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“Tollerare gli intolleranti?”, Calenda a Torino e il paradosso di un’Europa che predica pluralismo ma fatica ad ascoltare

Da von der Leyen a Calenda, passando per il dibattito sulla guerra in Ucraina: quando l’europeismo rischia di trasformarsi in una postura morale più che in un progetto politico

“Tollerare gli intolleranti?”, Calenda a Torino e il paradosso di un’Europa che predica pluralismo ma fatica ad ascoltare

L’europeismo è nato come promessa di libertà, cultura politica, diritti, equilibrio tra differenze. Per molti ha rappresentato, e continua a rappresentare, una delle più alte intuizioni del secondo dopoguerra: costruire uno spazio comune in cui i popoli europei potessero riconoscersi non nell’uniformità, ma nella convivenza. Eppure, osservando alcuni interpreti dell’europeismo contemporaneo, il dubbio diventa sempre più legittimo: quell’idea non rischia forse di essere stata presa in ostaggio da una classe dirigente incapace di ascoltare, di dubitare, persino di distinguere la fermezza dall’arroganza?

Il caso riguarda figure molto diverse tra loro. Carlo Calenda e Pina Picierno, da un lato, Ursula von der Leyen, più in alto, dall’altro. I primi incarnano spesso una forma di superiorità morale verso il dissenso: la tendenza a liquidare chi non si allinea come un problema, più che come un interlocutore. La presidente della Commissione europea rappresenta invece una deriva diversa, forse ancora più insidiosa: quella di un’Europa sempre più verticale, intransigente, impermeabile alla complessità dei popoli e dei territori, dove le grandi scelte sembrano calare dall’alto come decisioni già scritte, più da accettare che da discutere.

È una linea politica rigida, poco incline ad ascoltare le inquietudini reali dei cittadini europei. Un’impostazione che rischia di trasformare l’ideale comunitario in una macchina fredda, distante, burocratica, più attenta agli equilibri di palazzo che alle paure, alle fatiche e alle domande di chi l’Europa la vive ogni giorno.

In questa Europa sempre più convinta di possedere non solo una direzione politica, ma una verità morale, non si può continuare a trattare come un eretico chi solleva dubbi sul gas russo, sulle sanzioni, sulle alleanze economiche alternative o sulla necessità di costruire relazioni parallele in un mondo che non è più quello unipolare di ieri. La Russia, piaccia o no, sta facendo esattamente questo: intreccia rapporti con l’Iran, con la Cina e con altri attori globali, cercando nuove sponde economiche e strategiche. Si può contestare questa strategia, giudicarla pericolosa, condannarla politicamente. Ma non si può fingere che il resto del mondo sia fermo mentre l’Europa si chiude dentro una postura di superiorità morale che spesso produce più irrigidimenti che soluzioni.

Lo stesso vale per la guerra in Ucraina. Essere contrari alla prosecuzione indefinita del conflitto non significa automaticamente tradire Kiev o inginocchiarsi a Mosca. C’è una differenza enorme tra comprendere le ragioni dell’aggredito e trasformare la guerra in un destino permanente. Sotto il segno della libertà europea, questo conflitto continua a mietere vittime, a consumare vite, a trasformare esseri umani in cifre, volti in statistiche, famiglie in bollettini.

Sono gli stessi ucraini evocati ogni giorno dal presidente Zelenskij. Sono gli stessi morti che compaiono, giorno dopo giorno, nelle cronache ucraine e, di riflesso, sulle pagine dei nostri quotidiani. Davanti a tutto questo è legittimo chiedersi chi abbia davvero interesse a spegnere il conflitto e chi, invece, tragga vantaggio dal suo prolungarsi. La Russia porta la responsabilità dell’aggressione e della propria politica imperiale, ma sarebbe ingenuo ignorare l’esistenza di interessi economici, industriali, energetici e geopolitici che prosperano sulle guerre degli altri, sulla pelle dei poveri ucraini mandati a morire mentre altrove si fanno calcoli, contratti e strategie.

Non si può nemmeno liquidare ogni russo, o ogni persona che guardi alla Russia con simpatia o comprensione, come un nemico della civiltà. Il popolo russo non è un blocco unico, non è una caricatura, non è una folla indistinta da insultare. Al netto di un sistema politico autoritario, controllato e profondamente segnato dalla repressione del dissenso, esiste anche un consenso reale intorno a Vladimir Putin. Una parte ampia della società russa riconosce nella sua politica, anche nella sua dimensione imperiale, un’idea di forza, ordine e identità nazionale.

Questa visione può essere criticata, respinta, considerata pericolosa. Ma non può essere semplicemente negata. Per molti russi quella leadership rappresenta ancora una scelta, un’appartenenza, una visione del mondo. Esattamente come in Italia una parte consistente del Paese ha scelto Giorgia Meloni e la sua coalizione, piaccia o non piaccia ai suoi oppositori. La democrazia, se vale, deve valere anche quando il risultato non coincide con i desideri delle élite, dei salotti, delle redazioni o delle cancellerie europee.

