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Cronaca
09 Ottobre 2025 - 19:48
Entrava nel salotto come una tempesta improvvisa: urla, vetri rotti, parole taglienti come coltelli. E quando tutto sembrava calmarsi, restava un uomo che per anni ha imparato a camuffare i lividi sotto il sorriso, a spiegare ai colleghi che «sono scivolato», a mentire a sé stesso che andava tutto bene. Oggi, in aula al Tribunale di Ivrea — collegio presieduto dalla dottoressa Stefania Cugge, con i giudici Edoardo Scanavino e Marianna Tiseo a latere — il racconto è venuto fuori senza filtri: la persona offesa - che per tutelare i figli minorenni chiameremo Marco - ha testimoniato davanti al pubblico ministero Daniele Piergianni e ha aperto uno squarcio su una violenza domestica che raramente trova eco sui giornali: la violenza sulle persone di sesso maschile.
È una storia di contrasti, di amore malvoluto e di graduale, crudele metamorfosi. Marco e la donna che lo ha portato in giudizio — che qui chiameremo Gaia, originaria di Settimo Torinese — si erano incontrati vent’anni fa, giovani e innamorati. Hanno vissuto i primi anni della loro unione a Settimo. Poi, con due figli voluti e cercati, hanno comprato una casa più grande sulla collina Chivassese: un’ipotetica promessa di stabilità che, col tempo, si è mutata in prigione.
Il primo anno insieme era stato da «Mulino Bianco», dice Marco: normalità, alti e bassi. Poi, dopo la nascita del secondo figlio, qualcosa è cambiato. Non è un referto medico quello che racconta in aula — Marco non si sbilancia a fare diagnosi — ma è la cronaca quotidiana di un cambiamento che trasforma la compagna esuberante in chi domina, umilia, colpisce. Al principio sono insulti: sospetti di tradimenti mai avvenuti, epiteti laceranti che fanno precipitare l’aria in una stanza. Poi, le parole lasciano spazio ai gesti.
Ci sono le notti passate in roulotte presso il distributore di benzina di cui era titolare e che aveva subito tredici rapine in poco tempo. Quella donna che, con i figli addormentati in macchina, piomga in piena notte lì convinta che lui la stia tradendo. E poi scaglia un posacenere contro il finestrino, mandandolo in mille pezzi, distrugge il gabbiotto del tabaccaio. E poi ci sono le angherie domestiche, come il cucchiaio puntato alla gola, davanti ai bambini, come fosse la cosa più normale del mondo. C’è la porta della camera che viene sfondata più volte, le scale dove Marco viene spinto giù con un calcio dritto al petto, il morso a una mano, il ferro da stiro scagliato in aria in modo minaccioso. Ci sono i vetri rotti, la cassaforte portata via a braccia, la foto di una cacca di cane inviata come umiliazione totale: «oggi mangiati questa», gli diceva.
Decine di episodi che, messi in fila, disegnano una violenza fatta di prevaricazione continua. Non si tratta solo di una botta: è la modalità ripetuta, sistematica, che scandalizza. E la sorpresa più grande — per chi ascolta fuori dall’aula — è scoprire come sia stato difficile per Marco ottenere credito. Per anni ha incontrato un «muro di gomma»: servizi sociali a volte distratti, colleghi che ridacchiavano di fronte alla sua ammissione, la fatica a pronunciare la frase che per molte persone suona impossibile: «mia moglie mi picchia».
Lo racconta lui, con una naturalezza che strozza. «Quando l’ho detto ai miei genitori — ha riferito nel corso dell’udienza — mi vergognavo. Pensavo che mi avrebbero preso per un pazzo. Non sapevo come dirlo: come si spiega a mamma e papà che prendi uno schiaffo dalla donna che ami?» Il timore della derisione, della perdita di dignità sociale, il cliché della maschilità «forte»: tutto questo ha creato un cortina che ha soffocato le possibili vie d’uscita.

Eppure c’erano prove, segnali, testimoni. Bambini che a un certo punto, stanchi di vedere la madre scagliarsi contro il padre, prendono posizione e gli dicono di smettere. Amici, parenti, qualche vicino che ogni tanto aveva visto spaccarsi la porta: «Mio figlio mi ha visto chiedere aiuto al vicino di casa — ricorda Marco — e la donna è salita sul balcone a gridare che la stavo picchiando. Ha chiesto aiuto a un giornalista del paese: la scena era surreale. Lei correva dal vicino che lavora al giornale locale e gli chiedeva il telefono per chiamare i carabinieri mentre io ero lì, incredulo, a cercare di calmare nostro figlio. Mio figlio mi chiese: ‘Aiuto di che?’. Per molti, è stato difficile capire che non fosse un capovolgimento di ruoli, ma un autentico malessere».
