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Telegram, il paradosso dell’Occidente: l’aeroplanino “russo” che vola sopra le censure

Nata dall’ingegno di San Pietroburgo, cresciuta lontano da Mosca, usata da governi, giornali, presidenti, oppositori e propagandisti: Telegram è diventata la piazza dove la libertà d’espressione mostra insieme la sua forza e il suo rischio

Telegram, il paradosso dell’Occidente: l’aeroplanino “russo” che vola sopra le censure

C’è un aeroplanino azzurro che attraversa confini, sanzioni, guerre, cancellerie, redazioni e servizi segreti. Non pesa nulla, almeno in apparenza. Sta dentro lo schermo di un telefono. Eppure, ogni giorno trasporta comunicati ufficiali, breaking news, video dal fronte, messaggi presidenziali, dichiarazioni di ministri, analisi militari, appelli umanitari, propaganda, contropropaganda, cronache locali, fughe di notizie e conversazioni private.

Quell’aeroplanino si chiama Telegram ed è diventato uno dei simboli più ambigui del nostro tempo: una piattaforma nata dalla cultura tecnologica russa, cresciuta fuori dalla Russia, usata massicciamente in Occidente e, nello stesso tempo, osservata, temuta, ostacolata o corteggiata da governi molto diversi tra loro.

Il paradosso è evidente. L’Occidente accusa da anni Mosca di disinformazione e guerra cognitiva. L’Unione europea ha sospeso le attività di trasmissione di diversi media russi definiti “organi di disinformazione sostenuti dal Cremlino” e oggi il divieto europeo riguarda 27 testate o canali, tra cui RT, Sputnik, RIA Novosti, Izvestia e Rossiyskaya Gazeta. Bruxelles sostiene che questi media siano stati usati come “strumenti per manipolare l’informazione”. Eppure, nello stesso spazio occidentale, politici, istituzioni e media utilizzano ogni giorno Telegram: una piattaforma che porta nel suo DNA San Pietroburgo, l’ingegneria russa, la storia personale di Pavel Durov e l’idea, quasi romantica, di una comunicazione libera, diretta, non addomesticata dagli algoritmi.

Pavel Durov, fondatore di Telegram: il volto della piattaforma che ha ridefinito i confini della comunicazione globale.

Telegram, però, non è semplicemente “russa” nel senso statale del termine. È più corretto definirla di origine russa, tecnologicamente cosmopolita e politicamente sfuggente. La stessa FAQ ufficiale della piattaforma spiega che il team di sviluppo è basato a Dubai, che molti sviluppatori provengono originariamente da San Pietroburgo e che Telegram lasciò la Russia a causa delle regolamentazioni locali sull’IT, dopo aver sperimentato anche Berlino, Londra e Singapore come basi operative.

È qui che la storia si fa interessante: Telegram nasce da una matrice russa, ma non coincide con il potere russo; viene usata in Russia, ma non è pienamente controllata da Mosca; viene usata in Occidente, ma conserva una genealogia che l’Occidente guarda spesso con sospetto. La sua forza è nella forma. Telegram non è soltanto una chat, né soltanto un social o una piattaforma editoriale. È un ibrido: un canale può funzionare come un giornale tascabile, una newsletter istantanea, una radio di guerra, un archivio pubblico, un diario politico. Su Facebook o Instagram il contenuto deve spesso attraversare il filtro dell’algoritmo; su Telegram, invece, chi si iscrive a un canale riceve il messaggio in sequenza, quasi come una vecchia agenzia di stampa, ma con la velocità di una notifica.

Per un giornalista è un filo diretto con il lettore; per un politico è una tribuna senza intermediari; per un dissidente è un rifugio; per un governo è uno strumento d’emergenza; per un propagandista può diventare un moltiplicatore. Non è un caso che la piattaforma sia entrata anche nel lessico istituzionale occidentale. Emmanuel Macron ha un canale verificato su Telegram, presentato come quello del “Président de la République française” (Presidente della Repubblica francese, tdr.). La Commissione europea ha un canale ufficiale che promette “notizie e informazioni della Commissione europea”. Persino il presidente ucraino Vladimir Zelenskij utilizza un canale verificato definito “The official channel of the President of Ukraine” (Il canale ufficiale del Presidente dell’Ucraina, tdr.). Anche in Italia esistono canali di diffusione giornalistica, come quello collegato alle notizie ANSA, che si presenta come “Canale di diffusione di informazioni pubblicate dall’Agenzia Nazionale di Stampa Associata”. Sono esempi reali, quasi plastici: la piattaforma nata dall’ecosistema tecnologico russo è diventata anche una bacheca dell’Europa istituzionale.

