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Cronaca
20 Novembre 2025 - 15:37
Ospedale di Settimo o inferno. Il medico al telefono: "Ho fatto una cazzata...". E una donna è morta. Il 12 dicembre in 24 davanti al giudice di Ivrea
Il 12 dicembre compariranno tutti davanti al giudice Andrea Cavoti di Ivrea, che dovrà decidere se applicare o meno la misura cautelare dell'interdizione dalla professione per un anno. Una data chiave, perché è lì che si capirà se quanto emerso finora rimarrà “solo” un enorme fascicolo fatto di intercettazioni, video, testimonianze e cartelle cliniche, oppure se inizierà a tradursi in responsabilità personali e in un giudizio formale.
Tra i 24 nuovi indagati compaiono nomi e ruoli precisi. Riccardo Greco, primario della lungodegenza; cinque medici della società mista pubblico-privata Saapa – oggi in liquidazione – e 18 infermieri, molti dei quali lavoravano con partita Iva, altri stranieri. Tutti accusati di avere ignorato o direttamente contribuito a un sistema di degrado. Lo stesso Greco, intercettato, ammette senza mezzi termini la situazione: «Saapa chiude un occhio sulla mancanza di personale e sul fatto che i pazienti non vengono alzati». Parole che pesano come macigni, perché dicono che tutti sapevano, ma nessuno faceva nulla.
E sapevano davvero tutti. Perché nelle carte dell’inchiesta — e nelle immagini registrate dalle telecamere installate dalla Guardia di Finanza — non c’è solo la negligenza. C’è molto di più: un quadro di contenzione sistematica, violenze assistenziali, omissioni, falsificazioni, degrado materiale. Pazienti legati ai letti con cinghie anche per 24 ore consecutive, senza monitoraggio, senza consenso, senza le pause obbligatorie previste dalla legge. In almeno due casi, si notano tracce di sangue sulla pelle, all’altezza delle cinghie. In altri, si sentono frasi che gelano il sangue: «L’ho bombata bene ed è crollata», dice un operatore, parlando di una paziente sedata pesantemente. Oppure: «Non arriva al campanello, così non rompe». Il dolore trattato come disturbo, la persona ridotta a fastidio.
È il secondo filone di una maxi-inchiesta che, nel suo primo capitolo, ha già travolto 38 persone, tra dirigenti e responsabili dell’Asl To4, dirigenti, medici, Oss e infermieri della Cm Service e di SAAPA Spa. Ma qui, ora, la scena è diversa: non si parla più di appalti, ma di corpi fragili, di dignità ferita, di routine che — stando agli atti — avrebbero trasformato un reparto in un luogo dove la vulnerabilità dei pazienti diventava abitudine da gestire con cinghie, sedativi e indifferenza.
Al centro di questo secondo filone spunta il Gruppo San Michele, subentrato a Cm Service nella gestione “global service” dell’Ospedale di Settimo, con personale già coinvolto nel primo troncone dell’indagine. Una continuità di gestione che non è solo un dettaglio formale: è la cornice dentro cui la Procura inquadra le prassi, le scelte, gli equilibri — o gli squilibri — di un reparto che, secondo gli inquirenti, per troppo tempo sarebbe rimasto senza veri anticorpi. Stesso personale, stesse abitudini, stessi orrori.
Tant’è. Ma partiamo da qui. Da una mattina qualunque, almeno in apparenza: 27 marzo 2024. Sono le 9.01. Un medico chiama il primario Riccardo Greco. La Guardia di finanza intercetta la telefonata. E registra una voce spezzata, inquieta, quasi rotta dalla paura. Non gira intorno alle parole: ammette l’errore, parla di una “cazzata”, confessa di aver “ferito un rene” a una paziente lucida, Carla Arrigoni, 76 anni. Quella donna era arrivata il 20 marzo in condizioni stabili, ma con la fragilità tipica di chi approda alla lungodegenza. Eppure, nel giro di pochi giorni, tutto cambia.
Il quadro renale — da cronico — precipita in ore verso l’insufficienza acuta. Serve un trasferimento urgente a Chivasso. E a Chivasso, nel pronto soccorso, è caos: la nefrologia è piena, la medicina generale non ha un letto disponibile. Nessuno sa dove sistemarla. Il tempo scorre, il caso clinico peggiora. Il primario dell'Ospedale di Settimo telefona alla responsabile della Medicina generale di Chivasso per capire cosa stia succedendo, chiede aggiornamenti, rincorre spiegazioni, prova a ottenere informazioni che si fanno sempre più preoccupanti.

Carla Arrigoni morirà il 21 maggio 2024, sempre a Chivasso, per una nuova insufficienza renale acuta. La Procura — con i pm Valentina Bossi e Alessandro Gallo — ha acquisito la cartella clinica e scandaglia ogni ipotesi. Un’infezione? Una terapia non idonea? Un evento improvviso? Il direttore sanitario del Gruppo San Michele sostiene che, in una paziente così compromessa, qualunque minimo squilibrio può innescare una cascata irreversibile. E infatti, nelle aule di tribunale, l’ostacolo cruciale diventa sempre lo stesso: dimostrare un nesso causale chiaro e inoppugnabile.
