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Senza il becco di un quattrino. L’Asl To4 chiede un “anticipo” a Banca Intesa di 80 milioni di euro

Senza il becco di un quattrino. L’Asl To4 chiede un “anticipo” a Banca Intesa di 80 milioni di euro

Direzione generale Asl To4

Incredibile ma vero...  L’Asl To4 torna ad avere dei grossi problemi di liquidità. Tutto scritto nero su bianco in una delibera che ha fatto capolino all’Albo pretorio nei giorni scorsi. La direzione ha chiesto “a titolo cautelativo”, per l’anno 2022, alla filiale di Ivrea dell’Istituto Bancario Intesa San Paolo, un’anticipazione di cassa, fino alla concorrenza di 80.189.580,00. Una cifra che è pari ad un dodicesimo dei ricavi previsti nel 2021 pari a 962 milioni di euro, euro più euro meno,  cioè quasi un miliardo Tutto questo ( si giustifica l’Asl To4), perchè gli accrediti della Regione non sempre vengono effettuati in tempo utile per far fronte ai diversi pagamenti in scadenza nel mese e perchè le risorse trasferite non sempre sono sufficienti a garantire il regolare flusso dei pagamenti. Che si chiedano degli “anticipi”, che poi faranno maturare degli “interessi” a carico di tutti, non è così strampalato. Lo si è fatto anche lo scorso anno ma un mese più tardi. La speranza è che non si torni nelle condizioni del gennaio del 2020 quando, in gran silenzio, si era quasi rischiato di non riuscire a pagare gli stipendi dei 4.200 dipendenti. Se lo si era fatto è solo perchè si era chiesto un anticipo di cassa alle banche per circa 10 milioni di euro. Un problema, quello dei soldi che non bastano mai, già oggetto di una denuncia alla Procura regionale della Corte dei conti firmata da tutto il collegio sindacale insediatosi il 17 gennaio del 2019 (Marinella Lombardi, Gianfranco Gallinotti e Marco Meloro) sulla cattiva gestione dell’Asl To4 da parte dell’ex direttore Lorenzo Ardissone e dell’ex commissario straordinario Luigi Vercellino. Qualcuno se li ricorda ancora? Una denuncia dettagliatissima sulle “perdite” che, pur di fronte ad un calo di personale che non s’è più fermato,  tra il 2017 e il 2018 passano da 3.229.876 a 18.895.742 per poi diventare 24 milioni nel 2019 e altrettanti nel 2020. Troppi! Nella relazione i tecnici, dopo aver ricordato di aver sempre espresso parere contrario a questo “andazzo”, si dicono stupiti della scelta, dell’ex direttore Ardissone e poi di Vercellino, di considerare la perdita “necessaria a garantire l’erogazione dei servizi sanitari in maniera continuativa rispetto al passato, senza ricorrere ad una loro riduzione”. Tra i compiti della Direzione Generale – dicono ancora i revisori e noi lo diciamo da sempre – ci sarebbe (non a caso) infatti anche quello “di verificare puntualmente ogni singolo costo preventivato (e non soltanto per macro-voci) al fine di individuare una legittima giustificazione  degli stessi”.  E parliamo dei contratti di manutenzione, di affitti, di convenzioni, di acquisti… Tra le chicche una non aveva affatto fatto ridere. Sul bilancio di previsione 2020 il Collegio rilevava un incremento dei costi di circa 12 milioni superiore al valore della produzione che era 5. Insomma cose da Mago Silvan L’ultimo controllo  del Collegio sindacale risale al 14 gennaio del 2021. E anche in questo caso il parere era stato negativo, pur tenendo conto della pandemia che aveva reso difficile una reale comparazione con gli esercizi precedenti. “Ad avviso del collegio sindacale  - scrivevano - l’azienda sanitaria ha il sacrosanto dovere di attuazione del funzionamento dell’Ente sulla base delle risorse a disposizione o, nella peggiore delle ipotesi, autorizzate dalla Regione…”. Che la situazione sia stata gestita male, e continuasse ad essere gestita anche peggio, era venuto fuori in maniera limpida e cristallina dal disallineamento dei dati tra le fatture elettroniche caricate nel cassetto fiscale e quelle presenti nella piattaforma gestionale interna, sia per il numero di creditori sia per gli importi. Le domande che i revisori si erano fatte sono tante a cominciare dai costi del personale interinale scesi da oltre 10 milioni a poco meno di 8 nell’ultimo anno, poi sulle difficoltà dell’azienda a reperire personale e infine sui contratti per la fornitura di beni e servizi, prorogati di anno in anno. “Queste proroga – stigmatizzavano – costituiscono un vero e proprio problema. Nuove gare potrebbero determinare un risparmio per l’Ente...”