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Cronaca

Imprenditore del Canavese condannato: prese i “ristori” Covid resuscitando un’azienda

Per ottenere il finanziamento l’imputato aveva dichiarato 142.077 euro di ricavi per il 2019, valore che – al controllo della Guardia di Finanza – non trovava riscontro in alcun documento fiscale, contabile o bancario

Guardia di Finanza (archivio)

Guardia di Finanza (archivio)

Nel pieno dell’emergenza Covid, mentre lo Stato tentava di sostenere le imprese travolte dal blocco economico, un imprenditore edile di Pavone Canavese otteneva 30mila euro di ristori dichiarando ricavi che – secondo la Procura di Ivrea – non erano mai esistiti. È da questa discrepanza, netta e difficilmente giustificabile, che nasce il procedimento discusso davanti al collegio presieduto dalla giudice Stefania Cugge - giudici a latere Marianna Tiseo ed Edoardo Scanavino - concluso con una condanna ad un anno di carcere per indebita percezione di erogazioni pubbliche. L’uomo, secondo l’accusa, avrebbe semplicemente “riacceso” un’impresa inattiva da anni per intercettare i fondi emergenziali, presentando una dichiarazione di ricavi del tutto scollegata dalla realtà contabile ricostruita nel dibattimento.

Il Pubblico Ministero Alessandro Gallo, titolare dell’indagine, ha delineato un quadro definito «un’operazione estetica, priva di sostanza», sostenendo che il contributo fosse stato richiesto sulla base di ricavi inesistenti. Come ricorda anche il capo d’imputazione , per ottenere il finanziamento l’imputato aveva dichiarato 142.077 euro di ricavi per il 2019, valore che – al controllo della Guardia di Finanza – non trovava riscontro in alcun documento fiscale, contabile o bancario.

L’uomo, infatti, non aveva presentato dichiarazioni dei redditi dal 2012 al 2018, eccezion fatta per l’anno 2013 (3mila euro). Per il 2019, anno cruciale per la richiesta del contributo da 30mila euro, non risultava alcun modello IVA, né movimenti compatibili con un’attività d’impresa.

La ricostruzione dei finanzieri confermava un quadro ancora più netto: l’impresa non aveva dipendenti, non aveva mezzi, non aveva clienti, e lo “spesometro” non riportava alcun rapporto economico con terzi. Un’azienda, in sostanza, ferma da anni.

Il finanziamento da 30mila euro, erogato dalla Biver Banca con garanzia del Fondo Centrale, viene accreditato sul conto personale dell’imputato. Da qui partono alcuni movimenti che attirano l’attenzione degli inquirenti.

In particolare emergono:10mila euro verso un soggetto operante nel settore immobiliare; 5mila euro indirizzati a un intermediario per una Mercedes (3 novembre 2020); centinaia di micro-transazioni verso Sisal e altre agenzie di scommesse

Quest’ultimo elemento, sottolineato con forza dal PM, è tra i più significativi: 390 pagamenti effettuati nel 2019 e nel 2020, da 10 a 50 euro ciascuno, spesso ripetuti più volte nella stessa giornata. Per l’accusa, un comportamento «incompatibile con lo svolgimento di un’attività in grado di produrre i ricavi dichiarati» e indice della necessità di reperire liquidità facile, come quella del contributo da 30mila euro.

L’imputato, secondo il PM, aveva scarso o nullo controllo della propria contabilità da anni e si era affidato a diversi studi commerciali senza mai fornire documentazione adeguata. Né lo studio Boaglio di Caluso, né il successivo studio Pergamo, citati più volte dalla difesa, avrebbero potuto giustificare la dichiarazione dei 142mila euro di ricavi.

L’avvocato Celere Spaziante ha scelto una linea di difesa fondata sulla buona fede. In aula ha ringraziato il PM per il suo zelo, ma ha contestato «indagini lacunose», sostenendo che sarebbe stato un concorrente dell'imprenditore a suggerirgli di rivolgersi dello studio Pergamo di Milano per richiedere qui contributi.

Secondo la difesa la procedura fu presentata come un’operazione finanziaria, non come una frode. Inoltre avrebbe parlato di ricavi “presunti”, dicitura prevista dalla normativa emergenziale e l’imputato avrebbe pagato regolarmente il professionista e confidato nelle sue indicazioni.

Per l'avvocato Spaziante, infine le giocate alla Sisal e alle altre agenzie di scommesse evidenziate dal Pm Gallo, sarebbero irrilevanti ai fini della contestazione.

L’avvocato è arrivato a definireil commercialista cui l'imputato si era rivolto «un bandito legato alla criminalità organizzata», sostenendo che – se davvero vi fosse stata una truffa – la regia non sarebbe stata dell’imputato, ma del professionista.

Ha inoltre ricordato che lo studio Boaglio di Caluso - commercialisti finiti a processo per migliaia di pratiche irregolari - avevano già causato danni in passato, e che lo stesso imputato era stato assolto in un processo del 2018 dov'era accusato per l'evasione dell'Iva, proprio perché ritenuto vittima dello studio.

Per la difesa, in ogni caso, l’accusa non avrebbe soddisfatto l’onere della prova.

Ma il tribunale non ha accolto la testi della difesa, ma quella della Procura secondo la quale l’imputato non avesse alcuna attività reale nel 2019; i ricavi indicati nella domanda fossero privi di qualsiasi riscontro documentale; i movimenti bancari e le scommesse fossero incompatibili con una gestione imprenditoriale; nessun elemento confermasse la tesi del consulente “dominante”; la richiesta del contributo fosse finalizzata a ottenere denaro pubblico senza titolo.

La sentenza è arrivata nel pomeriggio: 1 anno di reclusione, pagamento delle spese processuali e confisca di soldi e beni fino alla somma di 30mila euro, pari all’importo del finanziamento ottenuto. Seguiranno 30 giorni per il deposito delle motivazioni.

Il caso mostra, ancora una volta, come i fondi emergenziali – essenziali per migliaia di aziende – siano diventati terreno fertile per chi ha cercato di approfittarne. La pandemia ha avuto un costo altissimo anche in termini di frodi, generate dalla necessità di interventi rapidi e dalla ridotta capacità di controllo nella fase iniziale.

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