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Cronaca
09 Ottobre 2025 - 18:15
L'infortunio era avvenuto nel piazzale del Movicentro
Si piega, cede l’equilibrio e va giù di lato, sfiorando l’uomo che sta manovrando a pochi passi. A mezzogiorno del 28 giugno 2021, al Movicentro di Chivasso, di fronte ai binari, un camion Fiat Iveco con cassone e gru si ribalta durante lo scarico di mini-escavatori. L’autista — 43 anni — se la cava con ferite non gravi, ma bastano pochi centimetri per capire che la linea tra routine e tragedia, in cantiere, è un filo teso. Sul posto arrivano 118, vigili del fuoco di Torino Stura, carabinieri, Polfer e gli ispettori Spresal per fissare i primi punti fermi della dinamica.
Quella manciata di secondi è finita sotto la lente del Tribunale di Ivrea, in un’udienza predibattimentale che dovrà dire se il processo andrà avanti e contro chi. Davanti alla giudice Stefania Cugge, quattro imputati: Alfredo Mercuri, classe 1967, amministratore della Eredi Mercuri S.p.A., difeso dall'avvocato Armando Profili, Paolo Ricci, classe 1989, dirigente aziendale, difeso dall'avvocato Paolo Carrara, Domenico Delfino, classe 1960, capocantiere difeso dall'avvocata Marzia Manfredini, e Vincenzo Marrese, classe 1963, preposto difeso dall'avvocato Luigi Scarpati, sostituito nel corso dell'udienza dall Avv. Carrara. In aula tutti gli imputati erano assenti. Presenti solo i difensori. Non c'era neppure la persona offesa, Costantin Bradu, l’autista che quel giorno si è visto passare la morte così vicino da sentirne il fiato. Non lavora più per la Eredi Mercuri e non ha chiesto di costituirsi parte civile nel processo.
Il cuore della contesa è la catena delle responsabilità tra datore, dirigenti, capocantiere e preposto prevista dal Testo unico sulla sicurezza. Secondo le difese, l’azienda che lavorava in appalto sulla rete ferroviaria è solida, strutturata, con briefing mattutini, “procedure scritte” e formazione per tutte le figure. A detta dei legali, l’infortunio si sarebbe consumato fuori dal perimetro del cantiere: non in area recintata e delimitata, ma in piazza XII Maggio 1944, “dieci metri più avanti dell’accesso regolamentare”. Lì — è la tesi — Bradu avrebbe anticipato la manovra di scarico con la gru installata sul proprio autocarro, una manovra che non gli competeva e che, da piano, doveva essere eseguita dal personale addestrato dentro il varco di cantiere.
La linea dell’avvocato di Paolo Ricci è netta: il lavoratore aveva mansione di autista, non di gruista; la decisione di iniziare fuori area costituirebbe comportamento abnorme. Nella ricostruzione difensiva, la vigilanza in quel frangente gravava sul preposto Vincenzo Marrese, che “avrebbe dovuto impedire” l’operazione fuori protocollo; da qui la richiesta di proscioglimento per Ricci e, “altresì”, per lo stesso Marrese.
Per Alfredo Mercuri, amministratore storico del gruppo, la difesa rivendica decenni senza condanne in materia di sicurezza, cantieri “sull’alta velocità in tutta Italia” e doppio controllo quotidiano (briefing e verifiche in corso d’opera). L’azienda — sostiene il legale — ha tracciato e documentato la filiera delle istruzioni: “chi fa cosa, dove e quando”, a partire dalla prescrizione di non eseguire scarichi fuori perimetro. “Se c’è stata imprudenza, è personale”, è il senso della memoria depositata.
Per Domenico Delfino, capocantiere, l’avvocata ricorda che al momento del sinistro “coordinava altre squadre” e che, in sua assenza operativa su quel punto, le responsabilità ricadevano — per norma e per prassi — sul preposto, garante di prossimità della sicurezza “vicino alle lavorazioni in corso”. Anche qui, richiesta di proscioglimento.

L'infortunio era avvenuto il 28 giugno 2021 a Chivasso nel piazzale XII Maggio 1944
Il PM Gallo, in aula ha mantenuto la rotta: "Si proceda".
Sarà il vaglio del dibattimento, se disposto, a incastrare l’ultimo tassello — dove è iniziata davvero la manovra, chi stava vigilando, quali procedure erano in essere, come erano stati ripartiti i compiti nel briefing del mattino — per rispondere alla domanda che conta: l’infortunio era prevenibile?
Al di là dei codici, resta il fotogramma che non passa: un camion coricato su un fianco, un uomo che scampa per un respiro, un Paese che si guarda allo specchio davanti a un tema che non smette di bruciare. Gli infortuni sul lavoro conservano numeri alti e una geografia capillare: cantieri stradali, ferroviari, logistica, manovre di carico e scarico. Le aule giudiziarie raccolgono — spesso anni dopo — i cocci di quegli istanti: procedure scritte contro tempi stretti, piani di sicurezza contro scorciatoie di fatto, organigrammi contro solitudini operative. È lì, nel punto esatto in cui la norma deve diventare gesto, che si gioca la differenza tra un turno e un funerale.
Il fascicolo di Chivasso è, per ora, un fascio di carte e memorie. Ma il suo nucleo è semplice: un cantiere, un perimetro, una manovra. Se quella manovra dovesse o no avere luogo là dove è avvenuta, e chi aveva il dovere giuridico di impedirla, saranno le domande che accompagneranno il collegio alla prossima tappa. Appuntamento il 31 ottobre, ore 10, per la decisione sulla prosecuzione.
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