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Scarmagno
31 Gennaio 2023 - 16:24
Dire che non se lo aspettasse sarebbe un falso. L’assessore regionale Andrea Tronzano sapeva benissimo che l’interrogazione sul futuro della giga facatory firmata Italvolt, in quel di Scarmagno, prima o poi, con la notizia giunta da oltremanica sul fallimento di Britishvolt, la fabbrica gemella, qualcuno gliel’avrebbe presentata. Ad attenderlo al varco (“bastardo dentro...”) il consigliere regionale del Pd Alberto Avetta. Non a caso Avetta, canavesano doc, ex sindaco di Cossano, molto legato ai sindaci dei territori interessati.
Non ci ha pensato un attimo di troppo a scrivere l’interpellanza ancor più dopo che Lars Carlstrom, l’Ad di Italvolt s’è affrettato ad andare su tutti i giornali per confermare che l’accordo con Prelios, proprietaria dei terreni, sul diritto di opzione per l’acquisto dell’area ex Olivetti è scaduto a novembre e non è ancora stato rinnovato. Ci ha aggiunto - sempre Carlstrom - l’enorme problema dell’energia elettrica che non ce n’è abbastanza per far funzionare l’impianto.

L'assessore regionale Andrea Tronzano
Come si è difeso Tronzano durante il question time di martedì 31 gennaio? Ha roteato la testa. Ha sgranato gli occhi. Ci ha pensato un po’ e, infine, ha confermato, con disinvoltura (cos’avrebbe mai potuto fare di diverso) tutte le problematiche
“La vicenda Britishvolt – ha precisato Tronzano – non ha alcun legame né alcuna rilevanza giuridica sul progetto Italvolt. Pare certo ci siano delle problematiche legate al sito di Scarmagno, che la proprietà sta cercando di risolvere con l’investitore, tuttavia non ci è dato conoscerle nel dettaglio dal momento che esiste una clausola di riservatezza tra le parti”.
“Il compito della nostra Regione – ha concluso – è di favorire iniziative private che portino benefici al territorio, lo scorso anno abbiamo infatti firmato con città metropolitana, comune di Ivrea, Scarmagno e Romano canavese e la stessa Italvolt un protocollo per accompagnare l’operatività del progetto in cui ogni Ente pubblico è coinvolto per rendere attuativa la GigaFactory”.
Evidentemente, la notizia di un’inadeguatezza della rete elettrica rispetto alle necessità industriali richieste dalla GigaFactory non è priva di fondamento.
“Ma com’è possibile che dopo quasi tre anni di analisi, progetti e approfondimenti tecnici, solo ora ci si renda conto che c’è un problema sulla rete elettrica? - ha inforcato Avetta con la bava alla bocca - Ma com’è possibile che questo dubbio non sia mai stato sollevato in questi tre anni, nonostante i rapporti preferenziali tra Alberto Cirio e Lars Karlstrom?”.
“Tutto ciò - ha aggiunto Alberto Avetta del Pd - conferma che i proclami entusiastici nei primi mesi del 2021 da parte del Presidente Cirio sono stati quanto meno affrettati, ed hanno alimentato grandi e comprensibili aspettative sul territorio, perché quello della GigaFactory a Scarmagno sarebbe stato un progetto molto rilevante e non solo per gli abitanti del Canavese, creando oltre 3mila posti di lavoro e consentendo di recuperare un’area industriale...”.

Il consigliere regionale del Pd Alberto Avetta
Insomma, secondo Avetta, gli annunci sarebbero stati quanto meno affrettati e potrebbero tradursi “in mancate promesse”.
“Di fronte a queste incertezze, - ha concluso - la Regione Piemonte non può restare in attesa, ma dovrebbe, per quanto le compete, fare tutto il possibile per garantire la realizzazione di questo progetto, che sappiamo richiedere significativi investimenti pubblici. Ci aspettiamo che la Giunta regionale incalzi il Governo nazionale, si adoperi per raccogliere risorse e sfrutta l’interlocuzione diretta che i vertici regionali paiono avere con Italvont per chiarire le intenzioni ed evitare che il Piemonte perda un investimento di tale rilevanza»
Di dubbi su Italvolt, comunque ne restano in piedi tanti proprio partendo dall’analisi della vita e della morte di Britishvolt.
Fondata nel 2019 dagli imprenditori svedesi Orral Nadjari e Lars Carlstrom, Britishvolt ha sempre avuto in agenda piani ambiziosi (forse anche un po’ troppo): la costruzione di uno stabilimento nel Northumberland, la creazione di 3.000 posti di lavoro diretti e 5.000 nell’indotto. Purtroppo non è mai riuscita a raccogliere i soldi necessari per andare fino in fondo.
Stando a quel che dicono alcuni tabloid inglesi avrebbe raccolto qualcosa come 2,5 miliardi di dollari di impegni di finanziamento, tra cui 100 milioni di sterline (circa 113 milioni di euro) dal governo britannico.

