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Cronaca
02 Aprile 2026 - 11:35
Un intervento per prevenire il peggio, poi la complicazione inattesa, i ricoveri, altri interventi chirurgici e infine una battaglia legale durata anni. È una vicenda che intreccia sanità, responsabilità e diritti dei pazienti quella conclusa con la sentenza del tribunale di Novara, che ha riconosciuto un risarcimento di circa 33 mila euro a una donna di 43 anni colpita da un’infezione dopo un’operazione al seno.
La decisione della giudice Irene Russo chiude un caso che affonda le radici nel 2019, quando la paziente si era sottoposta a una mastectomia bilaterale con ricostruzione protesica. Una scelta non estetica, ma preventiva: due anni prima aveva affrontato un carcinoma mammario e, a causa della familiarità oncologica, aveva deciso di ridurre il rischio di recidiva con un intervento radicale.
Un percorso già complesso, che però si è complicato ulteriormente nelle settimane successive all’operazione. A distanza di poco più di un mese, durante un controllo, è emersa una riapertura della ferita accompagnata da un’infezione. Gli esami hanno individuato la presenza di pseudomonas aeruginosa, un batterio noto in ambito ospedaliero per la sua resistenza e la capacità di provocare infezioni difficili da trattare.
Da quel momento, il decorso è diventato un calvario. Tra il 2020 e il 2021 la donna ha dovuto affrontare tre ulteriori interventi chirurgici, necessari per risolvere le complicazioni e contenere l’infezione. Un percorso clinico lungo e invasivo, con conseguenze non solo fisiche ma anche psicologiche.
Il nodo centrale della vicenda è stato stabilire l’origine dell’infezione. Secondo i periti nominati dal tribunale, non ci sono dubbi: si tratta di una infezione di origine ospedaliera. La causa più probabile, evidenziano gli esperti, sarebbe legata ai ripetuti accessi ambulatoriali effettuati dopo l’intervento.
Un elemento che ha avuto un peso decisivo nella valutazione della responsabilità della struttura sanitaria, il Policlinico di Monza – Casa di cura privata srl. Durante il procedimento, la clinica ha illustrato le proprie procedure di prevenzione adottate in sala operatoria e nei reparti di degenza, ma non ha fornito documentazione specifica sulla gestione degli ambulatori.
Proprio questo vuoto è stato evidenziato dai consulenti tecnici, che hanno sottolineato come la gestione degli accessi ambulatoriali rappresenti un fattore critico nella prevenzione delle infezioni del sito chirurgico. Limitare il numero di controlli, quando possibile, è infatti una delle strategie indicate per ridurre il rischio.

La sentenza ha quindi riconosciuto una responsabilità della struttura, condannandola al risarcimento e al pagamento delle spese legali. Per quantificare il danno, il tribunale ha applicato le tabelle del Tribunale di Milano, punto di riferimento a livello nazionale per la valutazione del danno biologico.
Il caso riporta al centro un tema delicato: quello delle infezioni correlate all’assistenza sanitaria. Si tratta di eventi non sempre evitabili, ma che richiedono protocolli rigorosi e aggiornati in ogni fase del percorso di cura, non solo durante l’intervento chirurgico.
Negli ultimi anni, l’attenzione su questo fenomeno è cresciuta. Le infezioni del sito chirurgico rappresentano una delle complicanze più frequenti e possono avere conseguenze rilevanti in termini di salute, tempi di recupero e costi per il sistema sanitario. La vicenda di Novara evidenzia come il rischio non si esaurisca in sala operatoria. Anche le fasi successive, come i controlli ambulatoriali, possono rappresentare momenti critici.
Dal punto di vista giuridico, il caso conferma un orientamento consolidato: quando viene accertata l’origine ospedaliera dell’infezione, spetta alla struttura dimostrare di aver adottato tutte le misure necessarie per prevenirla. In assenza di questa prova, può essere riconosciuta la responsabilità.
Un principio che rafforza la tutela dei pazienti, ma che allo stesso tempo impone alle strutture sanitarie un livello elevato di organizzazione e controllo. La storia della donna coinvolta assume quindi un valore che va oltre il singolo caso. Racconta le difficoltà di chi, già provato da una malattia grave, si trova ad affrontare complicazioni ulteriori.
E mette in luce un aspetto spesso poco visibile: il percorso che segue l’intervento, fatto di controlli, visite e attenzioni che devono essere garantite con la stessa cura riservata alla fase chirurgica. Il risarcimento riconosciuto rappresenta una risposta sul piano giuridico, ma non cancella le conseguenze vissute.
Resta però un segnale importante, perché richiama l’attenzione su un punto fondamentale: la sicurezza delle cure non è un elemento accessorio, ma una componente essenziale del diritto alla salute. E ogni passaggio, anche quello apparentemente più semplice, può fare la differenza.
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