. In risposta, l’ex commissario Vercellino si era affidato a Maurizio Oggioni un commercialista di Monza. Per la modica cifra di 44 mila euro si sarebbe occupato della corretta imputazione dei costi e delle entrate dell’esercizio 2020, cosa che si presume abbia poi fatto. In ogni caso una sorta di ammissione di “colpevolezza” e di scarsa veridicità del bilancio. La domanda è: ma è normale tutto questo?  Un’azienda con 4.200 dipendenti non dovrebbe già avere al suo interno le professioni in grado di costruire un bilancio e un conto consuntivo peraltro già approvato con grande festa dall’assemblea dei sindaci? La Corte dei Conti, presieduta da Luigi Gili,  non se n’era stata con le mani in mano e il 16 giugno scorso, in videoconferenza, aveva convocato il direttore Stefano  Scarpetta fresco di nomina. Poveretto s’era presentato come solo poteva presentarsi uno che di colpe non ne ha. Con le mani in mano e le giustificazioni degli uffici. E chi crede che il disastro sia finito qui si sbaglia di grosso. Nel solco delle informazioni che mancano, delle fatture caricate in piattaforma che non combaciano con il cassetto fiscale e delle spese sostenute ma non autorizzate,  si sono aggiunte una lunga serie di spese (queste sì autorizzate dalla Regione Piemonte tra i mesi di novembre e dicembre 2020)  che si sarebbero dovute sostenere ma, a quanto pare, non lo si è fatto. E parliamo di fondi  destinati al potenziamento delle attività connesse alla gestione del COVID-19, per l’assunzione di infermieri (2.407.705,23 euro), per il potenziamento delle terapie intensive (588.606,00 euro), per le politiche sociali  e per la sistemazione alberghiera dei casi in isolamento (1.947.342,00), per l’attività dell’ADI e l’acquisizione della relativa strumentazione, per servizi infermieristici distrettuali (2.894.827,00 euro), per piani aziendali di potenziamento del territorio  (2.969.684,00 euro) per i trasporti (72.044,00 euro).  Il totale tenetevi alla sedia fa  più di 10 milioni di euro. Domanda: saranno stati spesi correttamente e imputati negli esatti capitoli di bilancio? E chi lo sa.... Quel che si sa è che solo negli ultimi mesi si stanno cominciando a spendere quei 4,2 milioni previsti dal piano Arcuri della scorsa estate utili ad incrementare  i posti letto in terapia intensiva, che sarebbero dovuti passare dagli attuali 19 ad un totale di 32 evitando così, nella seconda ondata (siamo già alla quarta), la chiusura delle sale operatorie utilizzate come reparti di rianimazione. E sarebbero stati dieci posti letto in più a Chivasso (oggi sono 6), due in più a Ciriè (anche qui attualmente 6), uno in più ad Ivrea (sono 7). Quindi, in totale, 16 a Chivasso, 8  a Ciriè e 8 anche ad Ivrea.  E con quei soldi si sarebbero anche dovuti allestire 18 letti di terapia semi-intensiva, 6 per ognuno dei tre presidi ospedalieri (oggi non ce n’è nessuno) di cui la metà riconvertibili, all’occorrenza, in posti di terapia intensiva. A Ciriè, 2,5 milioni di euro per l’adeguamento degli impianti tecnologici, antincendio e per la sicurezza nei luoghi di lavoro.  A Ivrea 1,5 milioni  per il rifacimento dei montanti elettrici e anche qui per l’impianto antincendio. A Chivasso, 5 milioni e 928mila euro per ristrutturazione del vecchio ospedale, in questo caso in base a un piano che dovrebbe andare avanti sino al 2025. Con le tempistiche alle quali ci ha abituato l’Asl To4, speriamo di poter vedere qualcosa entro la metà di questo secolo… In ogni caso a Ivrea i lavori sono iniziati nel mese di giugno ma sono in alto mare a causa del ritrovamento di alcune sigillature in mastice di amianto. A Chivasso i lavori sono cominciati a ottobre e a Ciriè devono ancora iniziare ma è stato approvato il progetto esecutivo.
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