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Cronaca
26 Novembre 2025 - 18:28
Il fascicolo è arrivato sul tavolo della giudice Antonella Pellicia con tutti i tratti di una vicenda che, per dinamica e tensione, ricorda più una scena da far west che un episodio di cronaca canavesana. Ma questa mattina, al Tribunale di Ivrea, il processo non è nemmeno iniziato. Un difetto di notifica ha imposto il rinvio dell’udienza a marzo, facendo slittare di qualche mese la ricostruzione pubblica di quanto avvenuto il 30 settembre 2023 a Oglianico, dove una lite degenerata in strada si sarebbe trasformata in un episodio di intimidazione armata.
Al centro della vicenda c’è Massimo C., classe 1982, residente a Oglianico, difeso d’ufficio dall’avvocato Coda Pio del Foro di Ivrea. Davanti alla giudice dovrà rispondere di due capi di imputazione: minaccia aggravata dall’uso di un’arma e porto ingiustificato di oggetto atto a offendere. Secondo la ricostruzione della Procura, quel pomeriggio Casu avrebbe visto passare in strada un giovane che conosceva, Marco F., classe 2005, residente a Front. Sarebbe sceso di casa brandendo una pistola priva del tappo rosso e, in un crescendo di intimidazione, avrebbe puntato l’arma verso di lui con modalità ritenute idonee a generare timore e pericolo.
La scena, così come descritta nel capo di imputazione, è questa: un uomo che esce dalla propria abitazione con in mano quella che, a tutti gli effetti, appare come una pistola vera. Il giovane si ritrova di fronte il gesto repentino dell’imputato che, secondo la Procura, avrebbe impugnato l’arma per minacciarlo, mettendolo nella condizione di doversi allontanare per evitare un rischio concreto. L’episodio è aggravato dall’uso dell’arma, elemento che di per sé ha reso necessario l’intervento delle forze dell’ordine e l’apertura di un fascicolo.
La pistola si è poi rivelata un modello che esplode solo cartucce a salve, un dispositivo di segnalazione acustica privo del tappo rosso obbligatorio. Ma, come ricordano gli inquirenti, l’assenza del tappo rende l’arma perfettamente somigliante a una vera, e dunque capace di provocare panico e intimidazione nella persona verso cui viene puntata. È proprio su questo aspetto che si fonda l’imputazione: non sull’effettiva capacità di sparare proiettili veri, ma sull’idoneità del gesto a incutere timore.
Si tratta di un episodio breve ma carico di tensione, avvenuto in un contesto urbano dove un confronto acceso si è trasformato in una scena improvvisa da film d’azione. L’atto della Procura racconta una dinamica secca e priva di sfumature: un uomo che esce di casa con un’arma in mano e un giovane che si trova di fronte a un gesto percepito come pericoloso. È la tipologia di incidente che alimenta interrogativi più generali sul clima di certe comunità e sulla facilità con cui, in alcuni contesti, si finisce per scavalcare la soglia che separa uno screzio da un comportamento potenzialmente delittuoso.
L’udienza di oggi avrebbe dovuto aprire formalmente il dibattimento, consentendo al Tribunale di entrare nel merito della vicenda, ascoltare la persona offesa come testimone e verificare gli elementi raccolti durante le indagini preliminari. La mancata comparizione del giovane — non dovuta a volontà, ma a un problema amministrativo nella notifica — ha però impedito ogni passaggio, facendo slittare al prossimo marzo la fase istruttoria. Un rinvio che, nelle dinamiche giudiziarie, non è infrequente, ma che contribuisce ad allungare una vicenda già carica di tensione.

L'avvocato Pio Coda difende l'imputato
Il processo riprenderà quindi tra qualche mese, quando la giudice Pellicia potrà finalmente ascoltare la voce della persona offesa e valutare se l’intimidazione armata contestata dalla Procura si sia concretamente consumata nei termini descritti nel decreto. Nel frattempo resta l’immagine forte di quell’uomo che, secondo l’accusa, avrebbe impugnato una pistola davanti a un ragazzo di appena diciotto anni, trasformando un tratto di strada di Oglianico in un set da western moderno.
La vicenda giudiziaria, quando entrerà nel vivo, cercherà di chiarire ogni passaggio: il movente della minaccia, il contesto del diverbio, la posizione dell’imputato e l’attendibilità del suo gesto. Per ora resta soltanto un rinvio e un fascicolo che pesa, perché racconta un episodio che, nel registro della cronaca, non può essere derubricato a semplice litigio di paese.
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