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Cronaca
30 Settembre 2025 - 18:49
È finita oggi con una condanna a otto mesi di reclusione, pena sospesa, la parabola processuale di Giuseppe Fracasso, 65 anni, professore di telecomunicazioni all’istituto Avogadro di Torino, residente a San Maurizio Canavese. La giudice Roberta Cosentini ha accolto solo in parte le richieste della pm Barbara Badellino, che aveva sollecitato un anno di carcere, ma ha imposto al docente non solo il pagamento di 1500 euro di risarcimento provvisionale alla vittima, bensì anche la frequenza obbligatoria di un corso di rieducazione, condizione necessaria per la sospensione della pena.
La vicenda risale al maggio 2022, quando la giovane alunna decise di rivolgersi alle forze dell’ordine denunciando un comportamento che, a suo dire, aveva oltrepassato i limiti di una normale relazione educativa. Secondo la Procura, Fracasso l’avrebbe chiamata per tre volte nello stesso giorno per sottolineare che la sua verifica era stata “un disastro”. Non solo. Nei giorni successivi le avrebbe inviato più email, una delle quali spedita all’una di notte, con la richiesta esplicita di un incontro. A queste condotte si sarebbero aggiunti pedinamenti in auto lungo la direttrice Torino-Caselle e appostamenti all’uscita da scuola, episodi che avrebbero costretto la studentessa a modificare le proprie abitudini quotidiane.
La pm Badellino aveva sottolineato, in requisitoria, che le attenzioni del professore erano diventate una pressione costante, incompatibile con il ruolo di educatore: «A causa di quelle telefonate e delle attenzioni del professore, l’allieva è stata costretta a cambiare le proprie routine». Il reato contestato, quello di atti persecutori, viene definito nel linguaggio comune stalking ed è previsto dall’articolo 612-bis del Codice penale, che punisce chi genera ansia perdurante, altera le abitudini di vita della vittima o le provoca timore per la propria incolumità. La pena base va da sei mesi a cinque anni, con aggravanti specifiche per chi approfitta di una posizione di autorità.

La difesa, rappresentata dagli avvocati Beatrice Manera e Alessio Pergola, ha sempre respinto le accuse, sostenendo la lettura opposta: quella di un rapporto didattico travisato. Per la prima volta in aula, Fracasso aveva scelto di intervenire di persona. «Era la ragazza a cercare un contatto con me, era lei a chiedere informazioni. Io ho sempre cercato soltanto di guidarla e invogliarla allo studio, perché non mostrava interesse per la materia», aveva dichiarato davanti ai giudici. E sui presunti pedinamenti aveva minimizzato: «Si è trattato soltanto di sorpassi e di normali dinamiche del traffico ai semafori».
La parte civile, assistita dall’avvocata Arianna Maria Corcelli, aveva chiesto 10 mila euro di risarcimento, cifra ben più alta rispetto a quella riconosciuta dalla giudice Cosentini. La decisione finale, con la condanna e l’imposizione del percorso rieducativo, cerca un equilibrio tra le diverse versioni dei fatti, pur sancendo la responsabilità penale dell’insegnante.
Al di là del verdetto, il caso pone interrogativi che vanno oltre l’episodio specifico. Quanto è fragile il confine tra l’autorevolezza di un docente e comportamenti percepiti come invadenti? Quando l’interesse per un allievo diventa pressione indebita? La sentenza di oggi risponde solo in parte, perché mette un punto sul processo ma lascia aperto il dibattito più ampio, quello sulla tutela degli studenti e sulla responsabilità che il ruolo di insegnante inevitabilmente comporta.
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