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Cronaca
16 Gennaio 2026 - 20:30
Nada Cella, uccisa a Chiavari il 6 maggio 1996
All’indomani della sentenza di primo grado sull’omicidio di Nada Cella, arriva una presa di posizione netta, personale e carica di tensione. A parlare è la criminologa Antonella Delfino Pesce, la figura che più di ogni altra ha contribuito alla riapertura del cold case del 1996, mettendo insieme indizi rimasti per anni ai margini delle indagini e che hanno portato alla condanna di Annalucia Cecere a 24 anni di carcere come presunta autrice materiale del delitto, e di Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, per favoreggiamento.
Delfino Pesce racconta un particolare inedito, mai emerso prima, che risale al 2021, poco prima della riapertura formale delle indagini. «Una telefonata a cui non sono riuscita a rispondere in tempo. Dopo non ha più risposto ai miei tentativi di ricontattarla», rivela riferendosi a Annalucia Cecere. Un contatto che arriva due anni dopo altre chiamate ben più inquietanti, quelle con minacce di morte, che la criminologa aveva registrato e consegnato agli inquirenti.
La paura, spiega, non è mai passata. Anzi. «Ne ho più di prima», dice dopo il verdetto pronunciato dalla Corte d’assise di Genova, che ha accolto l’impianto accusatorio nato proprio dal lavoro di ricostruzione portato avanti dalla biologa barese. Un lavoro che ha avuto un costo personale altissimo e che, sottolinea, l’ha esposta a un clima di ostilità che va ben oltre il processo.

A sinistra Nada Cella, a destra la criminologa Delfino Pesce
Il giorno della sentenza, Delfino Pesce non era in aula. Ha scelto di essere a Chiavari, nella casa della madre di Nada, Silvana Smaniotto, oggi 85enne. «Non volevo lasciar sola Silvana. Ho pensato che se fosse arrivata l’assoluzione avrebbe avuto bisogno di me», racconta. Una decisione tenuta per sé fino all’ultimo, quasi come un dovere morale. «In quella casa tutto è cominciato ed era giusto continuare lì», aggiunge, ricordando i primi incontri con la famiglia Cella.
La notizia della condanna è arrivata tramite Silvia Cella, cugina di Nada, con un messaggio su WhatsApp. «Ho fatto una faccia allucinata e Silvana se n’è accorta. Quando le ho detto che c’era scritto della condanna, ha pensato che avessi sbagliato a leggere». Un momento sospeso, incredulo, dopo quasi trent’anni di attesa.
Ma per Delfino Pesce il verdetto non chiude tutto. «Ieri c’è stato un grande punto fermo, ma non è finita. Bisogna tener duro fino alla fine», dice, tornando anche sulle polemiche e sugli attacchi personali subiti durante il processo. «C’è stata un’animosità spropositata e fuori luogo, a volte mi hanno nominata, in senso dispregiativo, come “quella che va a cavallo” o “la veterinaria”». Un riferimento ironico e amaro alla sua formazione — è laureata in veterinaria ed è appassionata di ippica — diventata bersaglio di delegittimazione. «Sono state dette falsità enormi sul mio conto e una parte della discussione è stata centrata su di me», aggiunge.
Alla domanda se intenda rivalersi legalmente, risponde con cautela: «Mi è stato consigliato di querelare e sentirò un legale a febbraio. A me però non piace essere parte in causa in questi litigi». Poi una stoccata diretta alla difesa degli imputati: «Ai difensori degli imputati mi sento di dire che io comunque sono andata a testimoniare, a differenza dei loro assistiti».
Il passaggio più forte arriva però alla fine, quando la criminologa rivolge un appello esplicito a Cecere e Soracco, indicando ciò che, a suo giudizio, manca ancora in questa vicenda. «Credo che manchi la voce dei due imputati: stiamo aspettando da trent’anni, è arrivato il momento che parlino». Un invito che suona come una sfida morale, mentre il processo è destinato a proseguire nei successivi gradi di giudizio e il caso di Nada Cella continua a interrogare la coscienza collettiva.
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