Marco ha tenuto in tasca per anni i segni di quella violenza emotiva e fisica: forzature, furti di chiavi, privazioni, la pistola che custodiva per lavoro — consegnata alle autorità quando ha temuto che la situazione degenerasse —, le minacce di ritorsioni («ti faccio picchiare dai tuoi amici, ti do fuoco la casa, ti spacco la testa»). E quando ha provato a chiedere aiuto, dopo la prima denuncia, si è trovato davanti a muri istituzionali: «Mi hanno riso in faccia», ricorda, «i servizi sociali non mi ascoltavano davvero». La vergogna ha un suo peso: “Quella del maschio che subisce” è spesso una figura che non si sa leggere.
E qui entra, con forza, il capitolo dell’assistenza: Marco ha trovato una via per uscirne grazie a Doppia Difesa, un’associazione che si occupa di aiuto alle persone vittime di violenza — realtà che in Italia stanno sviluppando servizi specifici anche per gli uomini. Nei consulti con i professionisti dell’Associazione (una rete di supporto che offre ascolto, sostegno psicologico e orientamento legale), gli è stato spiegato che il Codice Rosso non è in canale riservato ai soli casi di violenza contro le donne: la procedura di tutela e la priorità di intervento prevista per i reati di maltrattamento e violenza domestica si applicano a tutte le vittime, indipendentemente dal genere. È stato spiegato anche come ottenere un legale a spese dello Stato, come attivare il percorso protetto e come tutelare i figli. «Quel supporto — ha detto Marco — mi ha aperto un mondo: ho capito che potevo fare valere i miei diritti senza vergognarmene».
Il processo che si è aperto oggi è la prosecuzione di quella presa di coscienza: davanti al collegio del Tribunale di Ivrea, Marco ha ricostruito gli anni del rapporto, le escalation, le pause di apparente serenità, i tentativi — falliti — di tenere insieme la famiglia «per amore dei figli». Ha raccontato di aver provato a mantenere la calma, di essersi chiuso in camera per sfuggire alle urla, di essere stato aggredito anche in pubblico (alla bocciofila del paese, davanti ad altri), di aver subìto distruzioni materiali e minacce. E infine ha ammesso di amare ancora quella donna: una contraddizione che, nel racconto, mette tutta l’ambiguità delle relazioni violente, dove affetto e paura si mescolano in un groviglio che è difficile sciogliere.
Il pubblico ministero Daniele Piergianni ha ascoltato con attenzione. L’udienza ha messo a nudo anche i paradossi del sistema: la difficoltà degli uomini a essere creduti, il pregiudizio che spesso circonda le vittime maschili, e la lentezza con cui la società impara a riconoscere forme di abuso non stereotipate. Ma la cronaca processuale mostra anche che gli strumenti esistono: dall’attenzione della polizia, all’attivazione del Codice Rosso, alla possibilità di ottenere un legale d’ufficio per chi non può permettersene uno. E — non meno importante — il ruolo delle associazioni, che offrono rete, ascolto e orientamento, rompendo l’isolamento.
Ci sono pagine drammatiche, nel deposito di prove e nelle registrazioni: una chiavetta USB con un video, audio di telefonate, testimonianze di amici e conoscenti, l’intervento del comandante locale dei carabinieri che ha seguito la vicenda con attenzione. C’è il racconto di un uomo che ha iniziato a parlare tardi — perché la vergogna a volte è il peggiore dei bavagli — e che ora affronta in tribunale la sua vita privata, trasformata in procedimento pubblico.
In aula, la scena diventa anche specchio di un tema più ampio: la violenza che non ha una sola faccia. È violenza anche quando proviene da una donna verso un uomo; è abuso anche quando è verbale, umiliante, sistematico; è reato quando sfocia in percosse, minacce e privazione di libertà. La società ha fatto passi avanti nell’affrontare il fenomeno — leggi, codici, centri antiviolenza — ma la strada è ancora lunga: occorre togliere il velo di incredulità che ancora copre la vittima maschile, dare strumenti ai servizi e continuare a raccontare, senza pudori né facili ironie, storie come quella di Marco.
Il processo continuerà nelle prossime udienze. Intanto, restano le parole pronunciate oggi: la scena surreale della donna che, in un litigio, corre a chiedere aiuto al vicino giornalista; i figli spettatori di un conflitto che non spettava loro; i genitori cui è stato confessato tutto solo a distanza di anni; le scuse e i ritorni, le separazioni consensuali che si trasformano in nuovi incontri. E la domanda, semplice e terribile: come si protegge un uomo che subisce violenza quando tutto intorno dice che un uomo non può, non deve, non dovrebbe?
Questo processo — e la voce di chi finalmente ha avuto il coraggio di parlare — prova a rispondere. Lo fa con testimonianze, strumenti e, soprattutto, attenzione. Perché la violenza domestica ferisce chiunque la subisca. E per Marco, come per tanti altri che ancora tacciono, la più grande vittoria sarebbe che la società smetta di sorridere scettica quando un uomo dice: «Mi hanno picchiato».
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