Falsi incidenti, Rolex e pressioni in carrozzeria: a Venaria smascherato il sistema che trasformava le assicurazioni in un bancomat
I Carabinieri della Sezione Operativa della Compagnia di Venaria Reale chiudono il cerchio su un’indagine che, nata quasi per circostanza fortuita, ha finito per disvelare un sistema criminale stabilmente organizzato, attivo da anni e costruito attorno a un’unica finalità: generare in modo continuativo frodi ai danni delle compagnie assicurative. Il 24 novembre, su disposizione del GIP del Tribunale di Ivrea, scatta l’ordinanza di custodia cautelare che dà ufficialmente il nome all’inchiesta: “Operazione Moreno”. Un provvedimento che sintetizza – nero su bianco – la fotografia di un sodalizio strutturato, dotato di una sua gerarchia interna e in grado, secondo la Procura, di replicare un numero indefinito di condotte fraudolente con metodo e ripetitività.
Due gli indagati raggiunti da misure restrittive: uno rinchiuso in carcere, l’altro ai domiciliari. Attorno a loro ruota un gruppo di almeno altre sei persone, tutte denunciate a piede libero. I magistrati li definiscono «parte di un meccanismo funzionale», un ingranaggio nel quale ciascuno avrebbe avuto un compito preciso: mettere a disposizione auto, redigere denunce, preparare la documentazione fotografica, smontare cruscotti, ritoccare lamiere, alterare danni reali ampliandoli, oppure inventarli del tutto. Il centro operativo era una carrozzeria di Venaria Reale, trasformata – sempre secondo la Procura – in una fabbrica di sinistri pilotati.
La scintilla che dà origine all’indagine risale al maggio 2023, con una denuncia di scomparsa. I familiari di Michele Dentico, 34 anni, si presentano in caserma riferendo che l’uomo ha fatto perdere le proprie tracce. I Carabinieri lo localizzano il giorno seguente in una camera d’albergo a Pollein, in Valle d’Aosta: è agitato, confuso, spaventato. Racconta di aver lasciato la propria abitazione per sottrarsi a un accumulo crescente di problemi finanziari e a frizioni insostenibili all’interno della carrozzeria che gestiva a Venaria. Parla di pressioni, di timori e di un uomo che da due anni lo avrebbe messo alle strette, pretendendo sempre più spazio nella sua attività.
Quell’uomo ha un nome: Felice Claudio Bruno, attualmente detenuto. È una figura già emersa in altre inchieste, comparsa in atti giudiziari relativi alle ramificazioni della criminalità organizzata di matrice calabrese attive tra Volpiano e San Giusto. Secondo quanto riferito da Dentico ai militari, Bruno sarebbe riuscito a inserirsi nella carrozzeria dopo avergli estinto un debito molto consistente, circa 170 mila euro. Da lì in avanti la pressione sarebbe progressivamente aumentata: prima la richiesta di entrare al 50% nell’attività pur figurando come semplice dipendente, poi la pretesa di assumerne il controllo totale. Tutto questo mentre, secondo gli investigatori, Bruno continuava a impartire ordini dal carcere servendosi di telefoni cellulari introdotti illegalmente, dirigendo all’esterno ogni passaggio: quando presentare una denuncia, quale veicolo utilizzare, come colpire un cofano, come “simulare” un tamponamento.
Quando i Carabinieri iniziano a mettere in fila testimonianze, movimenti economici, tabulati e riscontri fotografici, il quadro cambia radicalmente. Quella che sembrava la storia di un imprenditore schiacciato dai debiti si trasforma nell’immagine – delineata nelle carte giudiziarie – di un elemento operativo inserito in un sistema più largo. Gli investigatori sostengono infatti che Dentico non fosse soltanto vittima di pressioni, ma parte attiva dell’ingranaggio, con il compito di individuare chi fosse disposto a mettere la propria automobile a disposizione delle frodi.
Il modus operandi descritto nel fascicolo è sempre identico. Prima si selezionava un’auto, preferibilmente appartenente a un parente o un amico, così da evitare sospetti. Poi si analizzava la polizza per capire quale copertura sfruttare: eventi atmosferici? Allora veniva simulata una grandinata; vandalismi? Bastava una denuncia scritta ad hoc dopo aver provocato artificialmente i danni; copertura “casco”? Perfetta per inscenare un incidente con un secondo veicolo della rete. Le foto venivano realizzate direttamente in carrozzeria: cruscotti smontati, lamiere ammaccate, graffi accentuati artificialmente, fanali scheggiati con cura chirurgica per ottenere preventivi più alti. Tutto presentato poi alle compagnie assicurative con documentazione apparentemente coerente.
Secondo la Procura gli episodi accertati sono 34, ma la formula utilizzata nel provvedimento parla di «serie indeterminata di condotte fraudolente», lasciando intendere che la capacità operativa del gruppo fosse potenzialmente superiore alle singole contestazioni già individuate. I sequestri disposti dal GIP – 45.800 euro in contanti, quattro autovetture e sette Rolex – sono ritenuti il frutto diretto dell’attività illecita. Il valore complessivo stimato è attorno ai 150 mila euro.
Tra gli indagati compaiono anche figure ritenute “di supporto”, tra cui la moglie di Bruno. Le difese sono affidate agli avvocati Enrico Calabrese, Valerio D’Atri, Piero D’Ettore e Massimo Munno, che nelle prossime settimane avranno accesso integrale agli atti per formulare le rispettive strategie. L’accusa principale contestata è associazione per delinquere finalizzata alla truffa, una qualificazione che implica l’esistenza di un vincolo stabile tra i partecipanti, un coordinamento interno e la ripartizione di ruoli e mezzi.
L’indagine, che nasce da una semplice denuncia di scomparsa, si chiude con l’immagine – definita «chiara e univoca» dai magistrati – di una struttura che per mesi, forse per anni, sarebbe riuscita a trasformare una carrozzeria della cintura torinese in un luogo dove si costruivano sinistri come se fossero prodotti in serie. Incrociando ricatti, debiti, minacce, ruoli definiti e una catena di collaborazione costante, la Procura di Ivrea ritiene di aver scoperchiato un vero business parallelo, capace di muovere denaro, impartire ordini e operare anche da dietro le sbarre.
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