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'Ndrangheta
22 Settembre 2023 - 13:59
La conferenza stampa della DIA per il processo Platinum
A distanza di due anni e poco più dall'operazione "Platinum", che nel maggio del 2021 fece rivivere a Chivasso e a Volpiano le terribili giornate di "Minotauro" e "Colpo di Coda", si è concluso ieri in tribunale a Ivrea il primo grado di giudizio del processo alle infiltrazioni della 'ndrangheta in Canavese.
Due maxi condanne ai fratelli Mario e Giuseppe Vazzana, tre condanne più "contenute" ed un'assoluzione: il collegio presieduto dal giudice Stefania Cugge ha messo così la parola fine in calce ad un'inchiesta giudiziaria che ebbe strascichi anche sulla vita politica delle due comunità volpianese e chivassese.
Mario Vazzana è stato condannato a 6 anni e 11 mesi di reclusione, mentre il fratello Giuseppe a 6 anni e 8 mesi: entrambi accusati del reato di associazione a delinquere di stampo mafioso.

La conferenza stampa di Platinum
Ai fratelli Vazzana titolari dell'omonimo hotel di Volpiano l'accusa, sostenuta dal pm Valerio Longi che aveva chiesto 8 anni e 5 mesi per Mario Vazzana e 6 anni e 8 mesi per Giuseppe Vazzana, contestava il fatto che si sarebbero prodigati nel fornire ospitalità agli affiliati e a garantire anche occupazioni. Ai fratelli Vazzana i giudici hanno disposto la confisca delle quote della società "Millechicchi".
Antonio Agresta, boss della 'ndrangheta che sta scontando in carcere una condanna a 10 anni di reclusione, è stata inflitta una pena di 10 mesi in continuazione.
Domenico Aspromonte è stato condannato a 6 mesi di reclusione per una bancarotta dell'hotel "La Darsena", mentre è stato assolto dall'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Prosciolto dalle accuse Domenico Spagnolo: il collegio ha giudicato improcedibile la sua posizione in quanto l'accusa di estorsione derubricata in "esercizio arbitrario delle proprie ragioni" necessita di una querela che non è mai stata sporta.
Infine, l'agente della polizia municipale di Volpiano Paolo Busso è stato condannato ad un anno di reclusione con la sospensione condizionale della pena per le accuse di abuso d'ufficio e accesso abusivo ai sistemi informatici del Comune.
Sono stati condannati al pagamento di una provvisionale di 20 mila euro - 10 mila euro ciascuno - i fratelli Vazzana e 8 mila euro ciascuno il vigile Busso e Antonio Agresta, somme da liquidare al Comune di Volpiano parte civile nel processo.
Per l'altra parte civile, il Comune di Chivasso, Giuseppe Vazzana dovrà versare una provvisionale di 5 mila euro.
Il processo Platinum ha avuto un appendice con la sentenza dell'ottobre 2022 con cui venivano condannati tutti quegli imputati che avevano scelto di essere giudicati con rito abbreviato.

Il tribunale di Ivrea
Oltre al manager volpianese Gianfranco Violi - condannato a 5 anni di carcere e al risarcimento di 5 mila euro al Comune di Volpiano - sono stati condannati: Antonio Giorgi, classe 1986, condannato a 8 anni di reclusione; Antonio Giorgi, 1990, 8 anni; Domenico Giorgi, 1963, 17 anni e 4 mesi; Domenico Giorgi, 1982, 11 anni, 2 mesi e 20 giorni di reclusione; Francesco Giorgi, 1966, 16 anni; Sebastiano Giorgi 20 anni; Pietro Parisi 8 anni e 8 mesi; Giuseppe Romeo 10 anni e 8 mesi; Stefano Sanna 7 anni e 8 mesi; Sebastiano Signati 8 anni; Luciano Vacca 5 anni e 4 mesi di reclusione e multa di 18 mila euro; Domenico Napoli 2 anni e 2 mesi; Angelo Lucarini 4 anni di reclusione e 18 mila euro di multa; Colacicco Piero Filippo 3 anni e 8 mesi di reclusione e 16 mila euro di multa; Alberto Lapucci 6 mesi di reclusione.
Gli imputati condannati sono tutti, per lo più, della locride (Reggio Calabria). In totale sono più di 160 gli anni di carcere inflitti agli affiliati delle cosche calabresi che operavano in contatto con il locale di Volpiano.
Sono stati assolti con formula piena da tutti gli addebiti loro ascritti perché il fatto non costituisce reato Caterina Cosenza, Salvatore Violi e Maria Carbone.
Il processo Platinum celebrato ad Ivrea ha visto sfilare nell'aula del tribunale, oltre agli imputati, anche altri testimoni importanti. Tra questi il sindaco di Chivasso Claudio Castello. Ecco le testimonianze più significative rese nel dibattimento.

