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Cronaca

Traffico di petrolio e mandato internazionale, arrestato a Bardonecchia ma l’estradizione salta

Secondo i giudici il rischio di trattamenti inumani nelle carceri venezuelane prevale sull’iter di consegna, nonostante gli indizi a carico dell’imprenditore

Traffico di petrolio

Traffico di petrolio e mandato internazionale, arrestato a Bardonecchia ma l’estradizione salta

È una vicenda che mette in tensione giustizia internazionale e tutela dei diritti fondamentali quella che ha visto protagonista un imprenditore venezuelano arrestato in Italia e rimesso in libertà pochi giorni dopo. L’uomo, Francisco Javier D’Agostino Casado, 51 anni, con doppia nazionalità ispano-venezuelana, era stato fermato lo scorso 5 gennaio a Bardonecchia, nel Torinese, dalla Polizia di Stato, in esecuzione di un mandato di cattura internazionale emesso dalle autorità giudiziarie del Venezuela.

Secondo l’accusa formulata a Caracas, D’Agostino sarebbe coinvolto in un traffico illecito di petrolio, un’attività ritenuta di particolare gravità dalle autorità del Paese sudamericano, dove il settore energetico rappresenta un nodo strategico sia sul piano economico sia su quello politico. Il mandato di cattura aveva attivato le procedure di cooperazione giudiziaria internazionale e portato all’arresto dell’imprenditore mentre si trovava sul territorio italiano.

La misura restrittiva, tuttavia, ha avuto vita breve. La Corte d’appello di Torino, chiamata a valutare la richiesta di estradizione, ha disposto la rimessa in libertà dell’uomo, bloccando di fatto l’avvio dell’iter verso la consegna alle autorità venezuelane. Una decisione motivata non dall’assenza di elementi a carico, che i giudici hanno esplicitamente riconosciuto, ma da un’altra valutazione ritenuta dirimente.

Nel provvedimento, la Corte ha infatti richiamato la situazione dei diritti umani in Venezuela, sottolineando come il sistema carcerario del Paese presenti criticità diffuse e strutturali tali da non consentire di escludere il rischio di un trattamento inumano o degradante nei confronti di una persona estradata. Un rischio che, secondo i magistrati torinesi, non può essere ignorato alla luce dei principi sanciti dalle convenzioni internazionali e dall’ordinamento italiano.

Il nodo centrale della decisione è proprio questo: anche in presenza di una richiesta formale di estradizione e di indizi considerati seri, lo Stato richiesto è tenuto a verificare che la consegna non comporti una violazione dei diritti fondamentali della persona. Nel caso di D’Agostino Casado, la Corte ha ritenuto che le condizioni di detenzione in Venezuela non offrano garanzie sufficienti sotto il profilo della dignità umana e della sicurezza personale.

Una valutazione che si inserisce in un filone giurisprudenziale consolidato, secondo cui la cooperazione giudiziaria internazionale trova un limite invalicabile nel rispetto dei diritti umani. Quando questo equilibrio si spezza, l’obbligo di consegna può essere sospeso o negato, anche a fronte di accuse gravi. È quanto accaduto nel caso esaminato a Torino, che ha avuto come effetto immediato la liberazione dell’imprenditore.

D’Agostino Casado, arrestato inizialmente in esecuzione del mandato, è così tornato in libertà dopo l’udienza davanti alla Corte d’appello. Resta formalmente indagato dalle autorità venezuelane, ma l’Italia, allo stato attuale, non potrà procedere alla sua estradizione. Una decisione che potrebbe avere riflessi anche sul piano dei rapporti diplomatici, in un contesto già segnato da tensioni legate alla situazione politica e giudiziaria del Venezuela.

Il caso solleva interrogativi più ampi sul funzionamento dei mandati di cattura internazionali e sui limiti della cooperazione tra Stati quando entrano in gioco sistemi giudiziari e penitenziari considerati non conformi agli standard internazionali. Da un lato la necessità di contrastare reati transnazionali, dall’altro il dovere di evitare che una persona venga consegnata a un Paese dove potrebbe subire trattamenti lesivi della dignità.

Per ora, la vicenda si chiude con un arresto annullato e un’estradizione negata. Ma il dossier resta aperto e potrebbe riaccendersi se dovessero intervenire nuove richieste o se la situazione nel Paese richiedente dovesse mutare. Intanto, a Torino, resta il segno di una decisione che ribadisce come, anche nei casi più delicati, il confine della giustizia passi ancora dalla tutela dei diritti umani.

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