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Cronaca
19 Febbraio 2026 - 01:32
Dall'Olivetti al Fgci... Addio a Giancarlo Quagliotti, l’ultimo comunista della Sala Rossa
Se ne è andato in silenzio, come fanno gli uomini che hanno attraversato la storia senza mai gridare il proprio nome più forte degli altri. Giancarlo Quagliotti muore a 84 anni, ricoverato all’ospedale di Asti, accudito fino all’ultimo dal figlio Luca, segretario provinciale della Cgil astigiana. E con lui si chiude un pezzo importante della sinistra piemontese, quella cresciuta nelle sezioni, nelle fabbriche, nei consigli comunali fumosi, nelle discussioni infinite che non erano solo ideologia ma carne viva, lavoro, diritti, città.
Era nato nel 1942 nell’Eporediese, a Ivrea, e quella origine non è mai stata un dettaglio biografico ma un marchio identitario. Si definiva «un bambino Olivetto». Così, con quell’ironia affettuosa che raccontava un mondo.
La “Ditta”, come la chiamavano i canavesani, lo prese in carico fin dall’asilo. Ivrea non era soltanto una città industriale: era un laboratorio sociale. Crescere all’ombra della Olivetti significava respirare un’idea diversa di impresa, di comunità, di responsabilità collettiva.
Lì si forma il ragazzo Quagliotti, tra il senso di appartenenza e la convinzione che il lavoro potesse essere dignità e futuro. Dopo qualche anno nel collegio salesiano di Cavaglià – da cui scappò tre volte, l’ultima in terza elementare, tanto che i salesiani lo riconsegnarono alla famiglia dicendo di non volerlo più rivedere – diventa operaio specializzato proprio alla Olivetti. Non è solo un percorso professionale: è un imprinting culturale. L’idea che la politica debba tenere insieme produzione e diritti, industria e persona, comunità e innovazione affonda anche lì le sue radici.
Cresciuto in una famiglia di comunisti doc – il nonno fu tra i fondatori del Pci a Caluso – per lui la militanza non è un salto nel buio ma una continuità naturale. Entra giovanissimo nella Fgci. La prima vacanza lontano da casa, nel 1961, non è al mare ma alle Frattocchie, la mitica scuola quadri del partito. Un pellegrinaggio laico. Un rito di formazione. Da lì in avanti il percorso è lineare: dirigente della Fgci, poi responsabile degli Enti locali del Pci torinese quando il quartier generale dei comunisti era ancora in via Chiesa della Salute. Alto, robusto, capelli neri corvini, presenza solida, diventa uno degli artefici torinesi della nascita della giunta rossa che nel 1975 conquista Palazzo Civico.
Nel 1970 entra in Consiglio comunale a Torino. La Sala Rossa diventa il suo campo di battaglia civile. Torino è nel pieno delle trasformazioni industriali, attraversata dalla crisi, dalle tensioni sociali, dalla fatica di ripensarsi oltre la grande fabbrica. In quell’aula Quagliotti non è solo consigliere: è capogruppo del Pci nella giunta rossa guidata dal sindaco Diego Novelli, soprannominato “Penna bianca” nei verbali del faccendiere Adriano Zampini. Per alcuni anni ricopre anche il delicato ruolo di assessore all’Urbanistica. Sono anni intensi, ambiziosi, in cui la città tenta di governare il cambiamento. La politica non è passerella ma responsabilità quotidiana. Lui la esercita con rigore, con presenza costante, con la capacità di tenere insieme mediazione e visione.
Poi arrivano le tempeste. Nell’83, ben prima della milanese Mani Pulite, l’inchiesta legata agli intrallazzi di Zampini travolge quella straordinaria esperienza politica. Mezza giunta finisce sotto indagine. Anche Quagliotti viene coinvolto. All’epoca, chi veniva inquisito aveva il dovere di sospendersi cautelativamente dal partito. È una stagione durissima, che – come hanno ricordato diversi suoi compagni di allora – gli procurò una sofferenza profonda. Venne assolto, ma le ferite politiche e personali non si cancellarono facilmente. Ancora più doloroso, per lui, fu il rifiuto della sua reiscrizione al partito quando, anni dopo, superata la bufera giudiziaria, si presentò alla sezione 8° di via Colautti. Una parte dei compagni sollevò obiezioni e la richiesta non venne accolta. Un passaggio che segnò profondamente il suo rapporto con quel mondo al quale aveva dedicato la vita.