“Non mi sono mai occupato di politica”. “Non ho mai chiesto che mi venisse tolta una multa in vita mia. Tanto meno ho fatto dei regali ai vigili urbani”.
Di fronte al collegio presieduto dal giudice Stefania Cugge, l’imputato Giuseppe Vazzana, per tutti semplicemente “Pino”, è stato interrogato dal pm Valerio Longi.
Vazzana in aula ha ripercorso l’ascesa imprenditoriale della sua famiglia: da un bar e ristorante self-service a Moncalieri all’hotel Vazzana a Volpiano: “E’ la nostra casa, dove sono cresciuto, dove abbiamo passato i Natali e le feste di compleanno”.
Sempre a Volpiano, negli anni, la famiglia Vazzana ha avuto il ristorante La Volpe Nera (ex Noce), l’hotel Fox (“Che gestivamo in società con Giorgio Chiesa”, ha spiegato), il bar “La Corte” e poi, a Chivasso, il “Full Bar” al Campus delle associazioni all’ex Villaggio Tav, il bar “Nimbus” nell’area commerciale del Bennet e ancora una tabaccheria dentro lo stesso Bennet.
“Al ristorante dell’hotel Vazzana negli anni abbiamo ospitato le squadre del settore Primavera del Torino Calcio e del Volpiano - ha ricordato l’imputato -. Si lavorava parecchio”.
Le domande del pm si sono concentrate soprattutto sui rapporti con gli Agresta, Antonio, Michele e Domenico, e Luigi Marando.
“Antonio Agresta ha lavorato per un anno come manutentore nell’hotel Vazzana, appena uscito dal carcere - ha ricordato l’imputato -. Venne la moglie a chiederci se avevamo bisogno di una figura come lui: il lavoro gli serviva per il reinserimento sociale. Siccome in paese ci conosciamo tutti, gli diedi una mano. A noi d’altronde serviva una persona che avesse voglia di lavorare”.
“Luigi Marando spesso esagerava con gli alcolici - ha aggiunto riferendosi al periodo in cui Vazzana lavorava dietro al bancone del bar La Corte -. Ma non ho mai chiamato i carabinieri. Perché? Perché sono situazioni che ho sempre gestito da solo”.
Nell’esame dell’imputato non si poteva non fare cenno a due fatti che riguardano da vicino le amministrazioni di Chivasso e di Volpiano.
IL CASO CHIVASSO
“Per il Full Bar pagavamo al comune di Chivasso un affitto di 700 euro al mese - ha ricordato l’imputato -. Quando lo prendemmo in gestione, con una funzionaria del Comune stringemmo un patto che ci avrebbero poi dato da gestire anche il vicino campo di calcio a cinque. Non capitò mai e così tempo dopo lasciammo l’attività. Anche perché nel mentre avevamo già fatto un accordo con la proprietà dell’area commerciale del Bennet per aprire il Nimbus”.
“Il contatto con la proprietà dell’area commerciale del Bennet me lo diede il sindaco Claudio Castello - ha detto Vazzana -. Ci conoscevamo perché i nostri figli giocavano a calcio insieme. Un giorno, durante una partita, quando Castello era ancora assessore, mi disse che c’era l’opportunità di un grosso insediamento commerciale e che in quell’insediamento si sarebbe dovuto aprire un bar. Mi mise in contatto con chi si occupava di questo”.
Il pubblico ministero ha poi incalzato Vazzana sulle intercettazioni telefoniche del 2017, nelle quali l’imputato viene intercettato al telefono con Linda Usai, un’amica candidata in una lista della coalizione di centrodestra che sosteneva il candidato sindaco Matteo Doria, e con il candidato sindaco del centrosinistra Claudio Castello.
“Linda Usai è un’amica - ha detto Vazzana - giocavo a calcetto due volte alla settimana con suo marito. Abbiamo chiacchierato al telefono delle elezioni, ma perché l’unico mio interesse era capire come poter risolvere la questione del campo da calcetto al campus delle associazioni. Ho sempre pensato che chi ha un’attività come me non si dovesse schierare nè per l’uno nè per l’altro. E così ho fatto. Dopo le elezioni Castello mi telefonò per ringraziarmi, ma io in realtà con la politica non c'entro”.
Vazzana ha poi fatto un riferimento alle proposte di candidatura che invece furono fatte alla figlia Francesca: “Era stata Bela Tolera del Carnevale, la maschera principale della città. Un po’ come la Mugnaia di Ivrea. Mi costò 3.000 euro quel Carnevale, ma mia figlia così entrò in un mondo di persone di un certo livello. A Chivasso c’è l’associazione l’Agricola che gestisce il Carnevale. Sono tutte famiglie importanti. Qualcuno di loro le fece la proposta di candidarsi alle elezioni del 2017. Io le dissi di non farlo: un po’ per l’attività, un po’ perché non aveva esperienza e le avrebbero fatto domande trabocchetto”.