Lars Carlstrom
Nel 2022, s’innamorò di loro l’allora primo ministro britannico Boris Johnson che definì l’impianto “una forte testimonianza sulla presenza di lavoratori qualificati del nord-est e sul ruolo del Regno Unito come leader della rivoluzione industriale verde globale”. Seguì il sostegno all’iniziativa di diverse case automobilistiche come Lotus e Aston Martin per un investimento totale di 200 milioni di sterline.
Qualche mese dopo, ad agosto, la doccia fredda con il licenziamento della maggior parte dei 232 dipendenti e delle dimissioni di Najdari, sostituito dall’ex dirigente di Ford Graham Hoare, con il ruolo di presidente delle operazioni globali.
Troppo tardi considerando che l’azienda aveva già accumulato un monte salari arretrato di 3 milioni di sterline tanto da annunciare (siamo ad ottobre) di aver bisogno di 200 milioni di sterline per arrivare all’estate del 2023.
Tra i principali motivi della catastrofe, almeno questo dicono nel Regno Unito, il fatto che i fondatori non avessero esperienza nel settore dei veicoli elettrici, a cui si erano avvicinati con un approccio più simile a quello di una start-up e ricorrendo per esempio all’autofinanziamento, oltre a fare promesse su una futura crescita.
S’aggiunge che in alcune occasioni Britishvolt si sarebbe comportata come se non avesse problemi di liquidità, affittando una villa da 2,8 milioni di sterline per i propri dirigenti e utilizzando uno jet privato per gli spostamenti. Il Guardian sostiene poi (e qui siamo alle comiche) che al personale fossero state regalate delle lezioni di yoga impartite da un istruttore di fitness di Dubai.
Non è chiaro cosa succederà alla società e ai suoi beni, di certo c’è che il “Dipartimento britannico per le imprese, l’energia e la strategia industriale” non ha ancora detto “beh”!
Non equivale a sottolineare l’ovvio ricordare che anche Italvolt avevae ha ambiziosi piani per la creazione di posti di lavoro e per diventare la risposta europea a Tesla.
Da qui in avanti la domanda è: il Governo Meloni si fiderà di Lars Calstrom? E la Commissione Europea? Anche a Bruxelles prima di autorizzare l’investimento dovranno fidarsi di lui. Diciamo che se tutti si fideranno della Italvolt, Carlstrom potrà andare alla ricerca di altri soci finanziatori. Oppure sarà vero il contrario e cioè che solo se Lars Calstrom riuscirà a trovare dei soci finanziatori, il Governo si fiderà di lui. Il finale è, insomma, ancora tutto da scrivere o forse è già scritto: a Scarmagno resterà l’erba alta e gli edifici continueranno inesorabilmente a sgretolarsi giorni dopo giorno sempre di più. Colpa del tempo, governo ladro....
I nostri dubbi
Brindisi con spumante di quello buono. Balli caraibici e pupille che si arrotolavano su se stesse non potendo credere ai propri occhi. La notizia di una super azienda per la super batteria in quel di Scarmagno nei primi mesi del 2021 aveva scaldato gli animi di un bel po’ di persone a cominciare dal presidente di Confindustria Canavese Patrizia Paglia, passando dal sindaco di Ivrea Stefano Sertoli, a quello di Scarmagno Adriano Grassino e a un bel numero di consiglieri regionali, non in ultima il leghista Andrea Cane, tanto per citarne uno. Talmente incredibile da indurre la vicesindaca di Ivrea Elisabetta Piccoli a farsi fregio del “successo” con una nota nella relazione programmatica al bilancio...

Perchè significava ripresa, voglia di ricominciare. Significava posti di lavoro. Soldi. Benessere. La domanda oggi come ieri era una soltanto ma con più di una risposta: quanto ci si poteva fidare del Ceo di Italvolt Spa, lo svedese Lars Carlstrom, il cui cognome, nella lingua originale, si scrive con due puntini sulla “o”.
La risposta è: “boh”.
Di lui, oltre all’età (57 anni) si sapeva solo quel che avevano scritto i tabloid inglesi, non foss’altro che, alcune settimane prima, aveva rassegnato le dimissioni dalla presidenza di una società inglese che aveva contribuito a fondare, anche questa impegnata nella costruzione di un mega stabilimento per la produzione di batterie al litio.
Obiettivo? Tremila dipendenti.... Il nome dell’azienda? Britishvolt!
Sembrava una barzelletta, purtroppo non lo era. Molto serio era, infatti, il motivo per cui si era dimesso. Lo aveva fatto in seguito alla notizia, diffusa a piene mani, di una sua condanna per frode fiscale in Svezia, risalente a circa 25 anni prima.
Otto mesi di carcere e il divieto ad esercitare attività commerciali per quattro anni.
Pena poi ridotta a 60 ore di lavoro socialmente utile.
“Sono a conoscenza di questa accusa - si era difeso Lars Carlstrom con i giornalisti d’oltre Manica - Per questo, data l’importanza dell’operazione che vuole mettere il Regno Unito in prima linea nell’industria globale delle batterie e non desiderando affatto di diventare un impedimento, mi faccio da parte con effetto immediato...”.
E non era ancora finita lì. Stando alle cronache, lo svedese avrebbe avuto legami con il poco raccomandabile uomo d’affari russo Vladimir Antonov durante il tentativo di salvataggio della casa automobilistica svedese Saab.
Un’operazione bloccata dalla Banca europea per gli investimenti.

