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Cronaca
19 Novembre 2025 - 11:54
La condanna è arrivata questa mattina: sette mesi di reclusione, con rito abbreviato, per Giovanni Tevere, classe 1964, accusato di avere minacciato la figlia Noemi a Leinì lo scorso ottobre e di avere violato la misura che gli imponeva di non avvicinarsi a lei. La sentenza è stata pronunciata dalla giudice Antonella Pelliccia del Tribunale di Ivrea e chiude, almeno sul piano giudiziario, un episodio che si inserisce però in un conflitto familiare molto più ampio e radicato.
Secondo il pubblico ministero, la responsabilità dell’imputato era “provata” sulla base delle testimonianze raccolte, comprese quelle provenienti dagli esercenti della zona, che hanno confermato il diverbio avvenuto davanti al bar. L’imputazione riguardava le minacce e la violazione del divieto di avvicinamento previsto dall’articolo 387-bis del codice penale.
Il quadro dei fatti, definito in aula come “pacifico”, parte da una scena ormai nota agli atti: Tevere seduto su una panchina davanti al bar, quando passa la figlia Noemi. Da lì nasce il confronto. La versione dell’accusa parla di insulti e minacce in un contesto di violazione della misura di allontanamento dalla ragazza; la difesa sostiene invece che sia stata la figlia ad avvicinarsi, provocandolo.
A sostegno di questa lettura è intervenuta l’altra figlia, Floriana, che ha ricostruito l’episodio dicendo che «mio papà era seduto tranquillamente, poi arriva Noemi a fargli il ghigno di sfida». Dichiarazioni che non cancellano le condotte contestate, ma che la difesa ha portato come prova di una situazione già compromessa, in cui ogni incontro tra i familiari rischiava di degenerare. Da tempo, infatti, i rapporti tra Tevere, la figlia e il genero risultavano segnati da litigi, querele reciproche e tensioni costanti.
A complicare ulteriormente il quadro, le condizioni cliniche dell’imputato. Dai documenti emerge una storia di ricoveri e diagnosi: depressione, periodi di cura ripetuti e, più recentemente, un disturbo narcisistico di personalità indicato nel certificato del ricovero alla struttura Villa Augusta, dove si trovava dal 1° ottobre. In un diverso procedimento, un incidente probatorio aveva stabilito la sua capacità di intendere e di volere, ma – come ha ricordato il difensore, avvocato Adriano Favero – «una conclusione che non ha convinto nessuno». Tanto che lo stesso pubblico ministero di quel fascicolo ha disposto una seconda perizia, tuttora in corso.
La difesa ha sostenuto che i comportamenti dell’uomo siano il risultato di due fattori: da un lato la fragilità psicologica, dall’altro una dinamica familiare esasperata, in cui ogni incrocio tra i protagonisti genera nuove tensioni. Favero ha sottolineato anche che gli oggetti trovati addosso all’uomo – un cacciavite e un paio di forbici – non sono mai stati utilizzati né mostrati, e non hanno avuto alcun ruolo nell’episodio contestato.
In aula l’avvocato ha chiesto l’assoluzione o, in subordine, il minimo della pena con le attenuanti generiche e i benefici di legge. Ma la giudice Pelliccia ha confermato la responsabilità, applicando la riduzione per il rito abbreviato e fissando la pena finale a sette mesi, oltre al pagamento delle spese giudiziali.
La vicenda processuale si chiude qui. Resta però un contesto familiare che continuerà a richiedere interventi, valutazioni mediche e forse un percorso di mediazione che vada oltre la sfera penale. La sentenza sancisce un reato, ma non risolve la frattura tra un padre, due figlie e un rapporto deteriorato da anni di scontri.

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