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Cronaca

La Mandria, maxi disboscamento mascherato da lavori: legname venduto per 350 mila euro

Quattro indagati tra cui un dipendente pubblico: l’inchiesta svela un sistema di frodi e danni ambientali

La Mandria

La Mandria, maxi disboscamento mascherato da lavori: legname venduto per 350 mila euro

Doveva essere un intervento di riqualificazione ambientale, si sarebbe trasformato invece in un disboscamento su larga scala con un giro d’affari illecito da centinaia di migliaia di euro. È questo il quadro che emerge dall’indagine dei carabinieri forestali di Torino all’interno del Parco regionale della Mandria, una delle aree naturalistiche più importanti del Piemonte.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura, ha portato alla chiusura delle indagini nei confronti di quattro persone: il titolare di un’azienda boschiva, due operai e un dipendente pubblico. Le accuse sono pesanti e spaziano dal furto aggravato ai reati ambientali, fino alla frode e alla falsificazione di atti.

Tutto parte da un appalto pubblico legato alla sostituzione di specie arboree in un’area protetta classificata come Sito di Importanza Comunitaria. Un progetto, quindi, con finalità ambientali precise. Ma secondo gli investigatori, dietro quell’intervento si sarebbe nascosto un meccanismo ben diverso.

I dati raccolti attraverso rilievi aerei e analisi satellitari raccontano una realtà ben più ampia rispetto a quanto autorizzato. L’area interessata dai tagli si estenderebbe per una superficie pari a circa 37 campi da calcio. A fronte dei 26 ettari previsti dal progetto, sarebbero stati abbattuti ulteriori 7,5 ettari senza autorizzazione, con un impatto significativo sull’ecosistema del parco.

Il volume del legname asportato è altrettanto rilevante: oltre 4.000 tonnellate, trasformate direttamente sul posto in cippato e immesse nel mercato delle biomasse. Un’operazione che avrebbe generato un profitto illecito stimato in oltre 350 mila euro.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il sistema sarebbe stato organizzato per eludere i controlli. Tra gli elementi emersi ci sarebbero documentazioni alterate, comunicazioni progettuali ridotte per evitare verifiche ambientali più approfondite e certificazioni di fine lavori rilasciate nonostante le evidenti difformità rispetto al progetto iniziale.

A rendere ancora più delicata la vicenda è il coinvolgimento di un dipendente pubblico, figura che avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole e la corretta esecuzione dei lavori. Invece, secondo l’accusa, i controlli sarebbero stati insufficienti o inesistenti, favorendo di fatto lo sviluppo delle attività illecite.

Gli inquirenti parlano di un sistema strutturato, capace di muoversi tra appalti, autorizzazioni e certificazioni, sfruttando le pieghe burocratiche per ottenere vantaggi economici a scapito dell’ambiente.

Il caso si inserisce in un contesto particolarmente delicato. L’intervento forestale, infatti, nasceva da esigenze reali: alcune specie piantate decenni fa, ormai giunte a fine ciclo, risultavano vulnerabili e poco adatte al terreno, rendendo necessaria una sostituzione con essenze autoctone più resistenti e in grado di favorire la biodiversità.

Proprio su questo punto si innesta il paradosso della vicenda. Un progetto pensato per migliorare l’equilibrio naturale dell’area si sarebbe trasformato, secondo l’accusa, in un’operazione di sfruttamento intensivo delle risorse.

Il Parco della Mandria, che ogni anno accoglie migliaia di visitatori, rappresenta un patrimonio ambientale di grande valore. Interventi non controllati possono compromettere non solo il paesaggio, ma anche gli equilibri ecologici costruiti nel tempo.

Ora sarà la magistratura a stabilire le responsabilità individuali. Resta però un dato evidente: l’inchiesta accende i riflettori su un settore, quello della gestione forestale, dove il confine tra intervento necessario e abuso può diventare sottile se mancano controlli efficaci.

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