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Cronaca
30 Gennaio 2026 - 11:15
Aggressione e incendi in carcere a Torino, due agenti feriti e un padiglione sotto assedio
Un pomeriggio di ordinaria tensione si è trasformato in una sequenza di violenze nel carcere di Torino, dove un detenuto ha aggredito un agente di Polizia Penitenziaria, per poi devastare la propria cella e appiccare un incendio, causando l’intossicazione di altri operatori. Due episodi distinti ma ravvicinati, avvenuti nel Padiglione B, che riportano al centro dell’attenzione le condizioni di lavoro del personale e la gestione della sicurezza all’interno dell’istituto.
Il primo fatto si è verificato intorno alle 16.30. Secondo quanto riferito dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (SAPPE), un detenuto di origine nordafricana, già noto per comportamenti violenti e imprevedibili, avrebbe reagito con aggressività dopo essere stato invitato ad attendere il proprio turno per utilizzare il telefono. Al momento dell’apertura del cancello della cella, l’uomo avrebbe colpito con un pugno al volto l’agente in servizio. Solo il rapido intervento di altri poliziotti ha impedito che la situazione degenerasse ulteriormente. L’agente ferito è stato accompagnato in ospedale, dove i medici hanno diagnosticato tre giorni di prognosi.
A denunciare l’accaduto è il segretario provinciale del SAPPE, Jean Francois Taibbi, che sottolinea come il Padiglione B fosse già stato oggetto, nei giorni precedenti, di una segnalazione sindacale per gravi criticità strutturali e operative. Una cornice che rende l’episodio, secondo il sindacato, tutt’altro che isolato.
Ma la giornata non si è fermata lì. Poche ore dopo, intorno alle 18.15, lo stesso detenuto, nel frattempo trasferito in un’altra sezione, avrebbe dato in escandescenze, devastando la cella, lanciando oggetti contro il personale e incendiando il materasso. Il rogo ha sprigionato una densa nube di fumo, rendendo necessario l’intervento urgente degli agenti per spegnere le fiamme ed evacuare gli altri detenuti. Durante le operazioni, diversi poliziotti sono rimasti intossicati e due di loro hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere.
Per il SAPPE, quanto accaduto rappresenta l’ennesima conferma di una situazione di estrema pericolosità che il personale di Polizia Penitenziaria affronta quotidianamente. Gli agenti, spiega il sindacato, operano in condizioni segnate da una grave carenza di organico, da strumenti ritenuti inadeguati e da un carico di lavoro aggravato dalla necessità di garantire anche i servizi esterni all’istituto.

Sulla vicenda è intervenuto anche il segretario generale del SAPPE, Donato Capece, che parla di una situazione che avrebbe potuto avere conseguenze ben più gravi. A suo giudizio, solo la professionalità e il senso del dovere dimostrati dagli agenti hanno permesso di contenere una giornata definita di vera e propria follia. Capece richiama l’attenzione sul fatto che il lavoro della Polizia Penitenziaria si svolge prevalentemente lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica, in ambienti chiusi e ad alta tensione, aggravati dal sovraffollamento carcerario, più volte indicato come una delle principali criticità del sistema.
Il segretario generale del sindacato ricorda inoltre il ruolo centrale svolto dagli operatori penitenziari nell’attuazione del principio costituzionale della funzione rieducativa della pena e nel possibile reinserimento sociale dei detenuti, nonostante un contesto operativo sempre più complesso. Da qui il ringraziamento al personale per l’impegno quotidiano, ma anche la richiesta di interventi urgenti e strutturali.
Tra le proposte avanzate dal SAPPE figurano una revisione del regime custodiale aperto, l’aumento del numero di poliziotti in servizio, regole d’ingaggio più chiare, un maggiore ricorso alla tecnologia, una formazione specifica per chi opera nelle sezioni detentive e la disponibilità di strumenti efficaci di difesa per prevenire e contrastare le aggressioni.
Capece sollecita inoltre l’applicazione dell’arresto in flagranza di reato per i detenuti che aggrediscono il personale o mettono a rischio la sicurezza degli istituti, l’adozione del regime di isolamento fino a sei mesi previsto dall’articolo 14-bis dell’Ordinamento penitenziario e il trasferimento immediato dei detenuti violenti in sezioni lontane dalla residenza, come previsto dalla normativa vigente. Misure che, secondo il sindacato, avrebbero un forte effetto deterrente.
Infine, torna la richiesta di dotare la Polizia Penitenziaria di strumenti come il taser o lo spray al peperoncino, attualmente in fase di sperimentazione, ritenuti utili per il contenimento delle aggressioni, anche in considerazione della possibilità di valutare preventivamente le condizioni fisiche e sanitarie dei detenuti.
Gli episodi avvenuti nel carcere torinese riaccendono così il dibattito sulla sicurezza negli istituti di pena e sulle condizioni di lavoro di chi è chiamato a garantire l’ordine in un contesto sempre più fragile. Una realtà che, ancora una volta, emerge solo quando la violenza rompe il silenzio delle mura carcerarie.
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