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07 Aprile 2020 - 19:22
CORONAVIRUS. Non c’è altro modo di dirlo: è una presa in giro. La scorsa settimana medici e infermieri degli ospedali di Ivrea, Cuorgnè, Ciriè, Lanzo e Chivasso - chi ci deve salvare la vita tra un turno massacrante e l’altro - hanno ricevuto le tanto attese mascherine, necessarie per garantirgli la sicurezza nell’operare nei reparti dove sono ammassati i pazienti positivi al Coronavirus. Tutti a festeggiare per l’arrivo dei dispositivi di sicurezza, introvabili da settimane, se non fosse che dopo mezza giornata si strappavano come stracci. Le mascherine sono quelle distribuite dall’unità di crisi a tutto il personale sanitario dell’AslTo4. «Questa è la realtà con la quale gli operatori devono fare conto tutti i giorni – punta il dito il segretario provinciale del Nursind, Giuseppe Summa – È chiaro che le aziende in tutto questo drammatico caos sono state abbandonate dalla Regione e dallo Stato, ma avrebbero potuto e dovuto fare qualcosa anche loro. Hanno responsabilitá anche loro. Gli operatori sono stati abbandonati. Vergogna!”.
Quasi contemporanea la difesa d’ufficio che però resta ben poca cosa. «Occorre precisare che gli acquisti di materiali effettuati in proprio dall’Unità di crisi della Regione Piemonte – spiegano dalla stessa Unità di crisi – avvengono attraverso gli Uffici dell’Asl To3 previa valutazione e validazione delle caratteristiche tecniche dei prodotti effettuate dagli Uffici di Ingegneria clinica della stessa Asl. Per il corretto funzionamento dei propri ospedali, ogni giorno l’Unità di crisi della Regione Piemonte richiede allo Stato, come previsto dalla normativa vigente, l’approvvigionamento di attrezzature e dispositivi di protezione individuale, tra cui le mascherine chirurgiche. Sulla confezione delle mascherine, la dicitura in lingua cinese recita testualmente “ambito di utilizzo: ambiente sanitario normale”. Spiace constatare che alcuni, invece di riconoscere il grande sforzo che l’Unità di crisi sta compiendo, preferiscano criticare senza approfondire i fatti…”.
La realtà dei fatti è che a furia di tagliare sul capitolo “Sanità” - per spostare i soldi su capitoli ben più redditizi a livello elettorale - lo Stato Italiano e a cascata la Regione Piemonte non sono più in grado di garantire nemmeno il minimo necessario di sicurezza a medici e infermieri. Le mascherine sono poche per gli operatori sanitari degli ospedali, ancor più per i cittadini. Sugli scaffali delle farmacie cominciano ad apparire, ma a costi stratosferici. Ce ne sono poche di quelle chirurgiche, che sono le più semplici da reperire, ancor meno di quelle dotate di filtro, le FfP2 e le Ffp3, che consentono una maggiore protezione. A chi lavora negli ospedali tocca affidarsi al buon cuore dei cittadini e degli imprenditori che in Italia hanno donato e stanno donando milioni e milioni di euro.
Uno Stato normale, in condizioni d’emergenza, dovrebbe consentire a tutti di proteggersi, senza che intervenga la mano dei privati.
E invece qui bisogna sperare nel volontariato, nelle sarte e nelle associazioni che in tutto il Piemonte si stanno facendo in quattro per confezionare mascherine che finiscono sì ai cittadini, ma perfino agli ospedali. E chi se ne frega del marchio CE.
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