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Cronaca
15 Gennaio 2026 - 14:17
"Sotto il seno non è zona erogena": la Procura di Biella chiede l’archiviazione per un caso di molestie sul lavoro (immagine di repertorio)
Una frase destinata a far discutere — «sotto il seno non è zona erogena» — è diventata uno dei passaggi più citati nella richiesta di archiviazione depositata dalla Procura di Biella in un procedimento che ruota attorno alle accuse di molestie e violenza sessuale sul lavoro. Al centro dell’inchiesta c’è il rapporto professionale tra una dipendente con 26 anni di lavoro alle spalle nell'azienda e un 51enne, responsabile del reparto Finissaggio e Rammendo del lanificio Ferla Egidio spa di Valdilana, chiamato a rispondere di una lunga serie di comportamenti che la donna ha definito vessatori, persecutori e sessualmente molesti.
Secondo quanto riportato nella querela, a partire dal settembre 2013 la lavoratrice avrebbe subito condotte ripetute tali da generare uno stato di ansia, shock e terrore. Nel racconto confluiscono atteggiamenti confidenziali non richiesti, battute a sfondo sessuale, avances esplicite sempre respinte e frasi che la donna ha indicato come intrusive e degradanti, come «me la dai?», «mi pensi durante i fine settimana», «devi dirmi con chi esci». Un quadro che, nella ricostruzione dell’accusa privata, avrebbe oltrepassato il limite della semplice inopportunità per assumere i contorni di una pressione sistematica esercitata in un contesto di asimmetria di potere.
La Procura, però, ha chiesto al giudice per le indagini preliminari di archiviare le ipotesi di violenza e molestia sessuale. Nella richiesta firmata dal pubblico ministero Dario Bernardeschi, il nodo centrale è la mancanza di sufficiente precisione descrittiva di alcuni episodi. In particolare, i presunti toccamenti vengono ritenuti oscillanti nella narrazione tra uno «sfiorare il fondoschiena» e un «toccare con la mano in maniera lasciva», senza una ricostruzione univoca su luogo, modalità e durata del contatto. È in questo passaggio che compare la frase che ha acceso il dibattito pubblico: non sarebbe possibile stabilire con certezza se il contatto, avvenuto «in maniera repentina», sia avvenuto «sul seno, zona erogena, o immediatamente sotto», area che — secondo l’impostazione riportata — non consentirebbe di qualificare l’atto come violenza sessuale ai sensi della norma penale.
Nel racconto della dipendente compare anche un episodio che lei stessa definisce «il più grave», collocato nel periodo successivo al rientro in azienda dopo l’emergenza Covid. In quella circostanza, il superiore — sempre secondo la querela — si sarebbe abbassato i pantaloni con la scusa di mostrare il rigonfiamento di un’ernia inguinale, rimanendo in mutande. La donna avrebbe reagito allontanandosi rapidamente e rifugiandosi in bagno, interpretando il gesto come osceno e sessualmente esplicito. Questo episodio, tuttavia, non risulta valorizzato nella richiesta di archiviazione depositata dalla Procura.
Oltre alle ipotesi di natura sessuale, i magistrati hanno chiesto l’archiviazione anche per il reato di maltrattamenti. La motivazione poggia su un profilo tecnico: il luogo di lavoro, nel caso specifico un’azienda con circa 40 dipendenti, non sarebbe assimilabile a un contesto familiare o para-familiare, ambito per il quale la norma è stata concepita e applicata dalla giurisprudenza prevalente. In questa lettura, dunque, anche condotte ripetute e sgradevoli non integrerebbero automaticamente il reato se non inserite in un rapporto di convivenza o assimilabile alla dimensione domestica.
Il fascicolo biellese mette così a nudo uno dei punti più delicati del diritto penale contemporaneo: il confine tra ciò che è giuridicamente qualificabile come atto sessuale e ciò che, pur percepito come invasivo e umiliante, rischia di restare in una zona grigia per insufficienza di prova o per rigidità delle categorie normative. Una linea che, nelle carte, sembra misurarsi in pochi centimetri, tra «sul seno» e «immediatamente sotto», e che solleva interrogativi profondi sulla tutela effettiva delle vittime in contesti lavorativi segnati da relazioni gerarchiche.
Va ricordato che si tratta di una richiesta di archiviazione, non di una sentenza: la decisione finale spetta ora al gip di Biella, chiamato a valutare se accogliere l’impostazione della Procura o disporre ulteriori approfondimenti. L’uomo indagato resta coperto dalla presunzione di innocenza, mentre il caso, al di là dell’esito processuale, riapre un confronto più ampio su come l’ordinamento riesca — o fatichi — a intercettare condotte insinuanti, ripetute e difficili da cristallizzare nella prova penale. In questo equilibrio fragile tra precisione giuridica e percezione sociale del limite, la parola passa ora al giudice.

Immagine di repertorio
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