In quegli anni tormentati, con alle spalle anche un’esperienza lavorativa in una società del gruppo Satap nei rapporti con le amministrazioni locali, viene assunto da una società della Sitaf. I detrattori lo collocano nella cosiddetta “corrente autostradale” del partito, ormai non più Pci ma in trasformazione. È la stagione delle metamorfosi: dal Pci al Pds, poi ai Ds, fino al Pd. Lui attraversa tutto senza rinnegare nulla del proprio passato. Porta con sé l’idea che la politica debba restare organizzazione, comunità, confronto vero. Nel Pd piemontese diventa vicepresidente regionale, punto di riferimento silenzioso, eminenza grigia di tanti compagni.
Nel 2011 viene coinvolto nella campagna elettorale che porta il centrosinistra a riconquistare Palazzo Civico, offrendo la sua esperienza e la sua capacità di analisi in una fase delicata per la città. In queste ore molti esponenti della politica torinese e piemontese lo stanno ricordando come una persona perbene, lucida, generosa, animata da una passione civile autentica e da un forte senso delle istituzioni.
Negli ultimi anni non sceglie il ritiro. Diventa presidente dell’Associazione Consiglieri Emeriti della Città di Torino e continua a partecipare al dibattito pubblico, custodendo memoria e continuità istituzionale. Non è un ruolo ornamentale, ma un modo per restare dentro la città. Fino a poco tempo fa era ancora presente, ancora curioso, ancora disposto a discutere.
Eppure, sotto l’uomo delle istituzioni, resta sempre il ragazzo dell’Eporediese. Resta Ivrea, con la sua storia olivettiana, con quell’idea di comunità che non si esaurisce nella fabbrica ma si allarga alla scuola, alla cultura, all’urbanistica, alla qualità della vita. Resta la convinzione che la politica non sia solo gestione del potere ma progetto collettivo. In fondo, la lezione di Olivetti – quella di un capitalismo dal volto umano, di una comunità che cresce insieme – dialoga in modo sotterraneo con la sua militanza comunista: due mondi diversi, ma entrambi attraversati dall’idea che la dignità del lavoro e la centralità della persona vengano prima di tutto.
La sua morte non è soltanto la scomparsa di un ex consigliere, di un assessore, di un dirigente di partito. È la fine di una generazione che ha vissuto la politica come appartenenza totalizzante, come scelta esistenziale. Una generazione che sbagliava, certo, ma che credeva davvero che il mondo potesse essere cambiato attraverso le istituzioni, i partiti, le assemblee.
Domani la città lo saluta con la camera ardente dalle 11 nella Sala Colonne di Palazzo Civico. I funerali si terranno alle 15.30 nel tempio crematorio del cimitero monumentale. Un ultimo passaggio dentro quei luoghi che hanno segnato la sua vita pubblica.
Se ne va Giancarlo Quagliotti, comunista a tutto tondo, protagonista e poi punto di riferimento, uomo di partito e uomo di comunità. Resta una domanda che la sua generazione ci lascia in eredità: che cosa significa oggi fare politica con la stessa intensità, con la stessa fede civile, con la stessa idea che il bene comune venga prima di tutto? È una domanda scomoda. Ma è proprio nelle vite come la sua che continua a trovare senso.
La scomparsa di Giancarlo Quagliotti ha suscitato un’ondata di ricordi e testimonianze che raccontano, ciascuna da un’angolazione diversa, la profondità del segno lasciato nella politica torinese e piemontese.
Daniele Valle affida ai social un pensiero intenso e personale: «Ci sono figure che attraversano la storia di una città e di un partito lasciando un segno profondo. Giancarlo Quagliotti è stato una di queste». Ricorda il percorso condiviso nello stesso partito, le discussioni, talvolta dalla stessa parte, talvolta su fronti opposti, ma sempre vissute con rispetto. «Nonostante una differenza d’età e di storia difficili da colmare, mi sono sempre sentito preso sul serio ed è questa la cosa che ho apprezzato di più di Giancarlo», scrive, sottolineando come Quagliotti sapesse evitare condiscendenza e sufficienza verso i più giovani, pur non rinunciando a lunghi e meritati “ti spiego”. Lunghi, perché per lui non c’era tempo speso meglio di quello dedicato alla discussione politica, e perché ogni questione meritava di essere inserita in un ragionamento più ampio, in una storia più lunga. «Oggi il pensiero va alla sua famiglia e a chi ha condiviso con lui battaglie e ideali. Ciao Giancarlo».
