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Cronaca
28 Gennaio 2026 - 21:09
Uccise la moglie malata, ma la Corte sceglie la via delle attenuanti (foto di repertorio)
La sentenza arriva dopo mesi di processo e mette un punto giudiziario su una tragedia familiare che aveva scosso profondamente il Cuneese. La Corte d’Assise di Cuneo ha condannato Ernesto Bellino a 14 anni e otto mesi di carcere per l’omicidio della moglie Maria Orlando, uccisa nella loro abitazione di Beinette il 28 giugno 2024. Una pena significativamente inferiore rispetto ai 22 anni chiesti dalla procura, che aveva puntato su una valutazione più severa della condotta dell’imputato.
Bellino, tornitore in pensione, aveva ammesso fin da subito le proprie responsabilità. La mattina del delitto aveva strangolato la moglie, 79 anni, malata da tempo di Alzheimer, al termine di un litigio domestico degenerato improvvisamente. Un gesto maturato all’interno delle mura di casa, senza testimoni, ma ricostruito in aula attraverso le parole dello stesso imputato e gli atti dell’indagine.
Secondo quanto emerso nel processo, la coppia viveva da anni in una condizione di forte deterioramento del rapporto. A delinearlo è stato anche il difensore, l’avvocato Fabrizio Di Vito, che ha parlato di un contesto “irrimediabilmente deteriorato da anni di conflitti e abbandoni”. Una storia lunga, iniziata negli anni Settanta a Porto Empedocle, città natale della donna, dove Bellino si era trasferito per lavoro. Poi il rientro a Beinette, paese d’origine di lui, insieme all’unico figlio.
La Corte ha ritenuto prevalenti le attenuanti, valutando il quadro complessivo della vicenda. Bellino, classe 1949, era affetto da depressione e in passato aveva anche tentato il suicidio. Elementi che hanno inciso nella decisione finale dei giudici, portando a una condanna più contenuta rispetto alle richieste dell’accusa.
In aula è stato ricordato anche il momento immediatamente precedente all’omicidio. Una frase, apparentemente banale, avrebbe innescato la reazione violenta. «Tu non hai niente, la vera malata sono io», avrebbe detto la donna. Bellino ha raccontato il proprio stato emotivo durante l’episodio, spiegando tra le lacrime: «Non ho capito più niente».
Una ricostruzione che però non aveva convinto la procura. Il pubblico ministero Francesco Lucadello aveva descritto l’imputato come un uomo «emotivamente provato», ma privo di «alcun segno di ravvedimento autentico e di resipiscenza». Da qui la richiesta di una condanna più pesante, rimasta però inascoltata dalla Corte.
Attualmente Bellino non si trova in carcere, ma è ristretto in una casa di riposo, una collocazione legata alle sue condizioni personali e sanitarie. Nel procedimento si è costituito parte civile il figlio, unico, che ha assistito al processo dalla posizione più dolorosa possibile. I giudici gli hanno riconosciuto un risarcimento di 150mila euro.
La sentenza chiude formalmente il processo, ma lascia aperto il dibattito su casi in cui malattia, fragilità psicologica e violenza domestica si intrecciano fino a produrre esiti irreversibili. Una vicenda che, anche dopo il verdetto, continua a interrogare il confine tra responsabilità penale e contesto umano.

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