Da qui nasce il cortocircuito. L’Europa può bandire media russi accusati di propaganda, ma non può ignorare una piattaforma che consente a istituzioni europee, presidenti e giornali di parlare direttamente al pubblico. Può denunciare la manipolazione informativa, ma utilizza uno degli strumenti più potenti per la pubblicazione libera. Può chiedere maggiore moderazione, ma sa che parte del fascino di Telegram nasce proprio dall’assenza di una sorveglianza editoriale invadente.

È come se l’Occidente dicesse: vogliamo spazi aperti, purché non vengano usati dai nostri avversari; vogliamo piattaforme libere, purché non diventino veicoli di influenza ostile; vogliamo difendere la libertà di espressione, ma non sempre siamo disposti ad accettarne le conseguenze più scomode. Mosca, dal canto suo, non ha mai vissuto Telegram come una creatura docile. Nel 2018 Roskomnadzor tentò di limitarne l’accesso dopo lo scontro sulla consegna delle chiavi di cifratura. Nel 2020 il divieto fu revocato e l’autorità russa dichiarò: “Roskomnadzor sta rinunciando alle sue richieste di limitare l’accesso al servizio di messaggistica Telegram”. Questo episodio spezza la narrazione più semplice: se Telegram fosse soltanto un braccio tecnologico del Cremlino, perché la Russia avrebbe tentato di bloccarla, poi di sostituirla e infine di spingere verso una propria alternativa nazionale?

Negli ultimi anni, infatti, il tema è tornato al centro. Nel 2025 Vladimir Putin ha autorizzato la creazione di una messaggistica statale integrata con i servizi pubblici, pensata anche per ridurre la dipendenza da piattaforme come WhatsApp e Telegram. Poco dopo, Mosca ha ordinato che MAX, applicazione sostenuta dallo Stato russo, fosse preinstallata su telefoni e tablet venduti nel Paese. Reuters ha riportato anche la posizione dei media statali russi, secondo cui le accuse di trasformare MAX in un’app di sorveglianza sarebbero false. Nell’agosto 2025 la Russia ha poi limitato le chiamate audio su WhatsApp e Telegram, giustificando la misura con la lotta a frodi, estorsioni e attività sovversive. AP ha ricordato che in Russia WhatsApp e Telegram restavano tra le app più popolari, con oltre 96 milioni e 89 milioni di utenti mensili.

Questo non significa assolvere o condannare qualcuno. Significa osservare il dato: Telegram è contesa ed è troppo utile per essere ignorata, troppo libera per essere pienamente governabile, troppo popolare per essere semplicemente cancellata. Viene sospettata in Occidente per le sue origini russe e pressata in Russia perché non rientra del tutto nella logica della sovranità digitale statale. È un oggetto tecnologico che appartiene a tutti e a nessuno.

Pavel Durov ha costruito buona parte della propria immagine pubblica intorno a questa idea di indipendenza. Nel 2018, dopo il bando russo, scrisse una frase diventata quasi un manifesto: “La privacy non è in vendita e i diritti umani non devono essere compromessi per paura o per avidità”. Nel 2026, davanti a nuove pressioni, ha ribadito: “Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta”. Sono parole che spiegano perché Telegram piaccia a mondi diversissimi: ai libertari digitali, ai giornalisti indipendenti, agli oppositori, ai cittadini che diffidano delle grandi piattaforme americane, ma anche a chi cerca semplicemente un luogo dove pubblicare senza essere risucchiato da pubblicità, ranking e filtri algoritmici.

