Glenda e Marta, quest’ultima già attiva nel settore con una propria linea.

C’è infine un dettaglio che lo racconta più di molti altri. Nel suo armadio non teneva più di una decina di jeans. Preferiva quelli vintage, riparati a mano più volte. Non un oggetto da consumare, ma qualcosa da vivere, trasformare, portarsi dietro nel tempo.

È forse anche da qui che si capisce il suo percorso. Da Ivrea al mondo, senza mai perdere quell’idea iniziale: che anche la cosa più semplice — un paio di jeans — possa diventare cultura, se la si prende sul serio.

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