Anche Paolo Furia richiama il piacere del confronto, non sempre convergente ma sempre fondato sul merito: «Spesso ci siamo confrontati nel merito e abbiamo avuto posizioni diverse. Però di Giancarlo Quagliotti una cosa che non dimenticherò: il piacere per la discussione politica e la capacità di affrontarla con razionalità, lucidità, persuasività». Ricorda l’ultima direzione regionale alla Festa de l’Unità di Torino, nel settembre 2025, quando le grandi questioni internazionali animavano il dibattito interno al Pd. In quell’occasione, sottolinea, Quagliotti espresse soddisfazione per un confronto vero, capace di far crescere chi vi partecipava. «Certamente sono cresciuto io, e tanti come me, all’ombra di questa generazione che sapeva cos’era la politica e alla quale guardo con ammirazione e nostalgia».
Per Stefano Lepri, Quagliotti è stato uno dei “cavalli di razza” della brillante generazione di amministratori comunali tra anni Ottanta e Novanta: «Quando la politica era idealità, scontro, passione totalizzante, ma anche considerazione degli avversari, mai nemici». Nel Pd, ricorda, operò nel rispetto delle diverse culture politiche, con una spiccata attitudine a comprendere le ragioni dell’altro. I suoi interventi negli organi di partito erano ascoltati con attenzione per le sue doti di elaborazione e per un’arguzia sempre usata con garbo. Anche quando aveva ridotto la presenza pubblica, restavano vivide la curiosità e la capacità di leggere i fatti politici. «La comunità politica torinese perde un uomo appassionato e leale».
Domenico Cerabona Ferrari racconta di averlo visto pochi giorni fa alla Fondazione Giorgio Amendola per la presentazione del libro di Giulio Napolitano: «Era molto debole fisicamente ma il suo intervento è stato incredibilmente lucido e puntuale», arricchito da ricordi e riflessioni frutto di una ricerca personale. Per questo la notizia della sua scomparsa lo ha lasciato senza parole. «Torino perde un protagonista importante della sua storia istituzionale e politica, la sinistra torinese una delle sue menti più lucide». E aggiunge un tratto umano: anche nella battaglia politica, Quagliotti conservava un’umanità figlia di una tradizione comunista in cui, tra compagni, restava il presupposto di appartenere alla stessa comunità di intenti. «Che la terra ti sia lieve, compagno».
Magda Negri parla di un compagno esemplare, di un comunista italiano, di un togliattiano convinto della virtù del dialogo e del confronto con tutti, dentro e fuori il partito. Ricorda l’attesa, la speranza fino all’ultimo, poi il precipitare delle condizioni. «Un uomo per bene. Per me un amico carissimo», scrive, sottolineando la sua lontananza da ogni settarismo e presunzione identitaria e il legame con l’origine operaia.
Per Rita Rossa è un giorno triste per la comunità politica: «Giancarlo era una persona di grande cultura politica, attento e rispettoso di tutti gli interlocutori, amava il confronto e non prendeva mai posizioni che non fossero figlie di un ragionamento logico e progressivo». Mai banale, sapeva portare contributi preziosi. Il tratto gentile dei modi e del linguaggio, aggiunge, era la cifra di un mondo in cui il confronto non faceva mai venir meno il rispetto per chi la pensava diversamente. Ricorda anche l’uomo privato: marito affettuoso, compagno di vita di Luisella, padre e nonno orgoglioso. «Che la terra ti sia lieve, caro Giancarlo».
Piero Fassino lo definisce storico dirigente della sinistra torinese e punto di riferimento nel passaggio dal Pci ai Ds al Pd. «La sua lucidità, la sua saggezza, la sua generosità ci mancheranno», scrive, esprimendo gratitudine per quanto ha dato.
Commosso il ricordo di Raffaele Gallo: «Non ho trovato una foto insieme perché eravamo sempre insieme». Un vero amico, una persona per bene, un punto di riferimento per tanti, attento in particolare ai giovani che ha sostenuto e fatto crescere. «Ciao Giancarlo, porterò nel cuore e nella testa i tuoi insegnamenti».
Infine il Gruppo Pd del Comune di Torino lo saluta così: «Ciao, compagno Giancarlo». Ne ricorda la passione e la dedizione difficili da ritrovare, la storia fatta di impegno, cadute, risalite e coraggio, esempio prezioso in un tempo segnato dalla superficialità e dall’urgenza del consenso immediato. «La sua determinazione, la sua dignità di fronte alle difficoltà e la sua capacità di continuare a credere nella cosa pubblica restano una lezione». E il commiato è semplice, diretto: «Ciao compagno, grazie di tutto».
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