Vladimir Antonov
Epperò Antonov, nel Regno Unico, si era fatto conoscere per ben altro e come presidente, per poco più di 6 mesi, nel 2011, del Portsmouth FC, poi passato all’Amministrazione controllata.
Arrestato a Londra pochi giorni prima di dimettersi dal club, in seguito ad un mandato di cattura europeo emesso dall’Autorità giudiziaria della Lituania interessata ad approfondire una presunta distrazione di quasi mezzo miliardo di euro di una banca fallita, la Snoras, di cui era l’azionista di maggioranza.
Seguì la fuga in Russia, pochi giorni dopo l’estradizione negata.
Si dirà... Che cosa c’entrava tutto questo con Carlstrom?
Nulla, salvo il fatto che Carlstrom avesse aiutato Antonov ad aprire una filiale di Snoras in Svezia e, più o meno nello stesso periodo, il 2011, un giornale svedese (Realtid) riferiva che una delle società del signor Carlstrom era sotto indagine per una fattura non pagata di 215.000 corone svedesi e di un debito non onorato di 1,5 milioni di corone nei confronti di un studio legale londinese Reynolds Porter Chamberlain.
Alcuni siti inglesi riferivano poi che “prima di fondare Britishvolt”, Carlstrom, grande appassionato di golf, avrebbe lavorato alla Jool Capital Partner di Göteborg, una grossa società di consulenza finanziaria e di raccolta fondi.
Alla Jool Capital (almeno fino al 2018) avrebbe lavorato anche Orral Nadjari, che nel 2021 ha preso il posto di Carlstrom alla Britishvolt. A lui (a Orral nadjari) si deve una delle più grandi raccolte fondi mai realizzate in Svezia pari a 335 milioni di corone nel 2016 ben poca roba rispetto ai miliardi che avrebbe dovuto raccogliere per Britishvolt. Da qui la richiesta di un sostegno al Governo e l’impegno (mai accertato) di sostenitori internazionali degli Emirati Arabi Uniti e della Scandinavia.
Nel luglio del 2021, il Financial Times riferiva che la Britishvolt stava pianificando una quotazione in borsa per raccogliere tra i 300 milioni e i 400 milioni di sterline.
La presa per i fondelli...
A prescindere da Carlstrom, nel settore delle batterie per auto sono in tanti ad essersi buttati. Perchè l’automotive va in questa direzione, ma anche perchè l’Europa ha deciso di investire un bel mucchio di quattrini con dei veri e propri “Aiuti di Stato” ed è la prima volta che capita.
Obiettivo dichiarato: limitare la dipendenza dall’estero e soprattutto dalla Cina. Francia e Germania hanno fatto nascere un consorzio (Battery alliance), dal quale l’Italia, con il governo Pd-Cinquestelle era rimasta fuori, anche dal “board”.
Con Mario Draghi, almeno in teoria, si sarebbe dovuta inserire la quinta marcia. Certo sarebbe stato decisamente più “bello” se il progetto di una gigaafactory in quel di Scarmagno o in una qualsiasi altra parte d’Italia lo avesse firmato l’Ad di Stellantis o di Volkswagen. Un imprenditore con i soldi. Uno a cui piacciono le catene di montaggio. Come si faceva una volta, insomma. All’interesse finanziario si sarebbe aggiunto un vero e proprio interesse alla produzione, ma tant’è!
E’ un po’ pochino? Diciamo di sì!
Per questo, qualche mese fa avevamo chiuso uno dei nostri approfondimenti con una supplica. Quel che si chiedeva a Carlstrom era di non prenderci per i fondelli come già in tanti hanno fatto in questi ultimi 30 anni in cui si è solo ed esclusivamente assistito ad aziende che chiudono o a imprenditori che investono i soldi dello Stato per poi scappare via. Quel che si chiedeva a Carlstrom era di non approfittare della disperazione che c’è, capace di tutto anche a farci credere in un nuovo miracolo economico...
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