Forse anche per questo, almeno per ora, il caso Arrigoni non compare tra i quindici episodi già formalizzati come maltrattamenti nel provvedimento firmato l’8 novembre 2025. Ma la posizione del medico non cambia: è indagato, e l’interrogatorio di garanzia lo attende comunque.
Gli episodi contestati — quelli già cristallizzati nelle carte — raccontano una quotidianità che, secondo la Procura, non avrebbe nulla a che vedere con la cura. Un arco temporale che va da marzo ad aprile 2024, durante il quale si sarebbero ripetute pratiche incompatibili con qualsiasi standard assistenziale. Le telecamere documentano pazienti lasciati sporchi anche per un mese, altri sedati al bisogno, altri ancora legati ai letti con le braccia immobilizzate. E senza liberatorie firmate.
Le immagini mostrano anziani che vagano nudi per due giorni perché avevano urinato. Un uomo di 101 anni che morirà due giorni dopo, una nota inserita dagli investigatori non per attribuire responsabilità, ma per restituire la misura della fragilità di quei degenti. Una donna rischia il soffocamento mentre viene imboccata, e un collega definisce la scena “normale”.
E c’è molto di più:
cartelle cliniche smarrite o falsificate; farmaci somministrati senza indicazione; soluzioni improvvisate al posto del Diben, un parafarmaco necessario per la nutrizione; perfino prelievi di sangue effettuati direttamente da una flebo di glucosio per risparmiare tempo o materiale.
In un'intercettazione, un’infermiera spiega a una collega come alterare la cartella clinica: «Scrivi che hai somministrato 500 ml d’acqua a 100 cc l’ora, metti glicemia 90, e non scrivere che non c’era l’insulina… cambia pure la glicemia, tanto nessuno controlla».
E nessuno controllava davvero. Nel reparto mancava persino la connessione Wi-Fi per accedere ai protocolli digitali: le terapie venivano quindi gestite a memoria o su foglietti volanti. Gli infermieri, spesso in numero ridotto, venivano lasciati soli a coprire turni infiniti. «Le persone ci sono, ma non sono formate», dice una voce nelle intercettazioni. La caposala e la sua vice trascorrevano ore chiuse nello sgabuzzino, mentre nei corridoi risuonava solo il rumore delle macchine. Di notte, nel buio, gli operatori parlavano e ridevano in sala infermieri, mentre nelle stanze i malati legati tossivano, chiedevano acqua, chiamavano senza ricevere risposta.
La contenzione fisica — ricordano i pm — è una misura eccezionale, da usare solo come extrema ratio, documentata, temporanea, autorizzata. A Settimo Torinese era diventata la regola: pazienti legati, sedati, immobilizzati anche per giorni. Uno per tre giorni consecutivi perché “si muoveva troppo”. Una donna immobilizzata nonostante la diagnosi di demenza.
Il reparto, nelle ricostruzioni della Procura, sarebbe stato cronicamente sotto organico. In alcune notti, un vigilante sarebbe stato vestito da medico per zittire i pazienti che gridavano per il dolore. Un dettaglio che, da solo, racconta tutto.
Un altro nodo cruciale è che nessun familiare abbia mai denunciato. Perché? Per gli inquirenti la spiegazione è chiara: molte pratiche avvenivano quando i parenti non c’erano. Le telecamere mostrano un andamento inquietante: lavaggi e cambi concentrati nelle ore delle visite. Di notte, o nei giorni senza accessi, tutto si fermava.
Il 12 dicembre, quei ventiquattro operatori — il primario, i cinque medici del Gruppo San Michele, diciotto tra infermieri e oss — si troveranno davanti al giudice Cavoti. Sarà il momento in cui questa vicenda smetterà di essere una raccolta di video e intercettazioni: diventerà parola, contraddittorio, processo. Perché ciò che la Procura contesta non è solo una sommatoria di condotte individuali. È un modello organizzativo, una struttura che avrebbe accumulato fragilità, disfunzioni e pratiche distorte fino a farle diventare routine.
E allora la domanda si fa inevitabile:
come si arriva a normalizzare l’inaccettabile?
Come si passa dal prendersi cura al “tenerli buoni”?
Quanti campanelli d’allarme sono stati ignorati per due anni?
Non saranno le telecamere, né le intercettazioni, a rispondere. Sarà il tribunale.
Ma una cosa — oggi — è già fin troppo chiara: in un luogo dove la dignità dovrebbe essere intoccabile, per troppo tempo è stata trattata come un dettaglio sacrificabile. Un ingombro. Un fastidio.
Il 12 dicembre, quel tempo sarà finito.
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