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Cronaca
21 Maggio 2025 - 12:42
foto d'archivio
“Non bestemmiate che Gesù si offende”. Una frase detta senza tono polemico, quasi un invito al buon senso, pronunciata tra una birra e due risate nel dehor di una birreria.
I fatti risalgono al 10 settembre 2023 ed erano accaduti della birreria “Lungo Sorso” di Mathi. Era una domenica sera tranquilla, quando Lorenzo – ragazzo classe ’95 – rivolgendosi a un tavolo di sconosciuti ha acceso, involontariamente, la miccia. Bastano cinque parole, e quello che doveva essere un aperitivo si trasforma nel giro di pochi minuti in una rissa da saloon, con pugni, schiaffi, posacenere usati come proiettili e una chiave inglese di 40 centimetri sbattuta furiosamente sui tavoli. Il tutto condito da urla, minacce di morte e perfino allusioni a una pistola da andare a prendere in macchina.
Ieri, nell’aula del Tribunale di Ivrea, davanti alla giudice Marianna Tiseo, si è tenuta l’istruttoria del processo che vede imputati Andrei Alexandru Mihai, classe 2005, e Mirash Pjetri, classe 2002. I reati contestati: minacce aggravate e lesioni (art. 612 commi 1 e 2, aggravanti ex art. 61 n.1 e concorso ex art. 110 del codice penale).
I racconti in aula, ricostruiti con dovizia di particolari dai tre ragazzi aggrediti – Lorenzo, Erik ed Elisa – hanno avuto il sapore crudo di un film western andato fuori controllo, ma senza attori e con ferite vere.
“Lo avevo detto con leggerezza, non volevo provocare nessuno”, ha spiegato Lorenzo, ricordando il momento in cui aveva risposto alla bestemmia di uno degli imputati con quella frase sul rispetto per Gesù. In un attimo, il clima si è fatto pesante: un ragazzo alto un metro e ottantacinque si è alzato in piedi, faccia a faccia con lui. E poi, come in una scena da fumetto, un posacenere gli è stato spaccato addosso. Poco dopo, è partita una scarica di pugni, questa volta da Pjetri, che l’ha braccato nel gazebo costringendolo tra due tavoli e caricandolo di colpi. Lorenzo, con un filo di voce, ha aggiunto: “Io alla violenza rispondo con una risata. E questo li ha fatti infuriare ancora di più. Un amico di loro mi diceva: smettila di ridere che finisce ancora peggio”.
Anche Erik, seduto di spalle al tavolo della miccia, è stato coinvolto nel caos. “Mi sono alzato per capire cosa stesse succedendo e mi è arrivato uno schiaffo in faccia da Mihai. Non capivo più niente. L’ho preso e spinto per allontanarlo, è caduto e si è fatto male a una caviglia. Lui urlava: prendetelo e ammazzatelo, mi ha rotto una gamba!”.
Erik, con lucidità, ha raccontato di aver cercato di schivare i colpi da più persone, e a quel punto è entrato in scena un nuovo oggetto di scena, uscito dal bagagliaio di una Opel Corsa rossa: una chiave inglese, sbattuta sui tavoli come un avvertimento, tra grida e minacce. “Dicevano che sarebbero tornati con la pistola. Con la chiave inglese uno di loro mi voleva colpire in testa. Per fortuna mi ha preso solo di striscio sull’avambraccio”.

A chiamare i carabinieri, con sangue freddo, è stata Elisa, 27 anni, l’unica del trio a restare illesa. “Mi sono molto spaventata – ha detto – perché finché volano pugni ci si difende, ma quando uno sbatte una chiave inglese sul tavolo e grida che va a prendere la pistola… allora capisci che può finire male”. Elisa aveva anche preso la targa dell’auto e scattato una foto del veicolo da cui era stata presa l’arma improvvisata. È stata lei a presentare querela ai carabinieri di Mathi, poi ritirata in aula, alla luce della riappacificazione tra Erik e Mihai, che nei mesi successivi si sono rincontrati casualmente nei locali della zona e chiariti.
Una scena di follia che si è svuotata in pochi minuti: i due aggressori hanno caricato l’amico ferito in macchina e sono scappati via, mentre i carabinieri sono arrivati venti minuti dopo, trovando solo i tre ragazzi ancora scossi. Nessuno di loro – né Lorenzo né Erik – ha sporto denuncia, ma i fatti restano impressi nella memoria e nelle telecamere di sorveglianza della birreria.
Un’escalation esplosa da una bestemmia, degenerata in un crescendo di aggressività e violenza gratuita, condita da frasi come “non sapete chi siamo, vi ammazziamo tutti”, e gesti da guerra urbana in un dehor canavesano che avrebbe dovuto accogliere solo boccali di birra e battute da domenica sera.
Il processo è ancora in corso. La scena resta lì, ferma tra i verbali e i racconti, come un fermo immagine grottesco. Perché a Mathi, quella sera, bastò una frase di troppo per far saltare tutto per aria.
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