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29 Novembre 2025 - 12:19
Malaguti racconta l’assalto a La Stampa e avverte: "È come trovare i ladri in casa. Ma la solidarietà bipartisan dice che abbiamo ancora valori comuni" (foto: Andrea Malaguti)
Quando parla, Andrea Malaguti non alza la voce. La misura, però, non attenua la gravità delle sue parole. L’assalto alla redazione torinese de La Stampa, avvenuto ieri pomeriggio per mano di una frangia violenta staccatasi dal corteo dello sciopero generale, è stato per il direttore un colpo che ha lasciato un’eco forte, quasi materica. «È come quando ti vengono i ladri in casa», dice. «Entri, vedi la devastazione, una roba che non capisci, che ti lascia veramente perplesso». È da questa immagine che Malaguti parte per spiegare la portata dell’accaduto, non solo sul piano materiale — muri imbrattati, letame sulle scale, giornali e libri lanciati ovunque — ma sul piano simbolico: un attacco alla sede di un quotidiano nazionale mentre i suoi giornalisti scioperavano per un contratto fermo da dieci anni.
Il direttore descrive con precisione ciò che ha trovato al rientro in via Lugaro: la violazione di uno spazio di lavoro vuoto, scavalcando un cancello già chiuso, l’aggressività improvvisa di ragazzi giovanissimi — «ragazzi giovani, molto giovani, ed è questo che colpisce due volte» — e una violenza che lui definisce «cieca», «inconsapevole», «spero non manipolata, certamente manipolabile». Gli slogan urlati dentro la redazione parlano da soli: «giornalista terrorista, sei il primo della lista»; «giornalista ti uccido». Frasi che, per chi fa questo mestiere, pesano come pietre.
Malaguti, però, insiste su un punto: i danni sarebbero potuti essere molto più gravi. «Potevano spaccare tutto, c’erano computer, attrezzature. Non l’hanno fatto. È stata una violenza disordinata, rabbiosa, ma non sistematica». Al tempo stesso riconosce che nell’episodio ci sono state «una combinazione di eventi sfortunati» e «un po’ di sottovalutazione». Il corteo era passato vicino, una parte si era staccata: «Ogni corteo a Torino ha una frangia che si stacca. Stavolta è toccato a noi».
Ma se la devastazione materiale lascia sgomenti, è il clima generale a preoccuparlo di più. «Quello che succede è molto preoccupante, perché ti dà l’idea di quanto il tessuto sociale si stia scollando». La polarizzazione crescente, il cortocircuito tra protesta politica e aggressività, il tentativo di trasformare l’informazione in un bersaglio sono tutti segnali che il direttore considera sintomi di un tempo «in cui l’aggressività sembra essere l’unica declinazione possibile del confronto».
Eppure, nel pieno del disorientamento, Malaguti trova un elemento che definisce “la parte buona della questione”: la solidarietà bipartisan, arrivata con un’ampiezza che lui stesso fatica a elencare. «Dal Quirinale a Palazzo Chigi, da Elly Schlein a Giuseppe Conte, dal Ministro Piantedosi al Capo della Polizia. In ventiquattro ore ho risposto solo a messaggi di vicinanza». È qui che il direttore individua un significato politico profondo: «Forse abbiamo ancora valori condivisi che ci consentono di non farci travolgere da robaccia come questa».
La reazione più alta arriva dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha espresso solidarietà alla redazione e ha ricordato che gli attacchi alla stampa colpiscono un presidio della democrazia. Un messaggio che, pur sobrio nei toni istituzionali, ha tracciato una linea chiara: non c’è spazio per alcuna ambiguità quando un gruppo di manifestanti irrompe in una sede giornalistica gridando minacce di morte.
Dal governo sono arrivati segnali altrettanto netti. Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha definito l’assalto un «atto gravissimo» e ha promesso interventi rapidi per identificare i responsabili. La Ministra dell’Università Anna Maria Bernini ha parlato di attacco «a uno dei fondamenti della democrazia: tentare di zittire una voce libera». Parole che testimoniano come il gesto non sia stato interpretato come un episodio di ordine pubblico, ma come un attacco alla libertà di stampa.
Dal centrosinistra sono arrivate condanne senza sfumature. La capogruppo PD alla Camera Chiara Braga ha definito l’assalto «inaccettabile», affermando che «non c’è motivazione politica che possa giustificare un’aggressione a una redazione». La vicepresidente del Piemonte Gianna Pentenero, a differenza delle ricostruzioni polemiche di una parte del centrodestra, ha preso posizione con fermezza: «Un attacco vile e inaccettabile. Manifestanti che devastano una sede giornalistica non stanno esercitando un diritto, stanno minando la democrazia. La libertà di stampa non si tocca. Mai».
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Dal fronte sindacale, la voce più dura è stata quella di Pierpaolo Bombardieri, segretario nazionale della UIL: «La democrazia non si difende con gli assalti. Solidarietà ai giornalisti». E la Cisl Piemonte ha definito il raid «un attacco intollerabile alla convivenza civile». Il mondo dell’informazione, già colpito da anni di tagli e precarietà, ha percepito l’episodio come un ulteriore segnale di un clima ostile.
Il centrodestra ha reagito con toni spesso più politici. Il senatore di Forza Italia Roberto Rosso ha parlato di «atto gravissimo» e di «salto di qualità della violenza che soffoca Torino». Il vicepresidente vicario di Fratelli d’Italia al Senato Raffaele Speranzon ha accusato il centrosinistra di «omertà sulla matrice dell’assalto», rivendicando una condanna che identifichi esplicitamente gli ambienti dell’estrema sinistra e dei centri sociali. Un dibattito che, pur inscrivendosi nella dialettica politica, non ha intaccato la condanna unanime dell’episodio.
Malaguti, di fronte a questa convergenza istituzionale, invita alla lucidità. Ricorda che La Stampa è «un giornale totalmente pluralista», abituato ogni giorno a essere accusato «di essere comunista da qualcuno e fascista da qualcun altro». Ma insiste sul punto decisivo: «Per noi l’unico riferimento è la Costituzione». Per questo, dice, l’assalto è stato uno schiaffo particolarmente doloroso: colpisce chi lavora ogni giorno cercando di tenere insieme complessità e rigore, mentre una parte della piazza «sembra convincersi che la violenza sia l’unico linguaggio efficace».
E poi lancia un messaggio sorprendente, rivolto agli stessi giovani che hanno fatto irruzione: «Se avessero bisogno di un confronto vero, guardandosi negli occhi, siamo disponibili. Il nostro lavoro è questo. Ma se il punto è spaccare tutto, non c’è niente da discutere». Aggiunge che la violenza è «controproducente per loro», perché «qualunque causa si appoggi a forme di violenza perde il senso di sé in tempo reale».
Oggi la redazione è tornata operativa, come se l’assalto non avesse mai interrotto il flusso del lavoro. «Domani viene anche l’editore, John Elkann», anticipa Malaguti. «Faremo il punto per ribadire cos’è per noi questo mestiere e perché difendere pluralismo e libertà è imprescindibile».
Il direttore chiude con un misto di amarezza e speranza. L’amarezza per una violenza improvvisa in una città che conosce bene la storia dei conflitti politici. La speranza per una reazione istituzionale che, almeno per un giorno, ha rimesso in fila principi che sembravano appannati: la libertà di stampa, il rispetto delle regole, la dignità del lavoro giornalistico, la condanna senza condizioni della violenza.
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