Alla richiesta su quali fossero queste domande, Vazzana è stato vago. Così come nella contestazione del Pm per cui “nelle intercettazioni lei dice che con il cognome che avete vi potevano rompere i coglioni”…
Sempre sui rapporti con la politica, Vazzana ha chiarito di avere sì organizzato cene nel suo ristorante, per amministrative o elezioni politiche, ma di non ricordarsi con chi.
IL CASO VOLPIANO
A Volpiano ha destato scalpore anche la notizia dei rapporti tra Vazzana con l’ispettore della Polizia Municipale Paolo Busso, anch’egli indagato.
Secondo l’accusa, Busso, avrebbe favorito Giuseppe Vazzana su alcune violazioni del codice delle strada (ben sei), tra multe per mancata revisione, mancato pagamento della sosta sulle strisce blu e decurtazione di punti della patente.
Secondo il pm Valerio Longi, Busso avrebbe ingannato Cristina Tarabolo, l’impiegata dell'ufficio anagrafe del Comune di Volpiano, per introdursi nel sistema anagrafico del Comune di Volpiano e controllare l'indirizzo dell'ex comandante dei vigili Franco Roffinella, su richiesta, sempre, di Giuseppe Vazzana, che lo cercava insistentemente perché non rispondeva al telefono: secondo gli investigatori lo avrebbe chiamato ben 26 volte per alcuni debiti pregressi (ammontanti a circa 5/6 mila euro).
In tribunale Vazzana ha detto la sua.
“Alla Corte venivano a mangiare i dipendenti comunali - ha spiegato Vazzana -. Tra di loro c’erano anche i vigili urbani. Busso era un tipo brillante, gli piaceva scherzare e spesso parlavamo. Siamo diventati amici, ma non gli ho mai chiesto di togliermi delle multe. Gli ho solo chiesto, un giorno, di pagarmi una multa visto che stava andando all’ufficio municipale di Settimo Torinese. Gli diedi il contante e mi fece la cortesia. Busso non mi ha mai riservato dei trattamenti di favore”.
Sul caso Roffinella, ex comandante dei vigili urbani di Volpiano, Pino Vazzana ha spiegato che “un giorno venne al bar la Corte e quasi in lacrime mi chiese se potevo prestargli dei soldi. Lui non era un habituè del bar, mentre la moglie veniva tutte le mattine. Gli prestai qualcosa come 5, 6 mila euro. Ci mise quasi tre anni a restituirmeli. L’ho chiamato diverse volte, mi dava fastidio quando non mi rispondeva. Così una volta sono andato sotto casa sua ma non sono sceso dall’auto. Ero arrabbiato ma poi i soldi me li ha restituiti tutti”.
La vicenda non ha nulla di penalmente rilevante. Va detto. Ma il fatto che i dipendenti del Comune di Volpiano, sovente, si recassero a pranzo presso il ristorante La Corte di Giuseppe Vazzana, è una questione di opportunità. Il ristorante era, infatti, convenzionato con il Comune di Volpiano.
La vicenda della convenzione è emersa in aula a Ivrea, raccontata dall’ex comandante della polizia locale di Volpiano, Paolo Bisco, teste della Dda per rispondere sui rapporti dell’ispettore di polizia municipale Paolo Busso.
Lex capo dei vigili Bisco ha raccontato come l’ispettore Busso fosse uno dei quattro responsabili dell’Ufo Verbali del Comune. Incalzato dalle domande del Pm, Bisco, ha spiegato le multe non pagate e ha ricordato: “Nel triennio 2017-2019, mancavano circa 300 euro sull'incasso, quindi è stata fatta una segnalazione alla Corte dei Conti”.
“In campagna elettorale una persona si trasforma, magari cambia modo di essere è alla caccia di consensi: è un momento di stress. Ho anche cercato di portare per me voti del centrodestra”.
“Il bar Full al Campus delle associazioni? Non me ne sono occupato, la gestione dei rapporti era di competenza degli uffici”.
“Il bar Nimbus nell’area commerciale del Bennet? Non ricordo di essermene occupato prima di diventare sindaco. Ero assessore ai Lavori Pubblici nella legislatura precedente, non era di mia competenza l’urbanistica. Chi se ne occupava? L’assessore all’epoca era Massimo Corcione”.
Sono questi i punti chiave della testimonianza resa in aula a Ivrea dal sindaco di Chivasso Claudio Castello.
Il primo cittadino è stato citato dalle difesa di uno degli imputati del processo Platinum, contro le infiltrazioni della ‘Ndrangheta nel torinese, Giuseppe “Pino” Vazzana.
Le difese, il pm Valerio Longi e il giudice Stefania Cugge hanno incalzato Castello su tre intercettazioni chiave presenti nel corposo fascicolo dell’inchiesta.