Poi c’è Torino. Carlo Calenda è stato in città il 24 aprile scorso per presentare il suo libro 'Difendere la libertà. L’ora dell’Europa', alla Fondazione Sandretto, e sui suoi canali social ha raccontato quasi come un gesto eroico il fatto di aver passeggiato senza scorta. Un’enfasi quantomeno singolare, considerando che giornalisti, amministratori locali, militanti e cittadini esposti ogni giorno agli haters, alle minacce, agli insulti e alla violenza verbale della rete vivono questa normalità senza trasformarla in un manifesto di superiorità morale. Ma la tappa torinese non è stata soltanto una presentazione editoriale: è stata anche un passaggio politico. A margine dell’incontro, Calenda ha infatti aperto al sostegno di Azione al sindaco Stefano Lo Russo alle prossime comunali 2027, pur precisando che molto dipenderà dalle alternative in campo. Una presa di posizione che rende ancora più interessante il cortocircuito: da un lato la denuncia degli “intolleranti”, dall’altro l’ingresso pieno nel gioco delle alleanze locali, dove il confronto con mondi diversi non è una posa retorica, ma una necessità politica.

Ma il punto non è la passeggiata bensì il metodo. Il problema non è sempre e solo ciò che Calenda sostiene. Alcune sue posizioni, quando non scivolano nel teatrino, possono anche contenere elementi di senso. Il problema è il modo: il tono costantemente sprezzante, la postura da professore insofferente davanti a una classe di ripetenti, la comunicazione aggressiva che pretende di combattere il populismo usando gli stessi strumenti del populismo: semplificazione, dileggio, delegittimazione dell’avversario.

Calenda sembra faticare a trasmettere un’autentica disponibilità al dialogo: il suo registro appare spesso più assertivo che interlocutorio, più incline a sentenziare che ad ascoltare. Più che argomentare, talvolta sembra umiliare; più che provare a convincere, dà l’impressione di voler zittire. Eppure, mentre rivendica il confronto, rischia di svuotarne la sostanza. È un paradosso comunicativo evidente, che può richiamare, pur con tutte le differenze di ruolo, profilo e scenario, certi tratti della postura pubblica di Kaja Kallas: netta, frontale, più orientata alla chiarezza della posizione che alla ricerca della sfumatura. Ma quando la politica rinuncia alla complessità e trasforma il dissenso in un terreno da occupare, non fa pedagogia democratica: contribuisce a imbarbarire lo spazio pubblico.

La democrazia non è il salotto buono di chi si sente più intelligente degli altri: è anche la fatica di ascoltare chi non la pensa allo stesso modo, rispondendo senza insultare, contestando senza disprezzare. È accettare che il popolo non sia una massa informe da educare a colpi di sarcasmo, ma una comunità composta da persone con paure, esperienze, limiti, ferite e pensieri propri.

Certo, in alcuni contesti e in tempi come questi, interrogarsi sulla qualità del dibattito pubblico è più che legittimo. Ma un conto è riflettere sulla fragilità della coscienza collettiva; un altro è trattare un’intera nazione come se fosse composta da entità incapaci di intendere e di volere. E allora la domanda posta da Calenda sui social, “tollerare gli intolleranti?”, merita di essere rovesciata. Chi è davvero intollerante? Chi contesta Calenda? Chi non condivide una certa idea di Europa? Chi chiede rispetto? Chi pretende che il dissenso non venga trasformato in una patologia morale?

O è intollerante chi non sopporta di essere contraddetto? Chi considera ogni critica un’aggressione? Chi pretende pluralismo solo quando il pluralismo coincide con la propria opinione?

La vera sfida, oggi, non è scegliere tra Europa e anti-Europa. È scegliere che tipo di Europa si vuole costruire. Un’Europa dei cittadini (si spera fortemente) o un’Europa dei pulpiti. Un’Europa che ascolta o un’Europa che ammonisce. Un’Europa capace di parlare alle periferie, ai lavoratori, ai giovani, ai territori, oppure un’Europa chiusa nella propria bolla, attraversata anche da scandali, opacità e contraddizioni, dove chi dissente viene archiviato come retrogrado, populista, ignorante.

Proprio perché la critica deve essere forte ma corretta, non servono scorciatoie propagandistiche né accuse simboliche infondate. Se si vuole contestare Calenda, lo si faccia per ciò che dice, per come lo dice, per l’idea di politica che incarna. Non serve attribuirgli ciò che non è dimostrato. La verità è già abbastanza potente quando viene usata bene. Il punto, si torna a ribadire, è il linguaggio, la postura. Entrambi fanno parte della comunicazione politica: è in sostanza, ciò che arriva agli elettori, ed è proprio qui che emerge questa nuova forma di intolleranza pseudo-elegante, pseudo-colta, ben vestita, europeista a parole e profondamente sprezzante nei fatti.

Torino, città che ha conosciuto il conflitto sociale, la fatica operaia, la cultura, la borghesia, le periferie e la dignità silenziosa di chi non urla ma pensa, non ha bisogno di lezioni dall’alto. Almeno non da lui.

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