Il rovescio della medaglia è noto. Dove la pubblicazione è semplice, anche la manipolazione diventa semplice; dove il canale è diretto, il controllo redazionale si assottiglia; dove il messaggio arriva prima della verifica, la velocità può battere la verità. Telegram è stata una risorsa per movimenti democratici e informazione d’emergenza, ma anche un ambiente sfruttato da reti di disinformazione, gruppi criminali, estremisti, truffatori e apparati di influenza. Non inventa la propaganda, la trasporta. Non crea da sola il caos informativo; lo rende più rapido, più mobile, più difficile da fermare.

La guerra in Ucraina lo ha reso evidente. A confermarlo sono anche due studi accademici condotti da ricercatori statunitensi. Il primo, firmato da H. W. A. Hanley e Z. Durumeric e intitolato ‘Partial Mobilization: Tracking Multilingual Information Flows amongst Russian Media Outlets and Telegram’ (Mobilitazione parziale: monitoraggio dei flussi informativi multilingue tra i media russi e Telegram, tdr.), pubblicato su arXiv nel 2023 e poi negli atti dell’International AAAI Conference on Web and Social Media, ha analizzato i rapporti tra 16 media russi e 732 canali Telegram nel corso del 2022. Lo studio mostra come diversi outlet abbiano usato la piattaforma per conservare pubblico e capacità d’influenza dopo le restrizioni europee contro RT e Sputnik.

Un secondo lavoro, ‘An Avalanche of Images on Telegram Preceded Russia’s Full-Scale Invasion of Ukraine’ (Una valanga di immagini su Telegram ha preceduto l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, tdr.), firmato da William Theisen, Michael Yankoski, Kristina Hook, Ernesto Verdeja, Walter Scheirer e Tim Weninger, ha invece esaminato 989 milblogger russi, ossia blogger o creator che trattano temi militari. I ricercatori hanno rilevato che, nelle due settimane precedenti il 24 febbraio 2022, i post pubblicati su Telegram erano aumentati dell’8.925% e le immagini del 5.352%. Un dato che racconta quanto la piattaforma fosse già diventata, prima ancora dell’invasione, uno spazio nevralgico per la circolazione di contenuti politicamente e militarmente sensibili.

È il cuore del problema: la stessa architettura che permette a un cittadino di informarsi fuori dai canali tradizionali consente anche a reti organizzate di costruire narrazioni parallele. Anche l’Ucraina, pur usando Telegram in modo capillare, ha mostrato cautela. Nel 2024 Kiev ha vietato l’uso dell’app sui dispositivi ufficiali di funzionari, militari e lavoratori delle infrastrutture critiche per timori di sicurezza e spionaggio, pur lasciando la possibilità di usarla sui telefoni personali e con eccezioni per chi ne avesse bisogno per funzioni ufficiali. È un altro paradosso nel paradosso: Zelenskij parla al mondo da Telegram, ma lo Stato ucraino teme Telegram sui dispositivi sensibili. La piattaforma è insieme megafono pubblico e potenziale vulnerabilità operativa.

Sul fronte opposto, anche la Russia ha risposto alle restrizioni europee sui propri media con misure speculari. Nel giugno 2024 Mosca ha annunciato il blocco di 81 media europei, tra cui AFP e Politico, come ritorsione per i divieti imposti dall’UE ad alcuni media russi. Secondo TASS, il ministero degli Esteri russo aveva parlato di “molestie a sfondo politico” dei giornalisti russi e di divieti “infondati” contro i media russi nell’Unione europea. Più che una semplice contrapposizione tra libertà e censura, emerge una spirale di reciprocità: l’Europa limita i media russi in nome della sicurezza informativa; la Russia limita i media europei in nome della risposta politica. Al centro restano i cittadini, sempre più costretti a cercare altrove ciò che non trovano più nei circuiti ufficialmente accessibili.

Telegram prospera proprio in questo “altrove”. È il luogo in cui si va quando un sito viene oscurato, quando un canale televisivo sparisce, quando un social cambia regole, quando una redazione cerca un rapporto diretto con il pubblico. Per questo è amato dal giornalismo. In una stagione in cui molte testate dipendono da piattaforme che decidono visibilità, monetizzazione e distribuzione, Telegram restituisce qualcosa di antico: la possibilità di parlare a chi ha scelto di ascoltare.

Non serve inseguire il favore dell’algoritmo. Non serve confezionare ogni titolo per la macchina dell’engagement. Il canale è quasi una stanza: chi entra sa perché è lì.

