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Cronaca

Quel palloncino davanti al Monaldi e un’Italia che chiede perdono a Domenico

Fiori e striscioni davanti al Monaldi, il lutto negli stadi e la promessa di una fondazione in sua memoria. Ma sul dolore si allunga anche l’ombra delle truffe social mentre la politica chiede giustizia

Quel palloncino davanti al Monaldi e un’Italia che chiede perdono a Domenico

Quel palloncino davanti al Monaldi e un’Italia che chiede perdono a Domenico

Qualcuno ha lasciato una rosa bianca, qualcun altro un palloncino azzurro che il vento trascina piano contro il cancello. C’è un orsacchiotto seduto sull’asfalto, con le zampe spalancate come in attesa di un abbraccio che non arriverà più. E poi c’è un uomo, arrivato da lontano, da Caserta. Ha guidato per ore. Quando è sceso dall’auto, davanti all’ingresso dell’ospedale Monaldi di Napoli, si è fermato. Ha abbassato il capo. Si è inchinato. “Per chiedere scusa al piccolo Domenico”.

La sua voce è rotta, ma ferma: “C’è molta rabbia, c’è qualche errore e chi ha sbagliato deve pagare, non si può morire così. Domenico è il figlio di tutta l’Italia”.

Già. Il figlio che tutta l’Italia sente di aver perso.

Davanti al Monaldi non c’è solo dolore. C’è un pellegrinaggio silenzioso che non si arresta. Arrivano mamme con i passeggini, padri che stringono i figli per mano come a volerli proteggere da un destino che improvvisamente fa paura. I biglietti si accumulano tra i fiori. “Ti abbiamo amato come nostro figlio, un nostro nipote. Aiuta la tua famiglia e scusa questo mondo che non ti appartiene”, si legge su un cartoncino scritto con grafia tremante. Poco più in là, Giovanni lascia poche parole, semplici: “Ad un amichetto Angelo, adesso parliamo da lontano”.

Tra le prime ad arrivare c’è Rosaria. Non conosceva Domenico, non lo aveva mai visto prima di quella foto diventata virale, con quel sorriso che ora sembra un pugno nello stomaco. “Potrei essere la mamma, anche la nonna del piccolo”, dice. Poi si ferma. “Cosa penso della vicenda? Meglio non dirlo, perché non penso a niente di buono. Ora credo che debba soltanto esserci silenzio e rispetto”.

Il silenzio, però, è attraversato da un rumore più forte: quello dell’indignazione. La morte di Domenico – il “piccolo guerriero”, come lo chiamano in tanti – ha superato i confini di Napoli. È diventata una ferita nazionale. Nei campi di calcio, dove spesso si urla per ben altro, per una volta le curve si sono fermate a ricordare. Il Napoli giocherà a Bergamo con il lutto al braccio. “Domenico, il tuo cuore batte con noi”, recita lo striscione apparso nel settore Sud durante Juventus-Como. A Palermo, nella curva Nord del Barbera, durante Palermo-SudTirol, un altro messaggio: “R.I.P. piccolo Domenico, giustizia”.

Giustizia. È la parola che torna più spesso, insieme a un’altra: perché.

La forza del dolore è inimmaginabile. Eppure mamma Patrizia quella forza l’ha trovata. L’ha trovata per parlare, per trasformare un lutto che spezza il respiro in qualcosa che possa almeno salvare altri bambini. Ha detto che il suo piccolo, diventato “un angioletto”, non sarà dimenticato. Lunedì, come ha spiegato il suo legale Francesco Petruzzi, la famiglia andrà da un notaio per costituire un comitato e avviare una raccolta fondi per creare una fondazione in memoria di Domenico. L’obiettivo è aiutare chi, piccolo come lui, può ancora avere una possibilità di vivere.

Un gesto che chiede rispetto. Anche perché, accanto alla solidarietà, si è affacciato il volto più meschino dell’umanità. Qualcuno ha usato le foto del bambino, diffuse dalla famiglia, per tentare una truffa sui social, soprattutto su TikTok. Finti appelli, richieste di denaro, persino un iban pubblicato per raccogliere soldi per il funerale. “Chiedono soldi per il funerale, hanno anche pubblicato un iban – ha detto l’avvocato Francesco Petruzzi – ma la famiglia non ha mai chiesto soldi”. Una ferita nella ferita. Uno sciacallaggio che indigna quasi quanto il dolore stesso.

Intanto la politica interviene, tra cordoglio e accuse. Il sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, invita a non trasformare il dolore in uno scontro sterile: “Dobbiamo prendere esempio dalla mamma di Domenico. È necessario evitare che un dolore così grande si trasformi nell’ennesimo conflitto sterile: serve invece consapevolezza e un impegno concreto da parte di tutti”. Parole di vicinanza arrivano anche dal governatore Roberto Fico.

Ma c’è anche chi chiede una linea durissima. Fulvio Martusciello, segretario regionale di Forza Italia, non usa mezzi termini: “È stato un omicidio. Una catena interminabile di errori, tra omissioni, familismo nel reparto, presunzione e ignoranza, mentre si muoveva la lobby dei cardiochirurghi. Sono tutti colpevoli, dal direttore generale al primario. Ci aspettiamo pugno di ferro dal presidente della Regione”.

Accuse pesanti, che ora attendono risposte nelle sedi opportune. La magistratura farà il suo corso. Gli accertamenti chiariranno eventuali responsabilità. Ma fuori dai palazzi, davanti al cancello del Monaldi, la giustizia ha un volto diverso: è quello di una madre che accarezza la foto del figlio, di un padre che stringe i denti per restare in piedi, di una città che si ferma.

Domenico è diventato il simbolo di una fragilità che riguarda tutti. Perché quando a spegnersi è la vita di un bambino, non c’è statistica che tenga, non c’è polemica che basti. Restano solo le domande e una promessa sussurrata tra i fiori: non dimenticare.

E intanto quella rosa bianca continua a tremare nel vento, come se anche lei sapesse che, da oggi, davanti a quell’ospedale, nulla sarà più come prima.

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