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Cronaca
21 Gennaio 2026 - 17:35
L'infortunio era avvenuto a San Mauro, nella zona industriale Pescarito
Morì cadendo da un tetto, senza protezioni, mentre stava lavorando a un intervento di sostituzione della copertura di un capannone industriale a San Mauro Torinese nella zona industriale Pescarito. Aveva 33 anni, si chiamava Amel Marusic, ed era arrivato in Italia dalla Bosnia Erzegovina in cerca di un futuro che si è spezzato in pochi secondi, a circa nove metri d’altezza. Oggi, davanti al Gup del Tribunale di Ivrea, quella morte sul lavoro è entrata ufficialmente nella fase processuale, con l’incardinamento dei riti scelti dagli imputati.
Il datore di lavoro, titolare della ditta di Mottalciata, nel biellese, per cui Marusic lavorava con regolare contratto di lavoro, ha manifestato la volontà di patteggiare la pena dopo aver già risarcito i familiari della vittima con 500 mila euro. La stessa scelta è stata espressa anche dal preposto, la figura che in cantiere avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza e sull’organizzazione delle lavorazioni. Le istanze di patteggiamento saranno ora valutate dal giudice nelle prossime fasi dell’udienza preliminare.
Diversa la posizione del committente dei lavori, la Gicam, società proprietaria dell’immobile di via Emilia 7 a San Mauro Torinese. Il legale rappresentante della società ha annunciato la volontà di essere giudicato con rito abbreviato, una scelta che porterà il giudice a decidere sulla base degli atti d’indagine, senza dibattimento.
È una vicenda che affonda le radici in una mattina di lavoro trasformata in tragedia. Amel Marusic era impegnato sul tetto dell’edificio per sostituire la copertura. Secondo quanto ricostruito nelle indagini, non erano stati predisposti adeguati presìdi di sicurezza, né collettivi né individuali. Nessuna linea vita, nessuna protezione anticaduta, nessuna imbracatura. Il rischio di caduta dall’alto, uno dei più noti e letali nei cantieri, non era stato neutralizzato.
Marusic mise il piede su un pannello in plexiglass, una delle lucernarie della copertura. Il materiale cedette sotto il suo peso. La caduta fu verticale, violenta. Il corpo precipitò sul pavimento in cemento del capannone. La morte arrivò per politrauma da precipitazione e shock traumatico, neurogeno ed emorragico grave. Non ci fu nulla da fare.
Le carte dell’inchiesta descrivono un quadro severo. Al centro, una catena di omissioni: la mancata valutazione dei rischi, l’assenza di un piano operativo di sicurezza adeguato, il mancato coordinamento tra le imprese presenti in cantiere, la scelta di destinare ai cosiddetti “costi della sicurezza” una somma ritenuta del tutto insufficiente rispetto alla tipologia dei lavori da eseguire. Secondo gli atti, per la sicurezza era stata prevista una cifra pari a 600 euro, circa l’1 per cento del valore complessivo dell’appalto.
L’avvenuto risarcimento da 500 mila euro ai familiari – i genitori e la sorella, costituiti come persone offese – rappresenta il riconoscimento concreto del danno subito, anche se nessuna cifra può colmare una perdita di questo tipo. Le richieste di patteggiamento presentate dal datore di lavoro e dal preposto segnano una presa d’atto delle responsabilità contestate, ma il percorso giudiziario è ancora in corso.
Resta aperto il fronte del committente. Con il rito abbreviato richiesto dalla Gicam, il giudice sarà chiamato a stabilire se e in che misura anche chi ha commissionato i lavori abbia contribuito, con le proprie scelte e omissioni, a creare le condizioni di rischio che hanno portato alla morte dell’operaio. Un nodo centrale, perché la normativa sulla sicurezza impone al committente obblighi precisi, soprattutto quando nel cantiere operano più imprese.
La vicenda di San Mauro Torinese si inserisce in una lunga scia di morti sul lavoro che continuano a segnare il Piemonte e il Paese. Cadute dall’alto, cantieri senza protezioni, controlli carenti, risparmi sui costi della sicurezza. Dinamiche note, ripetute, quasi sempre uguali. Ogni volta con un nome diverso, ogni volta con una famiglia che resta.
Oggi, in aula, la giustizia ha aperto formalmente il processo. Ma la risposta definitiva deve ancora arrivare. E la morte di Amel Marusic resta lì, sullo sfondo, come una domanda che torna sempre uguale: quanto vale davvero la sicurezza di chi lavora.

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