La prima - e più celebre - è quella del 12 giugno 2017, relativa ad una telefonata partita dal cellulare dell’allora candidato sindaco della coalizione di centrosinistra, e l’imprenditore chivassese poi arrestato per l’articolo 412bis, associazione a delinquere di stampo mafioso.
Avvenne tra il primo e il secondo turno elettorale, prima del ballottaggio tra lo stesso Castello e il candidato della coalizione di centrodestra Matteo Doria.

Claudio Castello sindaco di Chivasso
Il contenuto dell’intercettazione è noto: “Ciao Pino, come stai? Io sono un po’ agitato ma sto bene… E’ da due giorni che non dormo, non mangio. E’ andata bene, adesso però devi vincere eh Pino…Ciao, grazie, un abbraccio grosso”.
“Ho conosciuto Vazzana nei frangenti della vita sociale, culturale, del chivassese - ha spiegato Castello.-. La figlia ha fatto la Bela Tolera, personaggio storico del chivassese, il figlio ha fatto l’alfiere del Carnevale, giocava a calcio con mio figlio, suonavano nella banda cittadina. La conoscenza è avvenuta sugli spalti dell’Urs La Chivasso. E’ stata una conoscenza, non un’amicizia. E’ chiaro che in campagna elettorale una persona si trasforma, è alla caccia dei consensi, cerca di mettere in evidenza ciò che ha fatto per ottenere più consensi. Al ballottaggio ho telefonato anche a persone di centrodestra per sollecitare il voto alla mia persona.
Ho fatto miriade di telefonate per spostare i voti. E’ un momento di stress, la persona cambia anche: sei a contatto con più persone e cerchi di portare a casa il risultato. Sono state conversazioni fortuite, non ha mai cercato di avvicinarmi o di condizionarmi”.
Difese e pubblica accusa hanno chiesto conto al sindaco di Chivasso anche della vicenda del bar Full, all’ex campus Tav di via Baraggino, di proprietà della Green e riconducibile alla famiglia Vazzana.
“Mi erano arrivate voci che l’ufficio competente del Comune si stava occupando della gestione dei rapporti per il bar Full - ha detto Castello -. Ma io non ne so nulla. Della richiesta dei Vazzana di avere in gestione anche l’impianto di calcio adiacente a quel bar personalmente non ho mai approfondito: so che alla fine (era l’autunno 2017, ndr) c’è stata una risoluzione del contratto, con il pagamento dei sei mesi di anticipo da parte della società. Altro non so”.
Ma è soprattutto sulle telefonate intercorse tra Pino Vazzana e il sindaco Castello il 12 e il 26 luglio 2017 che si sono concentrate le domande del pm e della giudice Cugge.
Nelle due intercettazioni Vazzana informa Castello di aver definito con l’ingegner Giorgio Rocchia, in qualità di rappresentante della società che ha in gestione l’area commerciale a nord della ferrovia (Eridano), l’affidamento di un locale per aprire il suo bar, quello che poi sarà il Nimbus.
Nella circostanza, Pino Vazzana sottolinea di “voler informare Castello perché ci stiamo dietro da quattro anni”.
“Non c’è un mio coinvolgimento in questa vicenda, sono rapporti tra privati - ha provato a spiegare Castello -. Molti imprenditori hanno chiesto a noi indicazioni sul gruppo Eridano e lo stesso ha fatto Vazzana. Per un sindaco è importante avere un insediamento del genere sul territorio del suo comune e trovare le attività interessate ad investire”.
Castello, nelle sue risposte, ha circonstanziato i rapporti con Vazzana al solo periodo del giugno-luglio 2017, spiegando che prima l’insediamento del Bennet e delle attività commerciali dell’area non erano di sua competenza.
Le sue risposte però hanno indotto pm e giudice ad approfondire.
I magistrati l’hanno incalzato sulle tempistiche: “Non capisco perché lei avesse segnalato la disponibilità di Vazzana se non era di sua competenza. Come fa lei a dirmi che l’interesse espresso in quelle telefonate fa solo riferimento a quei 15 giorni tra il 12 e il 26 luglio 2017? Vazzana la ringrazia per quello che avete fatto nei quattro anni prima. Cosa mi dice?”.
“Non ricordo di averlo fatto prima”, la replica di Castello.
E ancora: “Se non era di sua competenza, quale assessore della Giunta precedente si occupava dell’ insediamento commerciale?”, ha chiesto la giudice Cugge.
Castello ha infine risposto: “L’assessore all’Urbanistica era Massimo Corcione”.
Che è oggi il segretario del partito di riferimento di Castello, il Partito Democratico.
In aula a sentire la testimonianza di Castello anche l’ex sindaco di Chivasso Libero Ciuffreda, di cui Castello fu assessore fino al 2017.
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