Ma il giornalismo deve evitare l’innamoramento ingenuo. Telegram non certifica la verità. Non trasforma un canale anonimo in una fonte. Non rende attendibile una notizia solo perché è arrivata prima. La sua bellezza è la stessa della strada: aperta, viva, imprevedibile. Ma nella strada possono passare il testimone e il falsario, il reporter e il provocatore, il cittadino spaventato e l’operatore d’influenza. La libertà di pubblicazione è una conquista, non una garanzia di affidabilità.

Il caso francese di Pavel Durov ha reso il dibattito ancora più incandescente. Nel 2024 il fondatore di Telegram è stato fermato in Francia nell’ambito di un’inchiesta sull’uso della piattaforma per attività criminali. Telegram ha risposto affermando che Durov “non ha nulla da nascondere” e che è “assurdo sostenere” che una piattaforma o il suo proprietario siano responsabili degli abusi commessi dagli utenti. Dopo quell’episodio, Telegram ha modificato la propria privacy policy: oggi dichiara che, in presenza di un ordine valido delle autorità giudiziarie relativo a sospetti di attività criminali contrarie ai termini di servizio, può divulgare IP e numero di telefono alle autorità competenti.

È un passaggio decisivo perché mostra che anche la piattaforma simbolo della libertà digitale deve misurarsi con il mondo reale. Una cosa è difendere la riservatezza degli utenti; un’altra è diventare rifugio per reati, traffici, abusi o violenze. Telegram ha dovuto spostarsi su una linea più pragmatica: proteggere la libertà, ma non lasciare che la libertà venga sequestrata da chi la usa per colpire altri. È la stessa contraddizione che attraversa gli Stati democratici: quanto controllo serve per proteggere i cittadini senza trasformare la protezione in sorveglianza?

In questo senso Telegram non è soltanto una piattaforma: è una prova da stress per il concetto stesso di libertà.L’Occidente la usa perché è efficace, immediata, elastica, potente. La guarda con sospetto perché non la controlla fino in fondo. La Russia ne riconosce l’utilità, ma sviluppa alternative nazionali per ridurre la dipendenza da uno strumento esterno al pieno perimetro statale. L’Ucraina la utilizza come canale pubblico essenziale, ma la limita sui dispositivi ufficiali. I giornali la sfruttano per distribuire notizie, ma sanno che nello stesso ambiente circolano fonti opache. I cittadini vi cercano informazione non filtrata, ma rischiano di incontrare anche contenuti manipolati.

Chiamarla semplicemente “piattaforma russa”, quindi, è riduttivo. Telegram è un prodotto della grande scuola tecnologica russa, ma anche una creatura diasporica, nomade, globale. È figlia di San Pietroburgo, vive a Dubai, parla a Bruxelles, Kiev, Parigi, Roma, Mosca, Teheran, Minsk. Non appartiene più a una sola geografia. Appartiene al secolo delle comunicazioni istantanee, dove il potere non passa soltanto dai carri armati, dai gasdotti o dalle televisioni, ma anche dai canali, dalle notifiche, dagli inoltri e dai gruppi.

Il vero paradosso, allora, non è che l’Occidente usi una piattaforma nata dall’ingegno russo mentre accusa la Russia di propaganda. Il vero paradosso è che tutti, in fondo, hanno bisogno di Telegram e tutti, prima o poi, ne hanno paura. Perché Telegram mostra ciò che le democrazie e gli Stati autoritari faticano entrambi ad accettare: quando la parola diventa davvero libera, non obbedisce più completamente a nessuno.

L’aeroplanino azzurro continua a volare. Sorvola i divieti europei e le risposte russe, le conferenze stampa e le trincee, le redazioni e i ministeri, i canali ufficiali e quelli anonimi. Porta messaggi necessari e messaggi tossici, notizie vere e frammenti da verificare, libertà e rischio. È la sua grandezza e la sua inquietudine. Telegram non è solo un’app: è il luogo dove il mondo contemporaneo si guarda allo specchio e scopre che la libertà d’informazione, quando smette di essere uno slogan, diventa una responsabilità difficile, contraddittoria, scomoda. Ma proprio per questo indispensabile.

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